“Dove vanno le anitre di Central Park?”

01/02/2010

“Certe cose dovrebbero restare come sono. Dovreste poterle mettere in una di quell grandi bacheche e lasciarcele. So che è impossibile, ma è un gran peccato lo stesso”.
Così rifletteva Holden Caulfield all’uscita del Museo di Storia Naturale. Uno dei tanti passi che toccano qualche nostra corda segreta. Perché così è “Il Giovane Holden”: apparentemente semplice, colloquiale, da leggersi d’un fiato in un pomeriggio (“Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori prima che arrivassi io, e tutte quelle baggiante alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne”), eppure con una forza tale da diventare un simbolo per le generazioni che vi si riconoscono, non solo quella a Holden contemporanea, la generazione dei ribelli fratelli di James Dean, ma per tutti quelli che se lo portavano in borsa, sottolineato, avvertendo le pulsioni confuse di chi ha paura di crescere. Definito “romanzo di formazione” benché la storia sia tutta rinchiusa nel vagabondaggio di pochi giorni in una New York invernale, racchiude in sé tutto il trapasso di un’età, e il viaggio di Holden diviene un viaggio attraverso la linea d’ombra.
Salinger faceva anche dire a Holden che i grandi scrittori sono quelli che, appena hai finito di leggere un loro libro, vorresti avere per amici, e poterli chiamare al telefono tutte le volte che vuoi. Con lui non era possibile realizzare questo sogno. Chiuso in un volontario isolamento nella cittadina di Cornish nel New Hampshire rifiutava ogni uscita pubblica senza più riprendere la penna, accrescendo il proprio mito con l’immagine di vecchio orso schivo. Si è spento all’età di 91 anni, nel silenzio e nel riserbo con cui  oltre metà della propria esistenza. E’ sempre doloroso apprendere che se ne va uno dei tuoi scrittori preferiti, anche se aveva voluto morire da tempo agli occhi curiosi del mondo.
Forse il modo migliore per ricordarlo è seguire idealmente i passi del Catcher in The Rye, dalla pista di pattinaggio sotto il Rockfeller Center alle strade che gli destavano impeti di malinconia, attraverso una New York che in gran parte non esiste più e che solo la magia della Letteratura può lasciare intatta. Dirsi, ogni volta che si parte “quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio”. Chiedersi dove vanno d’inverno le anitre di Central Park, quando il lago ghiaccia, e se Salinger è là, da qualche parte, con loro....

Gabriella Aguzzi