Il Racconto del mese: La casa che Bonnie costrú

23/12/2008

“Scaverò la tua tomba, perché sei diventato spregevole.”
(Nahum 1,8)

Crossway è un paese abbandonato in mezzo al bosco che dista da noi circa cinquanta minuti di macchina, se si usa la mia macchina. Se si usa quella di Milton Randal anche due ore, sempre che si riesca ad arrivare. Me ne sto tutto tranquillo con due assi in mano, un fante, una regina e un re, afflitto dal metodico dubbio di ogni giocatore di poker, ovvero se sia più grave sprecare una scala quasi fatta o una coppia di assi potenzialmente migliorabile in tris, se non addirittura nelle quattro belle carte con un solo simbolo tutte allineate, che a vederle è meglio del calendario di Patsy Kensit che Buck Norris tiene appeso in officina (il calendario costava due dollari e cinquanta, e risale al 2003, quando Patsy Kensit ne aveva trentacinque, di anni. A mio giudizio, adesso non è diversa per niente), ed ecco che nel garage entra, con aria pacificamente interrogativa, tutta protesa in avanti, una coppia di quasi giovani, sulla quarantina, lui moro e lei bionda, lui belloccio e  lei carina, lui sorridente e lei pure, un binomio di buoni sentimenti, entusiasmo e fiducia nel futuro che sembra uscito dalla pubblicità di una marca di corn flakes. Io e Buck siamo persone socievoli, a modo nostro, noleggiamo fuoristrada a prezzi davvero convenienti, e vi assicuro che i nostri fuoristrada offrono affidabilità e prestazioni senza trascurare il confort. Abbasso le carte, mi alzo dal tavolo togliendomi il berretto rosso con la scritta “I love Mc Cane”. Buck Norris no. Lui non è tipo che si alzi prima di aver visto i verdoni. L’ombra di una lieve crisi depressiva cala su di me quando li metto bene a fuoco. Non so dirvi quanti denti avessero, ma sorridevano abbastanza da illuminare tutta Boston e dintorni. La donna vestiva un piumino bianco di Donna Karan e l’uomo un giubbotto imbottito della Blu Marines, e il di lui taglio di capelli risultava tanto banale che a confronto una Ford station wagon poteva anche essere l’opera di un pazzo visionario omicida. I classici americani belli e contenti. Mi chiedono lei noleggia fuoristrada? E io sì. Mi chiedono quanto. E io dipende. Mi chiedono se c’è anche l’autista e io dico vi sembra che noleggi limousine per Paris Hilton o Jennifer Lopez? Loro ci restano un momento, qualche dente scompare dietro le labbra e si guardano incerti. “Si fa così per ridere.” rassicuro bonariamente prima che se ne vadano. Tornano a splendere i sorrisi su una nuova  America. Buck mi guarda di striscio, si cala sugli occhi il finto borsalino che porta anche quando va al cesso e scuote la testa. Probabilmente aveva in mano una coppia di sette, ma la cosa gli comportava comunque un notevole sforzo psichico. “Dunque, abbiamo solo Dodge, signor…?” “Doson. Michael e Sara Doson. Noi siamo qui in vacanza.” Nel rendermi edotto della sua situazione sentimentale il suo bel faccione rosa diventa paonazzo. Mi fa venire il mente quella faccia da culo di cartone al tiro a segno del Luna Park che allestiscono in un parcheggio poco lontano da qui, nelle stagioni estive, dove vanno tutti gli sbarbati con le loro squinzie a bere birra Bud Wiser e a scambiarsi le suonerie con il bluetooth. Se la centri in mezzo agli occhi una fotocamera piazzata Dio solo sa dove ti scatta una foto. Fingo un cordiale interesse e mi congratulo per la loro unione. “Quindici anni!” mi dice la signora Doson strizzandosi nelle spalle tutta piccolina, tutta carina, tutta incantevole e gioiosa. Il signor Doson fa luccicare la fede al dito alla luce dei neon sul soffitto del garage. “Che cosa meravigliosa. – dico sforzandomi di allargare le braccia come Gesù Cristo (e difatti anch’io lo feci controvoglia) – Volete farvi una bella scampagnata verso Silver Rock o White End, sono entrambe mete bellissime e raggiungibili da qui con relativa facilità. Lasciatemi solo le vostre patenti. Domattina alle otto, o alle nove, se preferite?” Invece no. Mi dicono che lo vogliono subito. Sono le cinque di pomeriggio e il chiarore è un lontano ricordo, inoltre fa un discreto freddo e di notte le strade diventano pericolose per il ghiaccio. E allora sapete che mi dicono? Che non gliene frega niente di Silver Rock o di White End, ma proprio niente. Mi dicono che alloggiano nella locanda di Mary Rose, informazione trascurabile, visto che c’è solo una locanda in paese, ed è quella di Mary Rose, che oltretutto una volta era un bordello ma io non ho fatto in tempo a vederlo, dunque potrebbe anche essere una leggenda metropolitana, e mi dicono che vogliono andare dritti nell’estinta Crossway. Esistono cose di cui si parla ed altre che si evitano per il quieto vivere. Dove stiamo noi ci sono poche regole, a scuola ti insegnano a dire buongiorno e grazie e noi siamo convinti che questo sia più o meno tutto lo scibile umano. Non esistono leggi rigide, dalle nostre parti, salvo quelle che trovi ovunque: si fanno passare prima le signore, si aiutano gli anziani e se un ragazzino risponde male ad un adulto gli si piega in testa una spranga di metallo. Ma esistono argomenti che appaiono nella breve lista dei non graditi. E uno di questi è Crossway. Faccio schioccare la lingua contro i denti e mi sollevo sulle punte dei piedi. “Crossssssway… Sssssì…” Loro si accendono come due spade Jedi. Mi dicono solo che ci vogliono andare subito, e che proprio per la pericolosità delle strade, nelle ore del tramonto, richiedevano l’assistenza di un guidatore esperto in fuoristrada. Nel guardarli mi vengono in mente due accendini bic con le faccine e i cuoricini, quelli in tiratura limitata per i giorni particolari, o per le ricorrenze. Quelli che si gettano via quando le ricorrenze passano e si dimenticano o smettono di avere un senso. Te li ritrovi nella tasca di un soprabito che non mettevi da mesi, come un ricordo scomodo in una parte della memoria che frequenti malvolentieri. Non è così difficile raggiungere Crossway, non ci sono motivi particolari per evitare Crossway, così come non esistono fondate ragioni per toccare ferro quando passa il carro funebre. Ve lo stavo dicendo: ci sono cose che fai ed altre che non fai, seguendo una sorta di cultura tramandata oralmente di padre in figlio. Tutti odiano i ragni, anche se nel nostro stato non esistono ragni pericolosi. Eppure tutti li odiano. Perché? Perché è stato deciso così migliaia di anni fa, e nessuno ha voglia di riscrivere le regole. Buck si passa lo stecchino da un angolo della bocca all’altro e rivolge verso di noi il suo sguardo barbuto. “Non se ne parla. – dice nel suo tono da baritono mancato – Le strade sono impraticabili.” A qualche metro, sotto la luce della lampada da tavolo, sembra un antico profeta di sventura, non fosse per il finto borsalino. “Ma… come?” Chiede la signora Doson. “Signora, vede, - intervengo io – il fatto è che non vogliamo esporre al pericolo dei turisti. Non per meno di duecento dollari all’ora.” “Duecentocinquanta.” Sentenzia Buck, tornando a concentrarsi sulla sua presunta copia di sette. “Oh, ma se è una questione di soldi – subentra allegro il signor Doson – non c’è problema! Ve li anticipo subito, e in contanti!” In contanti, che strano. Mi sembrava tipo da carta oro anche per uno spazzolino da denti. Miseria ladra, andare a Crossway è l’ultima delle cattive idee, ma io e Buck abbiamo un maledetto e immediato bisogno di soldi, e che quelli siano soldi immediati è maledettamente vero, però forse non sono soldi facili. “Che ne dici, eh, Buck” “Uno di noi non se ne parla.” E poi aggiunge “Ci andiamo tutti e due.” Chiudo gli occhi un attimo, espiro e faccio sì con il capo. “Scusate.” Io e Buck scompariamo nel retrobottega, aprendo la porta in metallo sulla quale stava affissa una vecchia fotografia di Lindsay Wagner nei panni della donna bionica (fino a poco tempo fa c’era la foto di George W. Bush, e prima ancora quella di George Bush senza W.). Non che la donna bionica si vestisse in modo particolare, però era necessario sapere che quella bionda notevolissima era la donna bionica per comprendere a fondo il significato dell’immagine. Ricompariamo apparentemente inalterati. “Bene. – sussurro – Quel pick up nero è il migliore ed è anche… beh, il più affidabile e tutto il resto. Ci sono… ecco, due comodi posti dietro quelli anteriori e potete godervi il panorama. Io e Buck stiamo davanti perché quattro occhi sono meglio di due e via discorrendo.”

Parola mia, i pappagallini inseparabili, quelli verdi col becco giallo, che solo a vederli e a pensare alla fine che fanno sempre ti sorge un istinto suicida, a paragone di quei due sembravano una coppia di scambisti. Per quasi tutto il tragitto se ne stanno con le dita intrecciate a bisbigliarsi paroline dolci. Ad un certo punto, dopo circa quaranta minuti di guida prudente, qualcosa di scuro e veloce ci attraversa la strada. Buck, alla guida, non tocca i freni e procede. “Era un lupo?” mi chiede divertita la signora Doson. Non è che l’avesse chiesto direttamente a me, però Buck non diceva una parola quindi mi presi la responsabilità di rispondere. “Sì… Un lupo, signora Doson. Ce ne sono tanti in questi boschi, e in genere bisogna stare attenti.” “Attenti perché possono attaccare?” “No, signor Doson. I lupi non attaccano mai gli esseri umani, e ne hanno anzi molta paura.” “Ne è sicuro, signor Drake?” “Certamente, signora Doson. In Alaska chi usa ancora spostarsi con le slitte, e magari pernotta all’aperto durante lunghi viaggi, tiene i cani vicinissimi alla tenda, ma non per proteggersi dai lupi, bensì per proteggere i cani dai lupi, che verrebbero sopraffatti in un attimo. Prima ridotti in pezzi e poi sbranati, e stiamo parlando di cani da slitta, non ci barboncini col fiocchetto rosa sul ricciolo in testa. Ma i lupi hanno una paura congenita dell’uomo e, se vuole la mia opinione, in questo sono furbi.” Mi ero lasciato sfuggire quel “bisogna stare attenti” imprudentemente, ma loro non chiesero altro e dunque andammo avanti. La storia dei lupi che possono fare a pezzi un muta di Asky, comunque, era vera, non si trattava di una leggenda. Mi era capitato di vedere ciò che restava del pastore tedesco di Ronald Dougan e non fu un bello spettacolo. In pratica, trovammo solo ciocche di peli, budella sfilacciate e schizzi di sangue, e quel pastore tedesco amava troppo giocare col fuco, durante la notte, per poter evitare una fine simile. Però che i lupi non attacchino l’uomo è altrettanto vero, ed io posso testimoniare. Me ne trovai due davanti, una sera che mi avevano incaricato di dare uno sguardo alla centrale di smistamento elettrico situata a monte del paese, la cui sirena non smetteva di strillare e il povero Trevor, l’addetto alla manutenzione, era a letto con quattro ernie. Fu incredibile, la prima cosa che fecero quando uscii con la torcia fu di appiattirsi a terra, poi mi ringhiarono, ma senza convinzione. Io restavo lì, non proprio preoccupato ma nemmeno calmo. Volevo raggiungere il furgone, ma temevo che muovendomi in fretta avrei suscitato la loro collera, e ritenevo una pessima idea indietreggiare fino alla porta della centrale, perché avrei mostrato paura, e se c’è una cosa che i cani non sopportano è la paura. Quelli non erano cani, però non ci vuole un etologo per immaginare che i lupi abbiano istinti più vicini a quelli dei cani che delle tortore. E così avanzai tranquillo verso la mia macchina, tenendoli sott’occhio, ma avrei dato qualunque cosa per un fucile con cui spaventarli. Loro cominciarono ad accerchiarmi, e allora gli puntai il fascio di luce della torcia sul muso e gridai. Fecero derapare le zampe nella neve e scomparirono in un attimo. Forse è così che l’uomo è arrivato a dominare il mondo: ingannando le altre creature. Se avessero voluto, mi avrebbero fatto a fettine, però non erano degli stupidi a provare paura perché io, essere umano, a differenza di loro, posso nascondere qualunque cosa, posso essere totalmente inerme o avere l’innesco di una bomba atomica senza cambiare espressione. Nessun altro animale passa da zero potere a potere assoluto senza modificarsi. Se ci pensate, nessuno può essere la preda più facile o il predatore più devastante allo stesso tempo, senza che si capisca niente di lui anche dopo un’attenta analisi. Io la vedo così, se fossi un animale avrei una paura fottuta dell’uomo. Quando due lupi adulti scappano davanti a te, tuttavia, torni indietro di cinquantamila anni e ti senti il padrone del territorio. Non voglio dire che se scaricai i residui liquidi vicino al cancello metallico della centrale subito dopo lo scampato pericolo fu per determinare il mio dominio, forse mi scappava e basta, però sentii il bisogno di farla dal niente, e proprio lì, in quella circostanza. Fu una delle evacuazioni più gratificanti della mia vita, con tutto quel fumo che saliva e la neve giallastra e sciolta manco mi faceva tanto schifo. Un senso di libertà assoluta, meglio di quando avevo l’opportunità di scrivere col dito la parola stronzo sul parabrezza impolverato della Citroen di Burt Willis. Cinque minuti prima, l’idea di un gabinetto non mi tentava per nulla, e non è che mi fossi spaventato chissà quanto, davanti ai lupi. Non significherà nulla, ma sono cose che ti fanno pensare. In ogni caso, proseguimmo, e la neve ai margini della strada era di relativo pericolo. Le prime, maledette case di Crossway, o ciò che ne restava, presero forma come dietro un sottile strato di ghiaccio. Tutto pareva irreale, sospeso  e immerso nel buio più profondo, con quella luna calante che infarinava il paesaggio di brina argentea. Ci eravamo muniti di torce, ma senza sapere quale fosse lo scopo del nostro viaggio non sarebbero state di grande aiuto. Cioè, io immaginavo lo scopo del nostro viaggio, lo immaginavo e basta. Naturalmente, non era un lupo quello che avevamo incrociato circa venti minuti prima, e commisi l’errore di dar per certe alcune favole e non altre. Se davanti ai due veri lupi io rimasi abbastanza padrone di me, fu grazie a quella che poteva benissimo essere una teoria, ma io sentivo il desiderio di essere più forte, e questo mi fece credere ad un assunto rivelatosi poi autentico. Quando invece l’abitudine ti porta a dire: impossibile, si commettono gravi sbagli. Sapevo che non era un lupo ad essere passato rapidissimo davanti al finestrino, e allora come mai non mi posi la domanda: se non si tratta di un lupo, di cosa si tratta? Non lo feci, non si trattava di un lupo e basta, non pretesi altro. I predatori hanno paura dell’uomo perché  è un essere che non conoscono, che non capiscono, che non riescono a decodificare, i cui comportamenti non riescono a prevedere. Siamo al di sopra della loro capacità di sopportazione, e, in definitiva, siamo troppo per loro, ma ci vedono, ci evitano, sanno che esistiamo anche se non riescono a farci entrare nei loro cervelli. Per quale motivo, invece, noi neghiamo l’esistenza delle cose incomprensibili, e le neghiamo anche quando le vediamo? E’ l’arroganza del vincitore che mi fece urinare quella notte, ed è sempre l’arroganza di chi non ha nemici a renderci ottusi. Mi ricordai di Jeff Bridges nel secondo King Kong, quando diceva al tizio della multinazionale petrolifera: “Kong per loro era il mistero, il mito. Adesso diventeranno un branco di ubriaconi selvaggi.” O qualcosa del genere. Abbiamo perso il senso primordiale della paura. Temiamo cose concrete, come le malattie, la resistenza di un preservativo oppure Osama Bin Laden, ma non abbiamo più la paura che leggi negli occhi luminosi di un lupo. Non abbiamo più la paura del mistero e nemmeno più lo rispettiamo. Un bel giorno ci siamo detti: il mistero non esiste, il mistero siamo noi, e noi siamo i nuovi dei. Fine del discorso.  Buck portò il fuoristrada verso il centro del paese in rovina, e fu allora che un’altra figura tenebrosa ci corse davanti ai fari, sfiorando il radiatore e poi sparendo dietro un montagnola di neve con allucinante rapidità. La signora Doson emise un gridolino e saltò all’indietro. “Ma quello non era un lupo.” Disse il geniale signor Doson. Io trassi un profondo respiro. “Sì, forse lo era. Difficile dirlo, con questo buio.” “Ma, per la miseria, camminava sulle zampe posteriori! E se non era un lupo, allora cos’era?” La domanda… “Vede, a volte, quando si trovano a poca distanza da un pericolo, spiccano un salto per sparire il più in fretta possibile. Ecco perché sembrava che camminasse sulle zampe posteriori.” Ce la misi tutta per usare un tono convincente, ma i risultati non furono esaltanti. La mia interpretazione rimase di almeno due tacche al di sotto dell’Oscar. “Non aveva il pelo.” Disse la signora Doson. “Tesoro, non aveva il pelo.” “Suggestione. – conclusi, soprattutto per me stesso -Crossway è una città fantasma, e le circostanze non sono molto più complicate di così.” “Che ne è stato degli abitanti?” “Se ne sono andati, tutti. Dove non si sa, ma se ne sono andati.” Mi riusciva sempre più difficile essere loquace, soprattutto perché, ora, ci trovavamo nel centro esatto di Crossway. Lampioni spenti piovevano su di noi e mura vecchie, scrostate e corrose dal gelo sembrava ci guardassero. Dalle finestre nere, dai vetri rotti, come un vento velenoso che ti entrava nell’anima. La luna splendeva nel cielo limpido, riflettendosi sulla neve. “Crossway non è più considerata una meta da molti anni, e talvolta nei piccoli centri succedono cose simili. Ammetto che si tratta di una circostanza particolare, ma ne esistono a decine, in America. Di casi del genere, voglio dire. Non c’è una spiegazione, succedono e basta.” Ma a loro non interessava niente, mi seguivano solo per una forma di cortesia. Gente pratica, pensai, gente che forse dà per scontato che tutti i piccoli centri siano un’assurdità incomprensibile, che spariscano o meno, e forse non avevano neppure tutti i torti. “Crossway. – disse Buck – Dove andiamo?” Con la coda dell’occhio sorvegliavo il finestrino, e non era la prima volta, nella mia vita, che mi trovavo il collo paralizzato da qualcosa che non fosse una cervicalgia. “Beh… - disse il signor Doson un po’ imbarazzato – Noi siamo qui per… Per visitare il vecchio cimitero. Una tomba, quella di Nelson Picketts.” Se mi avessero colato in gola del piombo fuso, come fece Abramo per la faccenda del vitello d’oro, e in quel caso fu oro e non piombo ad essere colato nella gola di alcuni, probabilmente il mio stomaco non si sarebbe contratto tanto. “Non se ne parla.” Tagliò corto Buck, e sotto i suoi folti baffoni grigi si accese una Gauloises senza filtro. Io mi voltai verso di loro e dissi: “Ascoltatemi bene…” Li guardavo con ingiustificata ostilità, e mi ripetevo che ero un perfetto imbecille. A quel punto, che potevo dire di sensato? C’erano mai stati forse dei dubbi? Che mi restava da dire, se avevo accettato con Buck di portarli fin lì? Nelson Picketts, maledetto, fottutissimo, schifoso poeta da due soldi. Ma piaceva tanto, Picketts, negli anni ottanta, con i suoi luridi versi sdolcinati e sensuali, trasgressivi, con le sue menzogne di glassa e le sue frasi dannate condite con miele. Si sa che gli innamorati fanno queste stronzate di continuo, come il mesiversario, o lo stesso fiore regalato il primo giorno, o lo stesso lurido motel a ore dove l’hanno fatto la prima volta. Sono capaci di conservare anche la saponetta del bagno, gli innamorati fanno queste cazzate di continuo! Io vi giuro, non è che non me l’aspettassi, ma lì per lì mi venne una paura del diavolo. Ve lo giuro, l’oretta di viaggio aveva reso vere tutte le dicerie sulle quali ero solito ridere cinicamente. Credetemi, non credetemi, fa lo stesso. Quel luogo aveva un che di terribile, sotto la luna, e non mi era mai capitato di visitarlo di notte. E poi c’erano quei duecentocinquanta dollari a convincermi. Magari per molti è una cifra da ridere, però quando sei sommerso dai debiti basta a farti entrare nel castello di Dracula, pronto a difenderti a parolacce. E poi, calcolate una cosa: prima era tutto vago, come la sagoma passata di fronte al radiatore e che, con molta, magari troppa fantasia poteva essere quella di un lupo col pelo chiaro nell’atto di saltare. La paura e il sospetto nacquero insieme. Prima sì, ve lo ripeto, c’erano i racconti sentiti e stransentiti, c’era una forma di istintiva ritrosia, ma niente a paragone di quello che provammo sentendo nominare il cimitero. E’ vero, non volevamo andarci fin da subito, a Crossway, siamo partiti in due e né io né Buck eravamo intenzionati ad accompagnarli da soli, ma capita la stessa cosa ai bambini quando salgono in soffitta. Sanno di trovare solo ombre e polvere, però ci vanno in due, o in tre, e poi non vedono l’ora di scendere. Non si entra nella gabbia del leone anche se manca il leone, siamo fatti in questo modo. Poi sei adulto, subentra la razionalità, in quella gabbia ci entri e, al’improvviso, ti sorge il tremendo dubbio che il leone possa essersi nascosto. Una volta, da piccolo, entrai in una casa abbandonata e quello che sembrava semplice divenne difficilissimo. All’inizio era un gioco, una scommessa, e se anche sentivo, dentro di me, che continuava ad essere un gioco, anche se ero certo che non mi sarebbe capitato nulla di orribile, scoppiai a piangere comunque. Ma se proprio ci tenete a saperlo, Nelson Picketts aveva acqua di fogna nelle vene, e topi  famelici nel cervello, e quanto conosceva l’arte dell’ inganno! Fra le tante vergogne delle nostre parti, Nelson Picketts era la più empia, e nessuno, al di fuori di noi, ne era a conoscenza. Le cose che nascondeva, gli abomini che era in grado di tradurre in decadenti visioni di amori condannati dal cielo… Io non vi racconterò cosa accadde quando morì, perché ero piccolo, ma quella santa donna di mia nonna diceva sempre che togliere la gramigna non basta per creare un bel giardino. Quando quel dannato imbrattacarte morì, nessuno pianse, potete fidarvi di me. Ed è vero che in chiesa, al funerale, c’era sì e no il prete, ma fuori c’erano tutti, e vi dico tutti. Atei, miscredenti, puttanieri e bestemmiatori. Tutti lì. Perché? Vai a capirlo, ma nessuno si mosse per l’intera durata della funzione. E poi andarono a casa, e poi, un bel giorno, tanti saluti. Crossway rimase deserta. Ma questo accadde più tardi, molto, molto più tardi. Prima gli estimatori di quel cane rognoso e bastardo fecero in tempo a visitare la sua tomba, di giorno, di notte, d’estate, d’inverno, incantati dalle sue parole velenose. Un poeta maledetto, si direbbe, romanticamente maledetto, come finti erano i poeti, come finti sono sempre i poeti, ad essere precisi. Ma Picketts era diverso. Lo incontrai una volta sola, e mia nonna mi nascose gli occhi. Feci in tempo a vederlo per un istante, e mi bastò.
“Non se ne parla.” Ribadì Buck, fregandosene se il fumo desse o meno fastidio a nostri ospiti. Io restavo zitto. “Trecento dollari.” Disse allora il signor Doson. Nessuno di noi due parlò. “Quattrocento.” “Sentite, signori, - intervenni, questa volta con maggior convinzione – io posso più o meno intuire il motivo di questa gita, perché si tratta di una ricorrenza, vero? Si tratta di una ricorrenza. Però, nel pieno possesso delle mie facoltà, sento il dovere di sconsigliarvi di far visita a quel luogo.” “Lei non capisce, io e mia moglie ci siamo conosciuti qui, in vacanza, quindici anni fa, quando…” “Quando questo posto era meta di tanta gente, lo immagino. E immagino che sia proprio questa la notte nella quale, quindici anni fa, fregandosene del freddo, ed è un classico intramontabile anche l’influenza del giorno dopo, signor Doson, lei e la sua gentile signora, come altri, svestiti il minimo indispensabile, sulla tomba di Nelson Fottuto Pick…” “Ma come si permette?!” Mi urlò in faccia la signora Doson. “Signora! – le gridai con risolutezza – Lo so perché siamo qui, lo sapevamo bene io e Buck alla partenza, ma lei ha un’ottima vista, davvero ottima! Perchè prima, quel lupo…” “Oh, al diavolo le superstizioni di questi vaccari! Vi offro mille dollari se ci portate nel cimitero! Mille, Signore Benedetto, per mia moglie questo ed altro!” Gesù, mille dollari! E chi li aveva mai visti? Buck espirò la nuvola di fumo più grande che mi fosse capitato di respirare passivamente, ma siccome non era sufficiente, mi accesi una Marlboro. “Non potete smettere di fumare, per la miseria?” “No.” E per Buck non c’era bisogno di altro. “Abbassate almeno i finestrini!” “No.” Punto e basta. “Cara, io non mi fido di questi due, forse è meglio…” “Siamo venuti fin qui, Michael, questo è il posto dove ci siamo incontrati, e io non me ne vado, per niente a mondo!” Gli occhi della signora Doson erano iniettati di sangue. Mio Dio, che situazione, pensai. “Non ci penso nemmeno! E tu non dovresti avere dubbi! Dagli quei maledetti soldi o ci vado da sola, al cimitero, a piedi!” “E’ una follia.” Provai a suggerire. “Lei si faccia gli affari suoi! Sono i soldi che vuole, no? E allora li avrà!” “Non sono i soldi, lei non…” “Ecco i mille dollari! – e un pacchetto consistente di biglietti da cento piovve fra me e Buck.  - Altrimenti vi faccio causa, sono un avvocato! Vi farò causa e vi costringerò a chiudere, lo prometto! Abbiamo un contratto e se non lo rispettate ve la vedrete con me!” A quel punto feci una cazzata, lo riconosco. Però, razionalmente parlando, la cazzata ebbe inizio dalla nostra partenza, dunque non starei troppo a puntualizzare sulla questione. Dissi. “Ok, Buck, andiamo.” Lui rimase fermo, con il motore al minimo. “Dai, andiamo e facciamola finita.” “Tenete i soldi.” “Ce li darà al ritorno, adesso non dite una sola parola, per cortesia.” Non ero spaventato, il termine sarebbe un’approssimazione per difetto, e molto per difetto. La paura è qualcosa che porti dentro di te, fin dalla nascita, fin dal giorno in cui un uomo in camice bianco o verde ti estrae da quel paradiso di calore e liquidi organici per esporti all’aria che ti trafigge i polmoni, al freddo e alla luce. E solo per queste tre, tutto sommato trascurabili novità tu cominci a piangere come un pazzo, figurati quando scopri il resto. Da quel momento in poi, sai che significa il dolore, mentre prima non lo sapevi, non l’avevi mai provato. Il dolore è ossigeno e anidride carbonica, più altre cose che non ricordo, ma sostanzialmente il dolore è respiro. Poi arriva la fame, poi la solitudine. Ti avvicini alla madre, ma non sei più un suo organo, o un suo parassita, vedetela come preferite. Da quella tenia scalciante che eri, diventi qualcosa che non farà altro che provare continuamente dolore, e il dolore diventa paura, prima paura di provare altro dolore, poi paura e basta. Alla fine, tu diventi la paura.  E c’è un solo modo per contenere la paura: crearne altra. Ti trasformi in una macchina che produce paura, per te e per chi ti sta attorno. E la paura ha pazienza, attende in silenzio anche per anni, ma presto o tardi ti prende per i capelli e dice: ti ricordi di me? Eri così piccolo, debole. Ma se morivi, io non potevo esistere. Se tu vivi, io vivo.
Ci volle meno di un minuto per uscire dal centro e raggiungere le ultime case diroccate. E dietro un muro, quello che per anni io, Buck e tanti altri avevamo fatto finta di dimenticare. Niente cancello, e questo non costituiva affatto una sorpresa. “Beh, - disse il signor Doson ricomponendosi – Vorrei scusarmi per quanto ho detto prima. Insomma, credo di aver esagerato, però questa notte è davvero importante per noi.” La mia eloquenza non mi consentì, in quel determinato frangente, di trovare parole adeguate, dunque optai per il silenzio. La signora Doson era in palese imbarazzo, e ci domandò se potevamo aspettare in macchina, per una forma di delicatezza nei loro confronti. Prima che Buck proponesse l’ abbastanza prevedibile “Non se ne parla”, e vi garantisco che il repertorio espressivo di Buck non ha mai brillato per versatilità, mi voltai verso di lei. “Signora Doson, accetto le scuse di suo marito che, presumo, non sarebbero molto dissimili dalle sue, se le avanzasse. Noi pensavamo che sarebbe bastato stare qui. Insomma, nel paese ci siamo.  Però adesso voglio che mi ascolti attentamente. Lasci perdere le superstizioni, lasci perdere la prevenzione dei cittadini per noi cosiddetti vaccari, e dimentichi anche lo strano destino di Crossway. Vorrei che le si concentrasse su pericoli concreti, più comprensibili per chi vive di certezze. Non è un bel posto, non vedo autoveicoli nei paraggi ma lì dentro potrebbe esserci chiunque, è buio, e voi siete solo in due. Si concentri, signora Doson, su quello che potrebbe capitare a una donna se qualcuno mettesse fuori combattimento suo marito, e magari anche noi, qui ad attendere distratti. Voi non avete niente nelle tasche. Io sono armato, Buck è armato. Spero che questo non le crei problemi.” Vidi il viso, in verità piuttosto attraente, della signora Doson farsi di ghiaccio. “Una semplice precauzione. – cercai di rassicurarla – Io e il mio amico siamo dei professionisti, e non vogliamo che vi capiti qualcosa di male. Siete a bordo di una nostra macchina, è nostra responsabilità riportarvi in paese sani e salvi. Se non ha presa su di voi l’argomentazione umana, considerate almeno il lato giuridico. Lei è avvocato, signor Doson, dunque conosce a quali guai andremmo incontro se non vi proteggessimo in luoghi che abbiamo motivo di credere siano pericolosi. Signora Doson, comprendiamo più di quanto lei non immagini, ma in quel cimitero, da soli, voi due non entrate. E la questione è chiusa.” Un discreto monologo, ma che cosa ci aspettavamo di trovare? Niente, assolutamente niente. Io sono pronto a scommettere che, fino a quel momento, fossimo convinti anche noi di quello che stavamo dicendo. Pericoli concreti, teppisti, stupratori, magari fanatici di quel poeta da strapazzo. Circostanze avverse, coincidenze, sfortuna, tutte le assurdità che capitano a chiunque, quando meno se lo aspetta, e poi si dice: se solo avessi preso delle precauzioni! Ne eravamo certi, nel modo più categorico. La paura non aveva raggiunto la soglia tale da farci credere nelle superstizioni. Però, mio nonno diceva sempre: quando vai in un posto che non conosci, aspettati il peggio. Se hai un coltello in tasca, o meglio ancora una pistola, il peggio diventa già meno peggio. Dunque non mentivo, si parlava di cose concrete a gente concreta. Gente di città. Tardo-romantici redenti, ex sognatori diventati d’un tratto svegli e più vecchi e stanchi, ex amanti folli e perduti, ex trasgressivi, ma di poche pretese, bastava un conto corrente per riportarli in riga. Ex libertini, ora vestiti con abiti firmati e ventiquattrore a testimoniare la solidità professionale delle loro vite, un tempo anarcoidi, ma solo per giovinezza, non per vocazione. Ex scopatori su lapidi, con ancora molto coraggio, questo glielo si concede. Probabilmente anche ex marito e moglie, fra qualche anno, e comunque accettarono

Io e Buck ci disponemmo subito oltre l’ingresso del cimitero, e quelle lapidi del tutto nere, senza lumi, senza fiori, con sterpi e spine a proteggerle mi fecero rabbrividire più del freddo invernale. Ma il tepore di un sentimento forte scioglie il ghiaccio, ti avvolge i sensi, non senti nulla,  dentro e fuori di te. Per un solo, brevissimo periodo la natura ed i suoi elementi cessano di avere dominio. Ogni oggetto, ogni respiro ha senso, e l’universo stesso si rende conoscibile, e ti senti in pace con il volo degli uccelli, con l’acqua corrente, ti senti, in una parola, realizzato. Non temi il confronto, è una paura che subentra dopo. Non ti tormenta l’idea che lei possa essere più attratta da un altro, che possa essersi trovata meglio con un altro, cosa, del resto, più che probabile. Vivi, in quei momenti, di una solida quanto stupida convinzione: tu sei il centro del suo mondo, e lei è il centro del tuo. E magari  è anche vero, ma vale solo per quei pochi momenti. Poi subentra il ricordo, poi tu diventi temine di paragone, ed è impossibile che non accada perché, dio santissimo, abbiamo smesso di essere scimmie da venticinquemila anni, e se posso dirvi la mia, venticinquemila anni non bastano per smettere. Siamo scimmie, con impulsi da scimmie e pensieri da scimmie. Quando saremo angeli avremo pensieri angelici, ma, per il momento, i nostri piedi sono ancora zampe. Non pensi che lei, nel mentre, possa immaginare altri, o peggio ancora possa preferire altri. Non capita mai, per Diana, che tu sia davvero l’eletto. Almeno, a me non è mai capitato. Perché ci vuole una gran bella arroganza per pensarlo! Tu non sei che uno dei tanti, o dei pochi, comunque non sei l’unico, comunque non sei il preferito. Tu, in definitiva, se quello che sta passando il convento, sei il meglio che le è capitato e lei, che ti piaccia  no, si sta accontentando. Quando ti imprimi nella testa questo pensiero, hai capito metà di quello che c’è da capire sul sesso. Tu, tanto per essere chiari fino in fondo, sei un’esperienza tutto sommato accettabile. Non l’ideale. Nemmeno la catastrofe, ma l’ideale mai. Se ti va bene, sei un segno di spunta nella categoria “Piuttosto Che Niente E’ Meglio Piuttosto”. Ma, al momento, ti senti l’assoluto, il primo, il noumeno, il grande e invincibile amore, il più forte di tutti, il preferito, l’amante scolpito nella roccia. Dura poco. Una torcia la affidammo ai cittadini, una la tenemmo noi, e Buck perlustrò il perimetro del camposanto, e a questo punto lui estrasse dall’ampio giubbotto di pelle il suo compatto calibro dodici a pompa ed io la mia 357 magnum, che magari è vecchia e cigola, ma di casino ne fa, e tanto. Le orecchie tese, gli sguardi sottili, a penetrare la fitta tenebra. Buck non ci vedeva a sinistra e a me mancava qualche diottria, eravamo lontani dalle linci. Ogni roccia affiorante era un colpo al cuore in meno quando finiva sotto il raggio della torcia. Vedemmo l’altro, dei due innamorati, allontanarsi di qualche decina di metri. Era fermo, deciso, sapeva dove andare ed al contempo non sapeva cosa aspettarsi. Finchè illuminò quella stramaledetta, schifosa tomba. Sentii il cla-clack del fucile di Buck. Colpo in canna. “Che fai? Walker Texas Ranger? A che spari? Siamo due pazzi, te ne rendi conto?” Gli chiesi mentre il fiato mi si condensava sul viso. “Un colpo in canna è un colpo in meno che devi mettere in canna.” Disse lui. Il dono della sintesi non gli mancava. Rimasi a fissarlo, con aria perplessa. Ci credeva davvero, a quello che stava dicendo? Dal suo respiro visibile ogni volta che il giaccone si rigonfiava no, non ci credeva, come non ci credevo io. Di pericoli concreti, nemmeno l’ombra. Noi, volenti o nolenti, iniziavamo già a pensare ad altro. La nostra mente correva, la nostra voce tremava. Scossi la testa, sorrisi. “Buck, è da tanto che voglio dirtelo: sei un idiota. E io lo sono anche più di te, per il fatto che sto qui, con una pistola che se non mi scoppia in mano è già tanto, come una specie di maledetto Van Helsing ad aspettare che? E’ una tomba, Buck, nient’altro che una misera tomba. E noi siamo due idioti, punto e basta, ci stiamo solo rendendo ridicoli. Secondo quelli siamo dei vaccari, e temo che abbiano ragione.” Feci un mezzo giro su me stesso. “Dai, metti giù il fucile, magari finisci con l’impallinare loro.” “Fatti i cazzi tuoi, non se ne parla.” “Hey! Senti una cosa: nessuno ha detto che sei il capo, qui!” Ma lui niente, continuava a stare lì col fucile spianato. “Buck… La vuoi capire che sta succedendo? Siamo ad un millimetro dall’essere fuori di testa, e quando la gente parla di noi…” Ma non proseguii. Silenzio, una lieve nebbia, l’aria da noi non è troppo pungente, gli inverni sono tutto sommato tollerabili, ma era il buio che mi stava entrando nelle ossa. Quel buio che avevo già visto da bambino e che avevo cancellato. “Buck…” “Che hai?” “No, niente. Niente, non preoccuparti.” E invece me lo ricordavo bene, Stephen, che era partito per Crossway, una notte, con la ferma intenzione di vincere una scommessa e non era più tornato. Giorni di ricerche, ma nulla. Però Stephen diceva sempre che se ne sarebbe andato, presto o tardi, ed anche la polizia pensò ad uno scherzo di pessimo gusto. Inoltre, aveva i suoi scheletri da lasciarsi alle spalle, poco ma sicuro. Tuttavia, il concetto di pericoli concreti si stava facendo sempre più approssimativo. Io raccontavo menzogne a me stesso. “Non volevo darti dell’idiota, scusami.” “Lascia perdere, l’idiota sei tu.” Presi fiato. “E’ tutt’altro che da escludere. Ma tu perché mi hai seguito?” Chiusi gli occhi, imposi alla mia frequenza cardiaca di rallentare, ma inutilmente. Dopotutto, nel profondo di me, sapevo chi stava là sotto, e sapevo chi era uscito, piano, senza fretta, diventando più forte ad ogni stagione, nutrendosi del nostro odio. Uno mi era capitato di intravederlo meglio di altri, quattro anni prima, sempre in macchina. Mi ero costretto a non pensarci, perché si può vivere di incubi per decenni, ma non si può vederli restando sani di testa. Due li avevo visti poco fa, traverso i vetri dell’auto, e ancora negavo l’evidenza. Lupi che saltano all’ultimo momento un accidente. Tenni gli occhi chiusi, ma non servì. Non serve da piccoli, tenere gli occhi chiusi, non serve da grandi. Le voci dei nostri clienti si facevano vicine. Stavano tornando, Dio, ti ringrazio, era solo una breve visita, una parola, forse un bacio, era solo un attimo. Dio, ti prego, ora ce ne torniamo alla macchina, almeno per questa volta, almeno per quest’unica volta, fa che le cose vadano per il verso giusto. Quei mille dollari sono una fortuna, se solo mi concedi… Non so se mi colse più la paura o lo sconforto, quando sentii il boato del calibro dodici di Buck. La signora Doson gridò. Per favore, ti scongiuro, fa che sia un sasso, un lupo, una marmotta, un cinghiale, un opossum, qualunque cosa, anche un babbuino, se proprio ti va di scherzare, ma Dio, ti prego, fa che non sia… Cla-clack. Secondo colpo. Bang! Armo il cane, apro gli occhi e vedo. E vedo. E stavolta non posso mentire. Sparo anch’io. “Via! – grido – Correte alla macchina, correte!” “Ma che diavolo succede, per l’amor di Dio?!” “Correte!” Corro, corro più lento di quel che potrei, perché davanti a me ci sono il signore e la signora Doson. Corro lento anche perché Buck ne ha viste di bistecche, e fra lui e uno scattista la differenza c’è. Mi volto, lo vedo, sparo. Sembra così facile, sembra una cosa ovvia. E difatti lo è. “Correte, non voltatevi!” La signora Doson urla ancora, più forte. Ma non è solo un urlo, è qualcosa di bestiale che mi trafigge il cervello. Era l’urlo di un animale, non di una donna. Questa volta faccio passare il proiettile fra loro due, un rischio notevole ma necessario. Sento il tonfo del corpo che cade a terra, ma prima, quasi contemporaneo alla detonazione, un rumore come di acqua sporca trafitta da un bastone. Una sorta ci cia-ciaff, cercate di immaginarvelo al meglio delle vostre possibilità. Buck spara a destra, il cia-ciaff è più immediato, anche più soddisfacente, sotto un certo punto di vista, come quando i bambini pestano coi piedi su una pozzanghera di fango. “Oh! Di… oh…” “Non guardatelo, continuate a correre!” Ma c’era poco da correre, perché tutto si svolse in brevissimi secondi. Il nostro pick up era a cento metri, non di più. L’avevamo parcheggiato distante dalla neve alta, non si può mai fare troppo affidamento sulla trazione integrale. Io me ne intendo e quindi fidatevi. Ma dopo il primo assalto, il pick up era irraggiungibile. Buck fece per alzare il fucile ma io glielo colpì con una mano. Se avesse sparato, avrebbe colpito anche il radiatore, e allora tanti saluti. Perfino la mia pallottola poteva causare danni irreparabili, e comunque ne arrivarono altri, non si disposero solo davanti al motore, ma anche vicino alle portiere. Sparargli significava crivellare il fuoristrada. Mossa furba: hanno l’istinto dei predatori, ma non gliene frega niente di morire. Buck dice: “In una casa, presto!” C’erano molte case diroccate, con le porte marce. Ne sfondammo una, feci entrare tutti e sparai. Un colpo perfetto, il migliore della mia vita, ma dovevo quasi ricaricare. E’ incredibile come l’intelligenza e i riflessi si amplifichino sotto pericolo. Subito dentro la casa, poco distante dalla porta sfondata, io e Buck vediamo un grosso mobile, probabilmente un armadio per i cappotti. Lo spingiamo per chiudere l’entrata, ma forse non sarebbe stato nemmeno necessario. A parte che ci voleva niente a sfondare pure quello, era proprio il concetto di luogo chiuso a proteggerci. Non mi fermo a prendere fiato, non grido, non piango. Ribalto il tamburo, espello le cartucce vuote e prendo quattro colpi dalla tasca del giubbotto. Adesso i tiri sono ancora sei. Chiudo il tamburo e allora si, prendo fiato, e mi ci voleva sul serio. Buck si mette alla finestra, l’istinto del cacciatore contro l’istinto del predatore, due specie in lotta fin dagli albori, e capisco che tocca a me. Ma quando guardo le facce dei nostri clienti per poco non mi sento male. Erano diafane, contratte, i loro occhi mostruosamente spalancati, i denti scoperti, le labbra viola. “Non entrano. – dico, e la voce mi trema – Non sappiamo bene il motivo, ma pare che dentro gli spazi chiusi non entrino mai. E’ la prima volta che li vedo bene quindi… quindi devo fidarmi di quello che raccontano altri.” Mi chino sulle ginocchia, ho il cuore che martella, e immagino che anche i signori Doson non siano tanto lontani dall’infarto. Un cardiologo una volta mi disse: Chester, il tuo cuore di certo non è un metronomo, però, se può farti piacere, non dovrebbe lasciarti  a piedi tanto presto. Tuttavia, in quel momento, a me pareva che desse solo ticchettii a caso, come gli oggetti dentro le scatole di plastica quando le scuoti vicino all’orecchio. Strano, non sono bombe nel petto: il suono viene da un luogo remoto, come se il mio cuore stesse allontanandosi da me, sempre più nel profondo di non so cosa. Devo parlare, devo continuare a parlare per loro. “Sono abbastanza intelligenti, sempre stando a quello che ho sentito dire, sono veloci, ma ragionano come una mente collettiva, non hanno paura di morire, non ne hanno. A quel che ho visto, Gesù, proprio non ne hanno. Noi pensavamo… E’ ovvio, pensavamo che fossero solo storie per le notti di tempesta. Ma uno è tornato da qui, molto tempo fa, però tutti lo credevamo per quello che era, un povero matto e dunque…” E’ inutile, non sortisco alcun effetto. I due volti restano vuoti, statue di cera mal plasmate, mostrificate da un artista pazzo. Una torcia, la loro, è caduta, resta quella di Buck, ed io gliela prendo per ispezionare la casa, tanto lui è di guardia e non lo muove nessuno, è nel suo dna. Apparentemente, le voci, o la voce, perché tutto quello che sapevamo era tratto dalle nozioni di un certo Dave Cunnigam, circa la loro avversione per gli spazi chiusi, sembra fondata. Ma non possiamo stare lì tutta la notte, perché dopo una cert’ora la temperatura precipita. La mia idea è quella di cercare coperte, o qualcosa di combustibile, però mi illudo, non basterà. Fu la donna a sussurrare qualche frase. Sembrava che una colata di plastica liquida fosse sul suo viso, e le opacizzasse gli occhi. “S… Sono uo… Sono uomini? Sono umani? Me lo dica, per favore, sono uomini?” Mi guardava come una bambina terrorizzata guarda la madre dopo che un pitbull l’ha inseguita per tutto il parco. “No, signora, no. Io credo che… C’è stato questo tizio, Dave Cunnigam, ed è l’unico che sia tornato indietro a raccontare qualcosa. Ma lui non  era a posto col cervello e dunque…” “Sono nudi…” “Sì, signora.” “Hanno la pelle… Mio Dio, hanno…” “Non so cosa sia, signora, ma adesso cerchi di calmarsi. E’ una parola, ma ci provi. Dovremmo essere al sicuro. Lui, Buck, è un tiratore come ne esistono pochi, io con la pistola ci so fare quel che basta, ed ora vado nell’altra stanza a vedere se trovo qualcosa di utile.” “Non se ne vada!” Mi prese il braccio. Io penso che se una tenaglia maneggiata da un lottatore di wrestling mi avesse stretto l’ulna e il radio, probabilmente avrei sentito meno dolore. E quegli occhi, senza più anima, senza più alcun pensiero diverso dal terrore mi rimasero impressi, e probabilmente non me li scorderò per il resto della vita. “Devo, signora, se non restiamo… Cazzo, se non cerchiamo di mantenere la calma siamo morti.” “Lei rimane qui!” Non era una richiesta d’aiuto, non era un grido disperato. Era qualcosa di molto, molto più antico. “Tu resti qui! Tu resti qui!” “Signora, senti. – le presi il viso fra le mani inguantate – Ascoltami, dimmi il tuo nome.” “Dove vai?” “Dimmi il tuo nome, per piacere, cerca di dirmelo.” Lo sapevo bene, era come chiedere la combinazione della cassaforte di Fort Knox. “Dove vuoi andare, adesso? Perché non torniamo indietro?” Parlava in modo articolato, come se stesse decidendo se passare la serata al cinema o in un pub. Pessimo segno: le parole suonavano limpide, il volto era deforme. “Adesso riprendiamo la tua macchina e ce ne andiamo, no?” “Non possiamo, Sara, perché ti chiami Sara, giusto?” Questa volta non parlò, ma continuava a fissarmi. Cristo, quegli occhi… Mi rivolsi d’istinto al marito, non potevo reggerli a lungo, ma lui era una statua di ghiaccio. “Doson, mi sente? Doson, - cazzo, il suo nome di battesimo non mi viene in mente – Signor Doson, mi sente? Doson!” Ma come cazzo si chiama…? “Adesso prendiamo la macchina e ce ne andiamo.” Torno alla signora Doson. “Ti ricordi chi sono io?” “No. Sì. Tu mi porti a casa, vero?” E con una mano dura come la pietra mi percorre il profilo, il naso, le labbra, il mento. “Sì, ti porto a casa, ma non subito, non posso subito, mi capisci?” “Ah, sì.” Se avessi studiato psicologia avrei potuto dire che stava regredendo, ma siccome il mio titolo di studio  non va oltre i puntini da unire con una biro che poi viene fuori una figura, ero in grado solo di azzardare un’ipotesi. “Buck!” E non mi risponde. Resta lì, alla finestra col vetro rotto, e non mi risponde. Una lastra di ghiaccio mi passa da parte a parte. Se è andato anche lui, siamo tutti fottuti. Grido, come non avevo ma gridato prima e come, probabilmente, non griderò mai più. Mi sto deformando anch’io, forse anche il mio volto è simile al volto della signora Doson. E allora dico piano: “Buck.” E Buck non mi risponde.
Vedo solo la sua grossa schiena curva, impostata, pronta ad aggredire, ma la testa dice no, no, no. Mi avvicino, lo guardo bene. E lui ha gli occhi nel vuoto e con la testa continua a fare no, no, no. Non potete comprendere quale orrore mi abbia invaso in quel momento. No, no, no, diceva la sua testa, e gli occhi erano vitrei, e dalla sua bocca la saliva si cristallizzava sulla barba. Diressi lo sguardo dov’era puntato il suo, presumendo che non ci fosse nulla, e invece non feci nemmeno in tempo ad avere un conato di vomito. Ecco, di questo passaggio ho ricordi proprio vaghi. Ricordo ciò che misi a fuoco, purtroppo lo ricordo, ma poi mi vedo a svuotare il tamburo della mia pistola, a correre verso la signora Doson e a rannicchiarmi accanto a lei, conservando miracolosamente quel minimo di senno che bastava a ricaricare la 357 magnum. Un colpo alla volta, uno per uno. Tic, tic, tic. Sei. Facevo fatica a respirare, avevo una nausea tremenda. Presi il braccio della signora Doson e lo tenni stretto, e lei era mia madre, e io ero suo padre. “Mi porti a casa?” “Sì, tesoro, sì. Adesso dormiamo ancora un attimo, e poi andiamo a casa.” Furono proprio le nostre parole, me le ricordo perfettamente. “Adesso dormiamo ancora un attimo e poi vedrai che sorge il sole” me lo diceva mia madre, quando ero in panico per un incubo e non volevo restare da solo, al buio. La torcia era accanto a Buck, proiettava ombre contorte sulle pareti, sul soffitto, ombre terribili. Buck si volse, e una scintilla di speranza mi si riaccese. Invece vidi solo la faccia di un povero matto. Indicava fuori dalla finestra e, a bocca spalancata, una bocca orrenda, storta, cominciò a sghignazzare. “Aaah, ah, aahh, aahhh!” Mi chiusi le orecchie, non volevo sentirlo. Ma lui sghignazzava sempre più forte, urlava. Forse aveva visto qualcosa che io non avevo visto. Buck era forte, temprato, molto più di me. Forse aveva visto qualcosa ancora più orribile di quello contro cui erano piovuti i miei proiettili. Forse quella cosa ancora più folle era andata via. E al riso isterico di Buck si unì quello di Michael. Ecco come si chiamava. Michael Doson. “Smettetela, Cristo Santissimo, smettetela!” Inutile, più urlavo e più loro urlavano, proprio come in un manicomio. Michael si risvegliò, ma solo con la testa. Il corpo era abbandonato contro la parete, le gambe lunghe distese, le braccia a penzoloni. Muoveva la testa come uno di quei pupazzi con una molla al posto del collo, e rideva mentre rideva Buck. Li ammazzo. Adesso gli sparo, poi butto fuori i corpi così loro… Così loro cosa? Li mangiano, li succhiano? Cosa fanno? Li assorbono, uno sopra l’altro. Li prosciugano, forse. Non sapevo. Comunque li ammazzo. Ammetto di aver avuto pensieri più edificanti, in vita mia, ma nella circostanza in cui mi trovavo era la sola cosa che mi balzasse nella mente. Tutto, tutto pur di farli smettere. E fa freddo, molto freddo, molto più di quanto facesse veramente. Però farebbe meno freddo se stessi vicino a Sara. “Sara? Sara, mi senti?” Credo di sì, perché mi tocca una spalla, e sorride. “Sara. Sara… come stai?” “Fa freddo. Tu non hai freddo?” La abbraccio, la tengo stretta. “Hey, piccolo.” Mi dice, quasi riprendendosi un poco. Com’è tenera, com’è dolce, all’improvviso. Non la donna di prima. Mi aggrappai a quelle due parole come un naufrago si aggrappa ad una tavola di legno. Hey, piccolo. Mi piacque, tantissimo. Il tono di una donna adulta che parla a un ragazzo, che parla a qualcuno che ha paura, per rassicurarlo. Mi piacque, mi piacque davvero. Le risa si erano fatte monotone, cadenzate. “Sara, riesci ad ascoltarmi?” Mi feci di pietra. E il suo urlo… Il suo urlo a pochissimi centimetri dalle mie labbra, e i suoi occhi totalmente neri sul volto di cera e ragnatele mi buttarono contro la parete che faceva angolo. Lo stesso urlo di prima: un animale, non una donna, non più un essere umano. Un animale cieco e senza ragione che grida dal fondo di un pozzo. Mi ero illuso. Sara stava in mezzo alla stanza, con la bocca spalancata, la faccia pallida simile a un teschio, e gli altri due che la guardano e ridono, ridono e ridono. Rimango contro la parete, controllo i proiettili nel tamburo della mia pistola, ma lo faccio così, senza alcuna tattica. Quei versi disperati mi stanno facendo impazzire. “Piantatela! Piantatela tutti!” Era come gridare ad uno televisore col volume al massimo. E allora mi alzo, non guardo dalla finestra ma comincio a perlustrare la casa. E’ semplice, ci sono due stanze al pian terreno, la prima quasi subito dopo l’ingresso e la seconda che fa anche da cucina. Tutto è ruggine, polveroso, marcio. E buio, immensamente buio. Torno indietro, prendo la torcia vicino a Buck e penso che, forse, si sta strangolando dal ridere. Per qualche oscura ragione, non me la sento di privarlo del suo fucile. Ogni cosa è umida, coperta di muschio. Sfareggio qua e là con la torcia, illumino a casaccio, mi precipito sulle scale ed ogni gradino sembra una montagna. Tengo la torcia nella sinistra e la pistola nella destra, una sopra l’altra, come fanno gli agenti dell’ FBI, ma io non l’avevo mai fatto prima di allora e mai avrei creduto di doverlo fare. Morire congelato o spararsi una pallottola sotto il mento, quelle erano le mie opzioni. I motivi che mi avevano spinto a raggiungere il piano superiore non erano chiari neppure a me, forse volevo solo andarmene da quella cacofonia di urla, ma le sentivo ugualmente. Stanza da letto, bagno, altra stanza. Un fetore immondo. Mi copro la bocca con la manica del giubbotto, sto per vomitare. Ma almeno sono solo, e forse posso accendere un fuoco, forse posso fare qualcosa, forse… Il letto. Da quel maledetto letto, all’improvviso, si muove una forma. Ancora adesso mi chiedo come sia riuscito a restare vivo, a non morire semplicemente perché, di fronte a troppi orrori, si muore, punto e basta. Le coperte si sollevano, ma non c’erano coperte, si stava sollevando un chissà che di curvo. Sparo, due, tre, quattro colpi e ne conservo due. Sento che fanno flop,flop,flo-flop. La cosa torna a distendersi, ma io non ho il coraggio di illuminarla. So che non è la stessa che vedrei fuori, ma non voglio sapere cosa sia. Forse viveva da anni, su quel letto, al riparo. Era probabile che molte creature si stessero adattando, in un microsistema di assoluto delirio. Non scorgo altri movimenti, e allora, con le mani che mi tremano, ricarico la pistola. E grazie al Signore avevo in tasca una bel po’ di munizioni. Mi volto per tornare nel corridoio che dà sulle scale, e il faro della torcia illumina inaspettatamente il volto bianco dagli occhi nerissimi di Sara. Questa volta sì, cado a terra, e mi dico ok, è finita. Sento che il cuore non tiene più, è stato sottoposto ad uno stress eccessivo anche per un uomo abbastanza giovane. Incredibile come la vita si protenda ad elastico per durare, benchè niente la renda desiderabile. Hai una pistola, sparale. Il mio cervello funziona bene soltanto ne casi estremi, quello di Sara, del signor Doson e di Buck, evidentemente, era un altro tipo di cervello. Fatto per altre cose, strutturato per resistere ad altre fatiche. Io non stavo impazzendo, magari sarei impazzito di lì a poco ma, intanto, conservavo le facoltà necessarie. Non le sparo, non ci riesco, anche se è solo la crisalide della donna di poche ore prima. Mi rimetto in piedi, noto che in mano tiene un utensile da cucina, un pesta carne o roba simile. Doveva averlo trovato mentre io mi precipitavo sulle scale. “Sara, lascialo giù.” E’ sotto tiro, ma cerco di rintracciare, in lei, qualche aggancio alla ragione. Fu allora che vidi il rivolo di sangue scenderle dalle labbra violacee. “Che hai fatto, Sara? Per Dio, che hai fatto?” Quelle non sono le sue labbra. Erano abbastanza carnose, e il colore di prima non mi sembrava tanto scuro. Avanzo di un passo ma lei alza una mano e punta il dito verso di me. E si mette a ridere, vomitando sangue dalla bocca, dalle gengive squarciate. Si era colpita più volte, frantumandosi ogni dente. Fuori, fuori di qui, subito. Le scale, le stanze al piano terra, la voce di Sara al piano di sopra (le ero passato accanto più veloce di una volpe), le risa dei due folli. Afferro il fucile di Buck. Fuori, subito. Vuol dire morire? Vuol dire morire, mi sta bene. A questo punto ho solo vaghi brandelli di memoria. Ricordo il fuoristrada sempre più irraggiungibile e gli spari alla cieca, però io credo che quegli spari fossero ben mirati. Sono io, adesso, che penso di non aver visto. E’ probabile che la memoria tenti di proteggermi, concedendomi un balzo nel tempo. Salto dall’istante in cui sfondo l’armadio posto a protezione dell’ingresso al momento esatto della mia irruzione in un’altra casa (sfondarlo fu uno scherzo: aprii le ante e diedi un calcio all’esile parete di legno: Se quelle cose avessero potuto, sarebbero venute a prenderci come niente). Ricordo il dolore alle mani, ai piedi, per il freddo. Il dolore alle orecchie, perché con fucile e pistola scateno un inferno (la mia mente rimase vigile, ne sono quasi certo, altrimenti non sarei scampato). Il dolore più intenso che provo nel forzare la serratura ruggine, nel richiudere la porta alle mie spalle, nell’infilare il fucile fra le spesse maniglie ad anello, tutto mi provoca dolore, e un suono di liquame denso si abbatte sulla porta sprangata alla belle e meglio. Parte del liquido (di un rosso cupo) filtra fra le fessure e mi imbratta il viso, il giubbotto. Ma non saprei dirvi da cosa o da dove provenisse. Lo ripeto: non ricordo. Spiano la pistola e penso che è scarica. Illumino il mio nuovo rifugio, di certo abbastanza vicino a quello dove avevo abbandonato i tre pazzi, ed è una casetta piccolissima, ad un solo piano, e mi sembra che accanto, sul muro esterno, ci fosse un garage. Tuttavia noto che è diversa, meno sporca e disgregata dal tempo. Le pareti sono di legno, il soffitto è di legno, ed anche i pochi mobili, il tavolo, e c’è un camino. Un camino. Legna, sì, ma io voglio legna da ardere. Nessuno mette più piede in quel posto da decenni. Il faro della torcia sale lungo le pareti e trova una lampada a petrolio in cima ad una mensola, dove sono posizionate anche vecchie tazze e un vaso di porcellana decorata a mano, penso.

Non c’è il lampadario, non trovo neppure fonti di luce mobili come… Una lampada a petrolio, e un odore strano, e non fa così freddo, non come nell’altra casa. Non so se la cosa mi piaccia o meno. Prima di tutto, ricarico la pistola, e scopro con orrore che mi rimangono cinque sole munizioni. Ma prima di raggiungere con lo sguardo sconsolato l’ultimo foro vuoto del tamburo, un rumore distoglie la mia attenzione. Proviene dalla stanza accanto. Non è da escludere, penso, che ci sia qualcosa, ma potrebbe essere inoffensiva. Ero convinto, in effetti, che la sagoma scura sul letto, vista prima della totale pazzia di Sara, non avesse intenti ostili. Ragionavo per ipotesi, ovviamente, ma l’essere nero e senza forma che in un primo momento scambiai per una coperta ne aveva di tempo per aggredirci, invece era rimasto ben lontana, e forse provava paura. “Magari non tutti se ne sono andati da qui…” Il pensiero mi fa rabbrividire. Riassumo la posa da FBI, con torcia e pistola, ed esploro l’altra stanza. Intuisco che ci sono altri vani, oltre la parete che ho di fronte, piccoli, ma li trascuro perché, in quella che definiremmo una cucina abitabile, vedo alcune taniche, l’una sopra l’altra, e di nuovo lampade a petrolio a terra e dentro una credenza. Non sono mai stato forte in matematica, ma uno più uno fa due, e corro alle taniche. Piene. L’olio combustibile non si consuma, non si degrada e non evapora. Non è come l’olio da cucina o quello per i motori. E ora è tutto un gioco di aspettative: lo zippo che ho in tasca, le lampade, il combustibile, soprattutto la legna che vedo accatastata in una cesta accanto ad un secondo caminetto, più piccolo. Adesso la situazione assume una nuova forma, e la mia mente, come mi aspettavo, inizia a vacillare. Infatti il suono proviene da una delle stanzette attigue, e con esso si fa strada un pestilenziale odore di stalla. Ricordai di aver sentito un odore simile durante la visita ad uno zoo, nei recinti al coperto delle giraffe. Si moriva del misto fra letame, zolfo, aria respirata, gas e chi più ne ha più ne metta, mentre le giraffe sembravano sopportalo perfettamente. Belle le giraffe, altissime, enormi, ma fragili. Ti annusano con sospetto, si avvicinano e la testa è lunga quanto il tuo torace, ma è sottile. Le giraffe sembrano giganti di vetro, e un leone magari non le attacca, ma un uomo è in grado di capire quanto sia precaria la loro struttura. Ecco, mentre ero ad un passo dal raggiungere il passaporto per il sorgere del sole, mi persi pensando alle giraffe. Invece di caricare una delle lampade, di provare se lo zippo funzionava (l’avevo ancora?! Non l’avevo perso durante la fuga…?), tentare di dar fuoco alla legna in uno dei camini di pietra io rimasi immobile, con la testa a penzoloni, pensando che le giraffe rischiano di fratturarsi le caviglie ogni volta che bevono e che, in certe stagioni, mangiano le bacche allucinogene di una ben determinata pianta. Pazzesco ma è così, le giraffe si fanno, l’avevo visto in un documentario. Con calma mi tastai la tasca, e lo zippo c’era. Fumai una sigaretta, fissando il camino, e solo a pochi millimetri dal filtro mi accorsi che, se stavo fumando, allora significava che lo zippo funzionava. Idiota! Mi diedi uno schiaffo, scossi la testa, tirai un calcio ad una vecchia poltrona polverosa. Stavo andandomene. Pezzo di merda! Svegliati, non sei al sicuro! Non hai sognato, non stai sognando, quel che hai visto è la verità! (Ma lo ricordavo, quel che avevo visto, o già allora l’avevo rimosso? Non saprei rispondere.) Proprio sopra il caminetto di pietra scorgo una piccola tavola di legno con incisa una scritta. Mi avvicino per leggerla, illuminandola con la torcia di Buck. Era solo una riga, e la calligrafia mi sembrava elegante ma infantile. Intagliata bene, da mani esperte, più esperte ad intagliare forme che a comporre parole. Diceva: Questa è la casa che Bonnie costruì. Grazie Bonnie, pensai, chiunque tu fossi. Non immaginavo che, in un certo, orribile senso, l’avrei vista di lì a poco. Ha le finestre protette… Porca miseria, questa casa ha le finestre protette! Ecco che c’era di così insolito, le assi inchiodate alle finestre, e la luce impietosa della luna filtrava con maggiore fatica. Un formicolio di inquietudine mi partì dalle gambe e raggiunse lo stomaco. Prima di tentare la via del fuoco, prima di ipotizzare la possibilità di uscirne vivo, c’erano quelle due stanzette, e dovevo entrarci. Accesi una lampada a petrolio dopo averla caricata. Molto olio mi cadde sul pavimento, non riuscivo a tenere ferme le mani. Lo stoppino era breve, sfilacciato, ma bastò per far luce al posto della torcia di Buck, che preferivo non consumare troppo. Nel crepuscolo di quella fioca sorgente, avanzai senza la minima idea di quello che avrei incontrato. Ma se la lampada non mi cadde, se non corsi via anche da quella casa, allora, probabilmente, la mia testa stava già delirando, e una follia in più o in meno non faceva grande differenza. Strano, però, che questa follia mi rimase nella memoria. Chissà perché? La casa che Bonnie costruì ospitava ancora la sua padrona, quel che ne rimaneva. Calpestai qualcosa di morbido, appena entrato nelle stanzette, e si trattava di un topo, morto da tempo, ma senza addome. Gli era stato strappato e restavano la testa, la colonna vertebrale e le zampe. Sollevai il cane della pistola, e oltre la piccola tenda che divideva i due spazi bui e polverosi vidi un enorme, informe verme dal colore roseo nell’atto di rituffarsi dentro uno squarcio nel pavimento. Sembrava un serpente che avesse appena ingoiato un cervo, ma la struttura del corpo era ad anelli. Sarà stato lungo cinque, forse sei metri, un diametro di trenta centimetri, lo colsi mentre era attorcigliato, tutto vischioso e contorto su se stesso, schiacciato quasi, in due metri quadrati, ma ci mise un istante a sciogliersi e a fuggire. Vidi bene solo un’estremità, la “coda”, ma sono certo di aver visto anche la “testa” prima che sparisse nello squarcio fra le assi. Ed era proprio una testa, nel senso letterale del termine. Non una scimmia, non un cane, una specie di ibrido, ma con alcuni tratti inequivocabilmente umani. Da entrambe le parti lo stesso orribile, allucinante “volto”. Certe cose non gli servivano più, erano ancora al loro posto solo per i lunghi tempi che l’evoluzione chiede, tempi che a Crossway, però, erano comunque accelerati: gli occhi, ad esempio, non mi parve di notarli, ma c’erano fosse vuote, e una bocca spaventosamente grande, in grado di dilatarsi e mordere. Non c’erano peli, ma le labbra sì, e i denti, sottili, acuminati, ed anche lo spazio per una fronte, e il verso sibilante che la creatura, colta di sorpresa, mi rivolse era senza dubbio simile alle grida di Sara. Qualcosa di umano, sempre meno, ma ancora lì. Le labbra dentate e corrose dalla terra che ingoiavano per spostarsi rapidamente dentro il sottosuolo, la distanza fra gli occhi, soprattutto l’ “espressione”, un misto fra spavento e rabbia… Era stata una donna, e chissà da quanto tempo viveva come la cosa più abominevole che avessi mai visto, nelle viscere della terra. Urlai mentre chiudevo la porta che conduceva alle stanzette, reclusi per sempre i cadaveri di topi (alcuni sbranati ma chissà quanti ingoiati) e altra immondizia divorata e condotta lì, nel rifugio, da un ricordo atavico. E stavo ancora urlando quando spinsi una credenza contro la porta. E poi feci una cosa stranissima: mi diressi verso una parete e ci sbattei contro. Avevo le convulsioni, e  scaricai ciò che mi restava nello stomaco dentro il lavandino coperto di muschio. Eppure, nel delirio di quel luogo, un quadro mentale mi parve chiarissimo. Ed era la storia di sempre: alcuni se ne vanno, e scappano, altri restano, e si adattano. Mi chiesi quanto male noi, di comune accordo, avessimo dimenticato nel buio di Crossway. Chi abitava nella dimora che Bonnie costruì non si era rassegnato subito, aveva opposto un minimo di difesa, finchè possedeva mani per inchiodare assi alle finestre. Ma questo doveva essere accaduto all’inizio, forse nel tempo di una sola notte. E poi Crossway tornò ad essere il luogo dimenticato, ignorato da tutti, dal quale mai nessuno si spostava, per accogliere un nuovo giorno. Un giorno diverso, nella diversa vita di Crossway. Noi non trovammo niente, invece molti compresero, o per meglio dire intuirono, di doversi nascondere. Tutto accadde in poche ore, forse nell’arco di due o tre notti. Che cosa avesse liberato il grande contagio, tuttavia, sarebbe rimasto un mistero. Forse si stava alimentando da anni di una fede oscura, e degli amori carnali consumati nell’inconsapevolezza. Lo sperma eiaculato sul terreno e assorbito da vermi infetti. Con lo sguardo fisso e tutti gli arti che si muovevano per una sorta di autocoscienza, accesi un fuoco cospargendo i ceppi di combustibile. Non rimasi nemmeno in apprensione all’idea che la legna potesse essere troppo marcia. Semplicemente, o funzionava oppure no, non aveva più la minima importanza. Mi sentivo svuotato, morto dentro, esausto. Il fuoco crepitò a fatica, morse la legna con incertezza, e poi, alla fine, ne avvertii il calore. Mi sedetti a terra, con la testa poggiata ad un montante del camino. La canna fumaria era ostruita e una nebbiolina grigiastra prese ad invadere la stanza. Non mi importava, non mi importava più di nulla. Il fumo usciva comunque dalle fessure delle assi inchiodate alle finestre. I vetri erano infranti. Allora mi accorsi di avere freddo, solo allora. Rimasi stretto, gettando di quando in quando un ceppo nel camino, razionando la legna a disposizione. Non guardavo l’orologio per timore che fosse troppo presto. C’era altra legna in un cassettone, e bruciava comunque con una lentezza dolcissima. Io ne mettevo poca, quel che bastava per non lasciarmi assiderare, anche se l’idea di farla finita mi sfiorò più volte. Forse sì, mi sarei sparato, o mi sarei lasciato morire, ma qualcuno, là fuori, ad un certo punto della notte mi chiamò.
Sollevai la testa, credendo di trovarmi in un sogno. Non ero addormentato, però stavo in quel torpore più vicino al sonno che alla veglia nel quale la mente depura i ricordi, chiude la parete stagna della realtà e ti concede un minimo di respiro. Forse stavo morendo di freddo, non saprei. Il gelo mi entrò in gola come fosse quel gigantesco verme schifoso che avevo visto quando? Due, tre, quattro ore fa? La voce filtrava dalle fessure, la voce si faceva spazio nel buio ma l’avevo già sentita, e mi chiamava per nome. Solo il mio nome, senza aggiungere altro. Era Sara, che mi stava gridando tutto il suo disprezzo per averla abbandonata là, con quei poveri pazzi. Strinsi così forte il manico della mia pistola da strappare quasi i guanti. Sara, era lei, senza dubbio. Non se ne sarebbe andata, sarebbe invece rimasta lì, con gli altri mostri di quel paese, e per tutta la vita mi avrebbe rinfacciato di non averla aiutata quando ancora potevo. Non saprò mai se stavo ascoltando davvero le urla di una donna oppure se fosse la mia mente a crearle, però quel suono stridulo di corde vocali sempre meno simili alle mie, quel nome pronunciato senza più i denti, solo traverso gengive sanguinanti, vi parrà assurdo, ma fu il terrore più violento che mi capitò di sperimentare durante la notte più lunga della mia vita. Raccolsi la testa fra le mani, mi voltai verso una parete, mi strinsi lì, come un cane spaventato che non sappia più a che santo votarsi. E le grida si fecero sempre più vicine, e cominciarono a scuotere la porta tenuta chiusa con la canna del fucile, e il fucile cadde, e sentii un vento di ghiaccio colpirmi la schiena, e quindi il mio nome pronunciato da pochi metri, ma con una voce che proveniva da abissi immemori. Non fuggii, non sparai, rimasi chiuso a riccio, paralizzato, negando il mondo per il semplice fatto che non lo vedevo. Passarono secoli, millenni di ere glaciali, ed io non mi mossi. Tanto che, ad un certo punto, credetti di essere morto. Non succedeva niente, il vento continuava ad entrare nella casa, a sferzarmi la schiena, a scompigliarmi i capelli. Passò altro tempo incalcolabile, il fuoco era spento da un pezzo, non sentivo più le braccia e le gambe, ebbi solo la consapevolezza di pensare che un assideramento avanzato fosse la sorte migliore che potesse capitarmi. Con quel senso di rassegnazione che solo gli umani sanno raggiungere, tentai di addormentarmi. Lei era dietro di me, non si muoveva e mi guardava? Era sufficiente che non mi toccasse, che non si avvicinasse di un altro centimetro. Che mi lasciasse morire così. Poi scorsi qualcosa di nero accanto alla mia testa protetta dalle mani, e probabilmente tremai come un coniglio che aspetta solo il colpo di grazia, quando le sue zampe sono spezzate dai pallini calibro ventidue, ed essendo una ceratura nata per fuggire, senza le zampe forse prova quello che nessun altro essere concepito diversamente dovrebbe sapere mai. Non era il suo occhio, non era la sua bocca. Lei stava china, sì, ma a due metri da me. Era la sua lingua, un immondo tentacolo grigio e gocciolante che le scaturiva dalle labbra ridotte in poltiglia. Mi stava assaggiando. Sentii il tocco viscido ma quella cosa era fredda, era carne morta e aveva l’odore delle viscere lasciate a marcire.
Non so altro. Mi risvegliai in ospedale, rimasi sotto forti dosaggi di sedativo per settimane. Poi iniziai le terapie, e questo capitolo è ben lungi dall’essere concluso. Tutto qui. Vi ripeto, non so altro.

Carlo Baroni