Il racconto del mese: La Madre Nera

11/05/2012

Il mondo schizza a destra, all’improvviso, come per evitare un pericolo, ed io non so, ma davvero non so, se la mia testa sia dritta o storta. E non so bene se sto per cadere in avanti o all’indietro. Mi viene in mente solo una cosa: no, la faccia nella turca no! E infatti la evito, ma io non la vedo. Mi ritrovo con le braghe calate sul pavimento di quel cesso orrendo, sento un viscido freddo sotto le mani e voglio rimettermi in piedi ma, appena ci provo, cado di nuovo. Penso solo che dovrei lavarmi, ma poi mi prende il panico perché non riesco neppure a stare in ginocchio. Mi ricordo, ma nel panico è un ricordo agitato, quasi fastidioso, che la mattina avevo sofferto di una terribile emicrania che mi prendeva la parte destra della testa, scendeva all’orecchio e si diramava nella radice del collo. L’emicrania mi trafiggeva anche l’occhio, ma io avevo imputato tutto alle troppe ore spese davanti al computer la notte prima, nella vana ricerca di una storia decente da scrivere. Eccola qui, penso, la storia decente da scrivere, sempre che riesca mai a rimettermi in piedi. I miei pensieri sono lucidi, coerenti, ma non ho equilibrio. Mi sembrava di aver sentito dire da un medico, o di aver letto su una rivista, o magari su internet, che il tumore al cervello si manifesta in vari modi, con difficoltà motorie e di ragionamento. Ad esempio: so dove ho parcheggiato la macchina ma non so come arrivarci, anche se quella strada l’ho percorsa migliaia di volte. Oppure so che discorso devo pronunciare ma non riesco a figurarmi le parole nella mia mente. In quei minuti spesi ad aspettare che la testa smettesse di interpretare la parte dell’elica di un fuoribordo, metto alla prova la mia razionalità. Sembra tutto a posto. Allora… Allora, forse, è solo un problema infiammatorio! Forse (ma sì, dai!) una labirintite. Deve essere solo una forte labirintite. L’emicrania, la nausea, la vertigine, ma non ho altri dolori, respiro normalmente. Ho il battito a mille, certo, ma perché mi sto spaventando. Arriva un cliente del bar che mi vede in ginocchio nel bagno e mi chiede se sto bene. Io gli dico di chiamare un’ambulanza. Sapevo che non mi avrebbe toccato, che non mi avrebbe aiutato a rialzarmi. Lo perdono, nemmeno io avrei toccato uno sconosciuto che ondeggiava in ginocchio in un bagno pubblico. Per farla breve, mi portano in ospedale senza sirene. Dopotutto, i parametri sono a posto. Non mi era mai capitato nulla di simile. Dicevo a me stesso: non hai mai avuto una labirintite, sperando con tutte le mie forze che si trattasse solo di labirintite. Più ci pensavo e meno ci credevo ma, nello stesso tempo, già mi figuravo la scena di un medico a caso che mi diceva: stia tranquillo, è solo una fottuta labirintite. E il sollievo di quella scena ipotetica aveva l’unico scopo di darmi speranza. Perché quando non ti reggi in piedi, vecchio o giovane o di mezza età che tu possa essere, una cosa molto più antica del tuo cervello si mette in funzione. E’ una paura che non senti a livello mentale, ma ti nasce dagli strati spessi e duri delle ossa. E’ più un terrore della colonna vertebrale che della terza corteccia, dal momento che sei indifeso, alla mercè di chiunque, preda di tutti, anche dei meno offensivi o di quelli che avrebbero avuto paura di te. Ti tranquillizzi in ambulanza, è un guscio che ti protegge. Arrivai in ospedale che dovevano essere le cinque, o le cinque e mezza di pomeriggio. Mi trasportarono con il lettino per un lungo corridoio giallastro illuminato da tubi al neon, fino al pronto soccorso, dove mi ripresero i parametri, mi piazzarono in una stanza e vidi il primo medico che mi avrebbe visitato. E fu il primo a dirmi: stia tranquillo, è probabile che sia solo una labirintite acuta. Ed io avvertii un crampo nello stomaco, e il mio cuore diede un colpo più forte degli altri dopo essersi preso la vacanza di un secondo. Perché in quel: “è probabile che sia solo” c’è tutto il tuo destino. Magari va bene, magari va molto male. Magari è finita. Inspirai, il mal di testa mi era tornato più violento di prima. Dopo pochissimo arrivò un’infermiera con una flebo di Toradol che salutai come un dono degli dei. Dopo mezz’ora il male era passato, e l’infermiera venne a domandarmi come stavo e se avevo bisogno di altri antidolorifici. Nonostante non sentissi quasi più nulla, mi candidai all’oscar per come interpretai l’espressione di chi avesse un trapano dentro il cervello, e in premio ricevetti non la statuetta di finto oro ma la ben più preziosa seconda razione di Toradol. Accanto al mio lettino c’era un tizio messo male, poteva essere qualunque cosa sotto le bende, le staffe, il collare, le fasciature. Per quel che ne sapevo, poteva esserci anche un chihuahua lì sotto, ma il monitor che gli stava di fianco, secondo me, diceva che, qualunque cosa fosse, aveva parecchi problemi. Gli vedevo solo gli occhi chiusi e la bocca. Poi c’erano altri due, che aspettavano l’esito degli esami del sangue, e intanto parlavano di politica con i loro aghi nel braccio protetti da nastro adesivo ipoallergenico. Io fingevo di star male anche per non entrare nell’argomento. Detesto parlare con gli sconosciuti. Si finisce sempre con l’andare su discorsi inutili e dei quali non abbiamo alcun controllo, come il clima e la politica. E poi volevo godermi il mio Toradol in santa pace, con quell’occhio destro che tremava un po’, quando guardava a destra, e aveva uno scatto quando passava da sinistra a destra. Ecco il perché del tanto inquietante “è probabile che sia solo”. Per quel guizzo che aggiungeva: “ma dobbiamo fare degli accertamenti, magari sei… sì, caro mio, magari c’è la possibilità che tu sia fottuto.” Lentamente, l’effetto del Toradol cominciò a farsi sentire oltre il lenimento del dolore, comunque già sedato, e mi venne un dolcissimo sonno. Pensai a tutte le cose che avevo saltato quel pomeriggio, a tutte le telefonate che doveva fare, o che avrei dovuto fare, prima o poi, e a mia sorella, che era stata avvertita del mio ricovero ma che non poteva raggiungermi per il bambino, il lavoro, il Signore, il prete e il prevosto. Ero in corrispondenza della porta della stanza, e mi avevano detto che avrei passato lì la notte, dato che nel reparto di neurologia non c’erano letti liberi. Un bella notizia per le mie vertebre lombari, proprio quello che gli ci voleva. Attorno alle sette stavo gustandomi un’altra flebo di qualcosa che serviva per ridarmi un minimo di equilibrio, consentendomi così di andare in bagno, all’occorrenza, e una delicata quanto graziosa infermiera con camice verde e capelli quasi arancioni si era presa il disturbo di pulirmi le mani con un fazzolettino disinfettante. Che carina! Che tesoro! Già la amavo! Poco dopo parcheggiarono fuori dalla stanza una di quelle famose e comodissime brandine che ospitava un ragazzino privo di sensi, non più grandi di quindici, sedici anni. Aveva la testa fasciata, una fluorescenza rosso fuoco dove era stato messo un tampone e portava soltanto un paio di pantaloncini da calcio. Con lui, accanto alla brandina, c’era sua madre. Una bella donna, una donna molto attraente, notai. Attorno ai cinquanta, capelli biondi, una linea da trent’enne sotto l’abito estivo smanicato e blu. I due che parlavano di politica, e ostentavano il loro benessere in quella miseria, non la degnarono di uno sguardo, ma Tutan Khamen aprì gli occhi ed io sentii che il suo monitor registrava un battito più accelerato. Cristo, pensai, fino alla fine un solo pensiero! O forse proprio perché sei alla fine. O magari no, poveraccio. Magari aveva più anni di me. Ricorda che il tuo occhio destro tremola… Pensai. Cazzo, mi passò il discreto umore che mi aveva messo la vista di quella donna. Non potei fare a meno di notare che anche il ragazzino era molto bello. Probabilmente, aveva preso dalla madre. Il suo giovane fisico atletico mostrava i classici addominali a tartaruga che, attorno ai venticinque anni, cominciano già a farsi più simili alla schiena di un formichiere. Aveva tubi che gli entravano in un fianco e flebo, e la stessa infermiera che mi aveva pulito le mani gli stava attaccando degli elettrodi al petto. Quella macchia di sangue rosso fuoco sulla fronte mi ricordava un fiore infilato nel buco di un teschio. Immagine di una stupidità inaudita, oltre che di pessimo gusto gotico retrò, ma fu quella che mi passò il convento pensante. L’infermiera non disse nulla alla donna, deviò dalle mie parti per sentire come stavo, le dissi molto meglio e poi scomparve con quella velocità che hanno solo le infermiere e le cameriere dei fast food. Il chiacchiericcio dei miei compagni di stanza e la banalità delle loro argomentazioni non mi infastidiva più di tanto, quello che invece notai fu un gesto della madre del ragazzo, una cosa che, lì per lì, mi parve strana, inconsueta ed eccessiva. La donna, che non portava gioielli, né al collo né ai polsi, e che aveva occhi chiarissimi, gli passò delicatamente le dita sulle pieghe degli addominali. Sentii un brivido poco più sotto dello stomaco e sperai che la scena si ripetesse. Sì, lo sperai prima ancora di ammetterlo a me stesso. Uno dei tanti casi di donna matura che si accompagna ad un giovane? No, quello andava oltre la legge, doveva essere per forza sua madre, o sua zia, o comunque una parente o un’amica della madre, in ogni caso nessuno che potesse dar credibilità ad un gesto tanto intimo come quello che, davanti ai miei occhi increduli, rifece. Ma, questa volta, le sue dita si fermarono sotto la rotondità del pettorale. E la donna si voltò verso di me, e mi sorrise. Vidi il suo volto magnifico, enigmatico, luminoso. Una fitta tremenda sopra la tempia destra mi riprese a pulsare. Sembrava che mi avesse letto nel pensiero. Perché a me piaceva proprio quel gesto, e fatto a suo figlio. Dovetti scavare nel più putrido acquitrino dei sogni perversi di chiunque per farmelo piacere, però mi piacque. Quell’acquitrino esiste in ognuno di noi, ed è lì in fondo che, in alcuni casi, solo in alcuni, noi ci ritroviamo completamente. Intanto, dal monitor del poveretto alla mia sinistra, giungevano battiti rapidi e irregolari. Mi voltai per guardarlo e lui, per quanto potesse muovere gli occhi, stava guardando me. Sembrava volesse avvertirmi di qualcosa, ma non riusciva a parlare. Poi mi venne un pensiero orrendo: che fossimo stati gli unici a vedere la scena. Probabile, sì, ma io intendevo che fossimo stati gli unici a poter vedere la scena. Cercai di scacciare l’assurdità di quel pensiero quando la donna, sempre sul fianco della portantina, si chinò sul ventre abbronzato del figlio, rivolgendomi lo stesso sorriso complice di prima, e lo leccò. Ma dalla sua bocca uscì qualcosa che mi apparve come un lungo tentacolo viola. Un verme di mezzo metro coperto di pustole e senza pelle che bagnò col suo orrendo fetore gli addominali del ragazzo. Scattai a sedere, ed ora la fitta alla tempia si stava facendo insopportabile, come la paura, ma le infermiere accorsero non per me, bensì per il poveraccio alla mia sinistra, le cui pulsazioni, adesso, erano completamente fuori controllo.
Non dissi nulla, non riferii a nessuno quello che avevo visto, e quando le condizioni dell’uomo coperto di bende e retto da staffe alla mia sinistra rientrarono sotto la soglia del pericolo e fui solo con lui nella stanza, poiché, al termine di quel giorno, anche i due politici militanti con ago in vena se n’erano andati, io mi alzai e avvicinai l’orecchio sinistro alle sue labbra. Disse solo “La madre nera.” E con quel presagio che stava diventando anche mio, retrocessi senza voltarmi finchè non sentii le sponde metalliche della mia branda. Non era stata una mia immaginazione, non era il parto di un cervello mangiato dal tumore, l’aveva vista anche lui.
A notte fonda stavo ancora cercando di prendere sonno. Nonostante altri antidolorifici e venti gocce di valium, potevo solo contare i respiri affannosi del mio compagno di stanza, e ripensare a quanto avevo assistito. E quelle parole: la madre nera, che mi affondavano sempre più nell'inconscio, nel grande lago stagnante delle nostre paure, le ripetevo come una litania. Perché forse sapevo cosa significavano. Non ad un livello di coscienza, certo che no, ma ci avrei pensato anche più tardi, e ci penso ora, nel letto di un altro ospedale, quando la rassegnazione pareggia nell’incontro con la speranza. E si dice sempre che le ultime parole siano per la madre, quelle che gridi guardando in alto, ma non al cielo, bensì poco oltre la tua culla, dove si apre l’immenso mistero che è all’inizio e alla fine, un tuffo folle e disperato nel nero silenzioso di un tutto che potrebbe essere solo e semplicemente nulla. O forse l’ altrove. Il posto dove si impazzisce. Perchè sarebbe tanto strano se la morte portasse tutto ciò che resta di noi ad impazzire per il terrore, per l’indicibile esperienza vissuta? Ed io quasi non dormii, quella lontana notte, ma forse ebbi il tempo di appisolarmi, e magari anche di sognare. Sogni confusi, sanguinari, caotici, misti ad immagini di quello che accadeva realmente nella stanza. La visita di un’infermiera del turno di notte, ad esempio, che venne a controllarmi la flebo e me la accelerò, e con la sua lunga, viscida lingua mi sfiorò appena il collo.

Carlo Baroni