Il Racconto del Mese: La Scala Fottuta

25/09/2009

Allora, non datemi del pazzo perché so benissimo che questa storia è assurda. Credeteci, non credeteci, resta il fatto che le cose iniziarono più o meno così. No, mi correggo, se non sbaglio fu il giorno prima. Anzi, no. No, mi sembra che le cose iniziarono proprio quel giorno. Giorno più giorno meno. Insomma, arriva Buck Todd nel mio garage proprio mentre sto smontando il connettore della turbina di una Chevy del ’78, e chiunque l’abbia fatto o abbia anche solo tentato di farlo sa quante imprecazioni siano necessarie per staccare quel connettore. Ce l’avevo quasi fatta, un lavoro da chirurgo, avrei consegnato il cassone ocra e bianco entro e non oltre le sei di sera a Seneca Clarkson, per la quale ho un mezzo debole, e, secondo me, lei ci starebbe pure se non fosse per quella stupida convinzione delle donne per cui più fanno le difficili e più diventano desiderabili. Da annotare subito sullo Stupidario delle Peggio Cazzate, prima o dopo le labbra rifatte. Ma non è che stessi pensando proprio a Seneca Clarkson, più che altro pensavo a come possa una donna magrolina e biondina con gli occhi azzurrini e chiarissimi guidare un veicolo tanto grezzo. E’ pur vero che l’auto svela chi sei nel profondo, dunque Seneca Clarkson si rivelerebbe, stando alla macchina, un’ amazzone infuriata. O forse mi piace immaginarmela così? Bisogna rifletterci, perché può darsi fosse la macchia di suo padre, o di suo nonno, magari tramandata di generazione in generazione. Io ho commesso pochi sbagli nel valutare le persone in base a loro veicolo, e ne ho visti di tipi assurdi con veicoli ancora più assurdi da quando ho aperto questa officina nel 1998. Ne è passato di tempo. Ma, professionalmente parlando, qui potrei anche prendere un granchio perché le mie fantasie su Seneca Clarkson si fanno talmente torbide da offuscare il mio giudizio. Però tutto questo dimenticatevelo pure perché, in effetti, non c’entra niente. Concentratevi su una Honda Civic bianca che irrompe a gas aperto nel garage e frena a due centimetri dalla Chevy. Io faccio un salto all’indietro e mando a puttane il lavoro di due ore. Individuo immediatamente l’uomo che sta al volante di quella deprimente vettura e lo indirizzo affanculo prima che possa scendere. Ma non mi ci vuole molto per accorgermi che è sconvolto. Con la chiave inglese del 18 in mano e la tuta sporca di olio accolgo Buck semplicemente guardandolo dubbioso. Lui sbatte la portiera della Honda e per poco non la sradica dalla carrozzeria, mi prende per la tuta blu e mi trascina contro una parete. Ha gli occhi grigi tanto spalancati che sembrano dei fanali allo xeno. Respira forte, a bocca aperta, è sudato fradicio. “Stava per uccidermi, quella fottuta!” Mi dice appena riesce ad articolare le sillabe. Buck Todd non è quello che si possa definire un pozzo di scienza, e se è vero ciò che si dice, cioè che gli stupidotti sono abbastanza saggi, lui è l’ eccezione che conferma la regola. Misura circa due armadi accostati e mi supera di una bella quindicina di centimetri. Non ha due mani, sembrano piuttosto due ganasce da scavatrice, e mi tiene talmente stretto il colletto della tuta da farmi rischiare il soffocamento. Con il poco fiato che mi resta gli grido: “Cazzo, Buck!” Lui sembra svegliarsi, si guarda le mani, bianche dal tanto che stringeva, poi mi molla subito e si copre il volto. “Buck, che cazzo è successo?” Lui dice solo: “Quella fottuta…” “Quella fottuta chi?” “Ha cercato di uccidermi. Te lo giuro su Dio, ha cercato di uccidermi.” Gli do una scossa afferrandolo per le spalle, ma è come muovere un macigno. “Buck, per la miseria, chi ha tentato di ucciderti?” “La scala. – dice lui – La scala fottuta.” Mi cade la mandibola alle ginocchia e lo fisso dritto negli occhi. “Ti andrebbe di ripetere?” “Quella scala fottuta. – ripete lui – Quella che porta in soffitta. Stavolta c’è mancato un soffio.” Se penso alla fatica che avevo fatto per staccare il connettore della turbina senza stravolgere l’interno motore mi verrebbe voglia di prenderlo a calci, ma è circa quattro volte me. “Buck, senti… - provo a dirgli dopo essermi grattato il mento guardando il soffitto del mio garage – Senti, succede di continuo nei film dell’orrore. Io ho come cliente un professore di antropologia, o forse di filosofia, comunque cose da farti uscire di testa, che prendeva sempre a calci il paraurti della sua Renault. Io gli faccio: professore, perché picchia la sua Renault? E lui mi fa: perché i francesi sono buoni solo a cuocere le rane, questo cesso fa schifo. E allora io gli faccio: sarebbe meglio prendere a calci in culo un francese, la macchina non c’entra. E sai che mi fa lui? Mi fa: si chiama animismo. E’ quando ce la prendiamo con gli oggetti trattandoli come se fossero vivi. Animismo. Mi sembra animismo, perché mi feci spiegare bene quel concetto. E lui mi fa: hai presente Christine, la macchina infernale? Ecco, quella roba lì è animismo. Buck, ho notato che c’è pieno di film dell’orrore basati sull’animismo: macchine pensanti, telefoni che ti fottono la mente, motoseghe che ti inseguono, orologi che ti ipnotizzano, pistole che ti perseguitano. Cazzo, Buck, in genere sono oggetti che usiamo, o portiamo con noi, si può sapere che cazzo c’entra una scala? Ti rendi conto di che idea del cazzo sia una scala? Se anche ci sei caduto…” “No, no! No! No, cazzo, no! – tuona Buck riprendendomi per il colletto – Io non ci sono solo caduto. Ho un bernoccolo sotto i capelli e una spalla che brucia come le fiamme dell’inferno, ma non ci sono solo caduto da quella fottuta scala.” “Ma certo. E ora mi dirai che è stata la scala a farti cadere.” Mi guarda tentando velleitariamente un’aria arguta. “Sì.” E non aggiunge altro. Mi lascia andare, io sfilo una Camel dal pacchetto che ho nel taschino e me la accendo. Mi siedo su una tanica di lubrificante per i giunti cardanici e altri arnesi simili. “Senti, Buck…” Ma non so proprio che dirgli. Ci riprovo. “Senti, Buck… Cristo, non poteva succederti qualcosa con un rasoio elettrico, oppure, che ne so, con un trapano? Almeno avremmo avuto una storia da raccontare, perché questa, lasciatelo dire, viene fuori proprio una storia del…” Mi interrompe. “Stavo andando in soffitta, hai presente la mia casa, no? Ci stavo andando, Scott, tranquillo come sempre. Non avevo fretta, non mi stava squillando il telefono, ci stavo andando e basta. Scott, mi segui?” “No.” “Scott, non so perché ci sono andato.” “Spiegati meglio.” “Scott, non avevo nessun motivo per salire in soffitta. Eppure ci stavo salendo lo stesso. E quando mi sono chiesto: ma perché cazzo sto salendo in soffitta? Sono caduto come un sacco di patate. Non sono scivolato, non ho perso una delle mie pantofole mimetiche, quelle col pelo color mimetico, hai presente? Sono caduto e basta, come se il gradino fosse scomparso sotto il mio piede.” Attimo di silenzio, poi sbuffo. “Senti, Buck, nessuno sa mai bene perché cade, si cade perché… perché a volte si cade, va bene? Succede a me, succede a te, succede a tutti!” “Non è la prima volta.” “Che cadi da una scala?” “Non è la prima volta che cado dalla scala fottuta, non da una scala qualsiasi!” “E va bene, che c’è di strano? L’ho vista, quella scala fottuta. E’ ripida, ha gli scalini di legno consumato, se c’è al mondo una scala da cui è facile cadere è proprio quella, Buck. Cazzo, Buck!” “No, vaffanculo, è successo già tre volte, adesso non venirmi fuori con qualche stronzata da scienziato sapientone tipo chissà quante volte sono caduto da una scala e mi ricordo solo quella. No, bello, non mi freghi! La prima volta ho lasciato perdere, anche la seconda. Alla terza mi sono allarmato ma non ho detto niente a nessuno. Adesso però basta. La vuoi sapere una cosa assurda? Tutte e quattro le volte stavo salendo in soffitta senza nessun motivo.” Corrugo la fronte e spengo a terra la sigaretta. “Cosa c’è nella tua soffitta?” Gli domando in tono analitico. “Che cazzo c’entra cosa c’è nella mia soffitta?” “Se mi dici cosa tieni in soffitta forse scopriamo perché ci vuoi andare così spesso. Magari c’è qualcosa che vuoi prendere e te ne dimentichi. Magari è una cosa poco importante ed è per questo che te la dimentichi sempre. Io, ad esempio, avevo in ufficio, là dietro, sei catarifrangenti posteriori per le Cadillac, e ogni volta…” “C’è poca roba. – non mi sente più neanche, si è messo a guardare il pavimento con le braccia da scimmione che gli penzolano ai fianchi – C’è… C’è un baule con dentro roba vecchia, c’è una corda di canapa da venti metri e…” “Nel baule cos’hai messo?” “Nel baule? Nel baule ho messo stracci, attrezzi, un paio di magneti, un rubinetto vecchio. Tutte cose inutili. Poi c’è la corda e…” “Sei sicuro che nel baule non ci sia altro?” “Cristo, sì. Cazzo, vuoi lasciarlo perdere, quel baule fottuto?” “Va bene, vai avanti.” “In che senso?” “Dimmi cos’altro hai in soffitta.” “Una corda…” “Una corda del cazzo di canapa da venti metri, sì, dimmi altro.” “Dunque… Un armadio.” “Che armadio?” “Era di mia nonna, un armadio di legno.” “Che c’è dentro?” “Niente.” “Niente nel senso di niente, proprio niente?” “Nel senso che non c’è dentro un cazzo.” “Ok, meglio così. Che altro?” “A parte la corda, un bel po’ di legna per la stufa e… un telefono vecchio, rotto, che però mi piace, e un mangianastri che non funziona. E anche un parabrezza, e due cerchi da diciannove pollici.” “Due cerchi da diciannove, hai detto?” “Sì, esatto. Cromati.” “A raggi o a razze?” “A razze.” “Quante?” “Tre, erano di una Pontiac.” “Cento dollari. Se non ti servono te li prendo io per cento dollari.” “Scott, vaffanculo!” E, in effetti, me lo merito. “Ok, lascia perdere. – gli dico – fammi pensare.” Mi sfilo un’altra Camel. Penso che quei cerchi della Pontiac starebbero benissimo anche sulla Mustang di un mio cliente, ma Buck mi richiama alla realtà, o alla sua realtà. “Allora?” Alzo le spalle. “Allora proprio non saprei. Un telefono vecchio, un mangianastri che non funziona, un baule pieno di schifezze. Sicuro che non ci sia altro?” “Sicuro.” Tamburello le dita sulla tanica. “Scott. – mi dice Buck – E come se non volesse farmi andare in soffitta.” Strabuzzo gli occhi. “Ma per favore!” “E’ la verità, Scott! Io non so perché ci voglio andare, ma quella scala fottuta me lo impedisce. Quattro volte, Scott. Quattro volte che cado, e senza mai farmi troppo male.” Tamburello le dita sulla tanica, alla fine do un tocco deciso e la tanica fa denggggg. “Andiamo a vedere.” Gli dico. E mi alzo. “Ma… non devi finire?” “Telefono e dico che è pronta domani. Andiamo a veder la scala fottuta.”
Giusto il tempo per giustificarmi con Seneca Clarkson e prometterle uno sconto, ed eccomi sulla Honda di Buck. A guardarlo fa veramente schifo, quel gigante sembra un pupazzo di neve dal tanto che è pallido. Guida piano, con prudenza, come se avesse paura anche della strada. Esaurimento nervoso. Chi non se ne intende di psicologia cataloga tutto in questo modo, e deve essere così anche per Buck. Esaurimento nervoso. Arriviamo alla sua casa, che è identica a tutte le altre case del quartiere, e fa schifo almeno quanto Buck. Entriamo, c’è odore di burro d’arachidi, Buck mi accompagna lungo il corridoio, poi al piano superiore, quindi nel corridoio che divide la stanza da letto dal bagno ed ecco che tira giù la famosa scala fottuta, una di quelle vecchie scale in legno che si tirano giù dal soffitto, non saprei definirla meglio. La faccia di Buck diventa cianotica, si allontana di due passi, non mi sembra neanche vero, ho la sensazione di vivere una storia di paura da rivista di quart’ordine. Io guardo la scala, e non ci trovo davvero niente di strano, a parte i gradini consumati. “Posso salire?” Domando a Buck? “Io di sicuro non ti seguo.” Salgo. Ed è proprio come mi aveva detto Buck. Sotto le travi del tetto molto alto c’è una soffitta piena di cianfrusaglie e di polvere. Guardo nel baule, nell’armadio, mi guardo attorno alla ricerca dei cerchi da diciannove, li vedo ma sono da buttare, pieni di graffi e di ruggine. “Buck, - gli dico – è esattamente come dicevi tu.” E scendo. “Buck, senti, tu peserai tre volte me, questa scala cigola, è vecchia, è marcia, è inclinata male. Buck, tutto qui. Magari hai in mente qualcosa e d’istinto la cerchi in soffitta. Ok, quattro cadute su quattro tentativi sono tante, ma c’è sempre la sfiga, Buck. Ci vede da Dio.” “Se adesso tentassi di salire – interviene Buck – non mi accadrebbe niente perché ci sei tu. Ma quando te ne andrai, e io userò ancora questa scala fottuta, puoi scommetterci il garage che cadrò, forse per l’ultima volta.” Sto per tirare su la scala ma non lo faccio. Mi ci appoggio, invece. “E’ giugno, non hai bisogno della legna. Questa storia si risolve in fretta: non andare in soffitta. Per l’inverno ti comprerai una scala ben bilanciata, di metallo, la installerai tu o te la farai installare, ed ecco fatto: non cadrai più. Quanti anni ha questa scala? Un centinaio? Buck, questa poveretta non ti regge.” Fu allora che Buck mi guardò con un sorriso sarcastico, un sorriso di cui, francamente, non lo credevo capace. Sottile, ambiguo. Risaltava strano su quel faccione pieno di barba. “Sai, Scott, - mi dice – ho proprio paura che qualcosa di utile, lì sopra, ci debba essere, e non so se riesco a non andarci.” Allargo le braccia. “Fattelo venire in mente, oggi, domani, fra una settimana. Appuntatelo, poi chiamami e vado io a prendertelo.” Ancora quel sorriso, ancora quel senso di disagio che mi percorre come un brivido la schiena. “Penso che non funzioni così.” Mi dice. Io no so replicare, sul serio. Rialzo la scala e faccio per andarmene, ma la scala ricade nella posizione di prima. Faccio un salto e mi volto, non me l’aspettavo. Buck non si scompone, soltanto respira forte, lo sento ansare come un mantice. “Questa volta è per te.” “Che cosa?” Davvero, non riuscivo a seguirlo. “Vuole che tu salga. – sussurra – E scommetto che non ti farà cadere.” “Buck, per Dio! Ma ti ascolti? Cazzo, è una scala! Non è una bara, non è una Plymouth Fury rossa e bianca del ‘58, è solo una misera scala marcia, Buck! Un mio cliente che legge molto dice che Stephen King da una vita ci campa, su queste boiate, e tu le avrai viste in televisione. Però, Buck, se vuoi che io salga, se la cosa ti facesse stare meglio, dimmelo e basta e io salgo.” Giuro, non ho mai visto Buck tanto terrorizzato. Non mi dice niente, guarda soltanto la scala. Scuoto la testa, mi avvio rassegnato. “Buck, io salgo. Se cado, se questa scala mi fa cadere ruotando i gradini e tramutandosi in uno scivolo, tu bruciala.” E per salire salgo, come no? Sono magro, peso poco. E’ quello che succede una volta che mi trovo in soffitta ad essere strano forte. Perché la scala, la scala fottuta, non appena supero l’ultimo gradino si chiude di schianto. Lo ammetto, un saltello di paura mi scappa, poi sorrido. “Sei la solita testa di cazzo, Buck, fammi scendere.” Buck, il solito Buck. Capace di essersi inventato tutto, dico sul serio. Capace di aver fatto quella sceneggiata fin nel mio garage, non sto scherzando. “Buck, su, apri.” Buck è fatto così. Rieccolo, il nostro Buck! “Bello scherzo, davvero. Adesso apri, però, per poco non me la facevo sotto.” Buck è un buontempone, Buck riesce sempre a divertire tutti. Buck però non mi risponde. “Buck, è durata abbastanza. Ok, hai vinto, ci sono cascato come un idiota, adesso aprimi, per favore.” Buck è famoso per i suoi scherzi. Buck ha praticamente passato la vita a fare scherzi, avrei dovuto capirlo subito. Ma Buck continua a non parlare. “Buck, per la miseria, non si vede un cazzo qui sopra! Buck, non sto scherzando, abbassa subito questa fottuta scala! Buck…” Ma piombo a terra, mentre camminavo avanti e indietro per cercare l’interruttore di una lampadina forse inesistente ho messo il piede da qualche parte. Però che cavolo c’è attaccato alla mia caviglia? Rido, e rido di gusto. Quella corda, quella corda di canapa fottuta. Ma vaffanculo! Certo che la suggestione fa scherzi assurdi, e la scala, lentamente, si abbassa. Scendo e mi scuoto la polvere dai jeans. “Buck, devo ammettere che…” Lo guardo, è di pietra. Non esagero, è di pietra. “Senti, amico, lo scherzo è finito, va bene? La sai una cosa? Me la sono proprio fatta sotto! Come ai vecchi tempi, dico sul serio! Buck, che c’è?” Non parla. Sto per mandarlo al diavolo, però le parole di un uomo possono mentire, ma non la sua faccia. Soprattutto se hai una faccia come quella di Buck. Sento uno scricchiolio, dietro di me, e non ho quasi il coraggio di voltarmi. Buck è come uno specchio, gli vedo addosso quello che succede alle mie spalle. “E’ scesa da sola. – dico – Credo sia molto difettosa, Buck. Però, per favore, non dirmi che prima si è anche chiusa da sola, perché non sono una cima, ma neanche un idiota. Se ti va di scherzare fallo come ai vecchi tempi, questo tuo nuovo metodo non mi piace per niente.” Sono serio, serissimo. Però anche Buck è serissimo, e non si muove, con il sudore che gli gronda dalla fronte. “Buck, sai che faccio, amico? Vado nella tua rimessa, prendo due assi e qualche chiodo e blocco per sempre quella scala fottuta. E sai che farò? Verrò io ad installarti una scala nuova, quest’inverno.” E la volete sapere una cosa? Buck mi lascia fare esattamente quello che intendevo fare. Prendo due assi, una scatola di chiodi, una scaletta portatile e un martello leggero della Yale perfetto per lo scopo. Mi lascia inchiodare le assi al soffitto, mi guarda per tutto il tempo e non profferisce parola. “Ecco fatto. – dico dopo cinque minuti – Fine del problema. Vai a farti un drink, Misery non deve morire, perché hai un aspetto di merda. E non guardare tutte quelle stronzate che passano tardi in tivù, c’è gente che scrive solo grazie ai cazzoni come te.” Sono seccato, molto seccato. Ho chiuso prima del dovuto il mio garage, non ho consegnato la macchina a Seneca Clarkson, ho perso un sacco di tempo. “Ci vediamo domani.” Dico a Buck prima di andarmene. Sì, sono proprio seccato, ma non solo. Mi sono spaventato come un idiota, come un bambino stupido, come uno di quei poveri imbecilli che aspettano fuori dalle librerie l’uscita dei loro romanzetti da quattro soldi, e poi ci perdono la notte. Ero seccato con Buck, ma anche con me stesso. Non so, davvero, non so dire nulla di preciso. Ero a disagio, ero infastidito, e non sapevo esattamente il perché. Sì, uno scherzo, pensai verso le dieci di sera, mentre guardavo un film con Vin Diesel in cui l’astronave precipitava su un pianeta pieno di cosi simili a pipistrelli, e lui vedeva al buio perché aveva gli occhi modificati, si era fatto operare, o era stato esposto alle radiazioni, o sa il diavolo che fesseria. Uno scherzo, pensai alle undici e trenta, mentre mi versare un bicchiere di latte col fermo intento di dormirci sopra. Il giorno dopo avrei offerto uno sconto memorabile a Seneca Clarkson, e sapete perché? Perché sono un lavoratore molto serio, un professionista, e avevo fatto attendere la mia cliente preferita senza un giustificato motivo, dunque meritavo di ricevere meno soldi, anche molti meno soldi. La signora Clarkson era sempre stata gentile con me, ed io che aveva fatto? Per seguire un idiota mi ero giocato l’intero pomeriggio. Proprio così, pensai a mezzanotte, sul mio letto, con le pale del ventilatore a soffitto che giravano, mi ero comportato da stupido. Quella corda, poi, se mi aveva messo paura! Un bel capitombolo, e Buck che, probabilmente, ora stava ridendo di me in qualche pub. Però sembrava serio, molto serio. Non mi era mai parso un grande attore. Ma sì, una sciocchezza, pensai all’una di notte, mentre un’auto passava sotto casa mia diffondendo dalla radio l’ultimo singolo di Shakira. Mi venne in mente il video di quel singolo. Non sono un grande fan di Shakira, ma in quel video lei mozza il fiato. Adesso mi vedo Shakira che balla dentro un parallelepipedo e ha un gesto così ammiccante, ad un certo punto, che quasi quasi domani, appena consegnata la macchina a Seneca Clarkson, vado a comprarmi il dvd. Sì, per la miseria, merita la spesa. Mi resta in testa, Shakira, e sto pensando a come si muove anche verso le due, è sempre stata una ragazza particolare, non una delle solite sciacquette tipo Britney Spears o Paris Hilton, oppure quell’altra, come si chiama? Hannah Montana. No, ma che cazzo dico? Hannah Montana è per i bambini, non mi viene in mente il nome dell’altra. Ma come si chiama? Cazzo, non mi addormento finchè non mi viene in mente il nome. Quella che faceva la cattiva e poi si è sposata prestissimo, ma cazzo, come si chiama? Aspetta, non è possibile che non mi venga in mente, mi ricordo sempre tutto. Avril Lavigne, ecco! Mi pareva. No, Shakira è tutt’altro, nel pop. Shakira è una che ha anche rischiato cose sperimentali. E nel suo ultimo video è da infarto. Cazzo, invidio quello stronzo che è passato un’ora e mezza fa sotto casa mia, magari lui ce l’ha, il dvd, ed avrei proprio voglia di guardarlo, anche perché non è che io non stia dormendo a causa di Britney Spears o di Shakira o di Pink, il problema sta nel fatto che dalle dieci di questa sera, da quando è cominciato quel film assurdo con Vin Diesel, io sono nervoso per la mia figuraccia, certo, ma anche per una strana immagine che prende forma compiuta nella mia mente solo alle tre della notte. L’immagine di un martello che fa leva su se stesso per togliere i chiodi, e li sfila ad uno ad uno con tetro cigolio di legno, e poi vedo una scala che scende, lenta, malridotta, e un piede che si appoggia incerto al primo gradino, e poi al secondo, e poi mi precipito nella rimessa e mi sparo sul vialetto alla guida della mia Toyota Land Cruise. Incendio un paio di semafori e in vita mia non ho mai avuto un così terribile presentimento. Il martello cade a terra, e così i chiodi che tintinnano, e un gigante buono sparisce oltre la botola sul soffitto. Perchè non penso alla sua caduta? Sarebbe la cosa più ovvia, giusto? Ma perché non ho nella mente l’immagine di lui che cade? E’ questo che temo possa fare, no? Che tenti di salire su quella scala fottuta e non ci riesca. Invece io me lo vedo già in soffitta, sì, ma a fare cosa? C’è solo ciarpame, là sopra. Me lo vedo in soffitta quando arrivo davanti a casa sua, me lo vedo in soffitta quando butto giù il vetro della finestra al primo piano ed entro in casa chiamandolo a gran voce. Me lo vedo in soffitta mentre mi catapulto al piano superiore e non mi sbagliavo manco per niente, perché Buck non risponde e la scaletta di legno è abbassata. Me lo vedevo in soffitta, e avevo ragione, ma non ero arrivato a vedermelo appeso per il collo alla trave, gli occhi gonfi e riversi, la mandibola quasi divelta, la lingua arrotolata sul labro superiore. No, proprio non ci sarei mai arrivato a vederlo pendere, ormai morto, da quella vecchia corda di canapa.

Carlo Baroni