Il racconto del mese: Vita di Sergio Jimenez

11/08/2010

Anni fa stavo viaggiando in Andalucia, quando mi fermai in un piccolo paese al suo interno. Era l'ora della siesta , ma fortunatamente un caffè ara aperto e così potei rifugiarmi nella sua ombra. Lì vi era un vecchio, col quale cominciai a chiacchierare. Fu lui che mi narrò le vicende di Sergio Jimenez, con le parole esatte che da lui aveva udito, mi disse. E con quelle parole esatte io ora la racconto a mia volta


Mashallah. A Dio piacendo. Era questa l'espressione tipica, e la filosofia di vita, di quegli uomini. Vivevano su una terra baciata dal sole, con una sabbia bianca e fine come talco e un mare turchese che ti toglieva il respiro, più in là la barriera di corallo che frangeva i flutti blu inchiostro, il paradiso turistico per milioni e milioni di occidentali, e loro nemmeno se ne curavano. Vivevano così, a Dio piacendo, in casupole afose, pescando. Se a Dio piaceva, la pesca era fruttuosa e potevano vendere il pesce al mercato, incuranti delle sue squame colorate da documentario; altrimenti poteva comunque bastare per sostentarsi qualche giorno. 
Giunsi lì per caso, naufrago di delusioni. Non ero diventato un reporter, non ero diventato nessuno e nessuno mi aveva mai amato. Non ero partito con un viaggio avventura che di avventuroso aveva soltanto il rischio che l'agenzia fuggisse coi tuoi soldi senza consegnarti in cambio i biglietti. Avevo preso la jeep, mi ero avventurato al di là delle montagne e da lì verso il mare, dove mi ero fermato per fare il bagno e dove mi fermai molto di più. Forse era piaciuto a Dio. Senz'altro lo ringraziai per avermi dato la saggezza di partire non con un inutile portatile ma con la vecchia olivetti, con la quale avrei potuto scrivere anche senza corrente. Era questo il mio bagaglio: fogli, macchina da scrivere, qualche paio di mutande di ricambio, sapone, una coperta e una macchina fotografica che presto si era riempita di immagini. Niente orpelli, soprattutto niente telefonino. Probabilmente il governo di quel Paese mi stava cercando perché il visto turistico era scaduto da un pezzo, ma finché non avessero scavalcato le mangrovie e non fossero riusciti a farsi dire da quei poveri pescatori che tra loro alloggiava uno straniero, non mi avrebbero mai trovato. Qualora, avrei lasciato il mio spazio di mare.
Non mi misi mai a pescare, per non disturbare chi di pesca viveva. Erano uomini, e donne (in quelle casupole, nascoste da sguardi indiscreti, c'erano anche alcune donne), assai cortesi e quando si avvidero della mia innocua presenza cominciarono a lasciarmi una porzione del loro pesce. Io in cambio intrattenevo i bambini più piccoli, quelli che ancora non potevano scendere a pesca coi padri, con storie stravaganti che non avevano mai udito, o intrecciavo cestini di paglia con loro e le loro madri, costruivo piccole lenze, zufoli e gabbiette per uccelli. Lentamente, mi accorsi che trascorrevo il tempo soltanto lasciando che passasse, ascoltando la risacca, senza più contare i giorni.
Quello che avvenne fu dunque un fulmine a ciel sereno.
Un giorno, non so se era estate o inverno perché da un bel po' avevo smesso di contare, sopraggiunse una barca. Era la barca di Martin Ocampo. Almeno, questo pensammo fosse il suo nome. La lettera che aveva in tasca era indirizzata a Martin Ocampo, Rua de la Indipendencia, Mendoza, Argentina. Altri documenti non ve n'erano. Il presunto Martin Ocampo era morto da qualche giorno quando la sua barca arrivò presso la nostra spiaggia spinta dalla corrente. Il sole lo stava già essiccando, e i gabbiani gli avevano mangiato gli occhi. Non presentava altri segni di violenza. Si era messo in mare, aveva lasciato i documenti al noleggiatore di barche, poi aveva avuto un malore e non era più tornato. Così sembrava essere, così doveva essere. Ne avremmo forse saputo di più se la busta avesse contenuto una lettera, ma era una busta vuota, e senza mittente. Comunque , il presunto Martin Ocampo non ci disse altro. Non aveva né tatuaggi, ne cicatrici, ne anelli. I denti erano tutti suoi. L'aspetto, essiccazione e mancanza di occhi a parte, era quello di un uomo ordinario, sulla quarantina, bruno, piuttosto corpulento. Aveva, ecco, una medaglietta di S. Cristoforo appesa al collo. Ne dedussi che fosse cattolico, e quando lo seppellimmo recitai per lui una preghiera.
Nessuno lo conosceva, nessuno lo avrebbe mai conosciuto, eppure per diverso tempo restammo tutti depressi e rattristati. Gli uomini, quando scendevano in mare, scrutavano l'orizzonte come se si aspettassero l'arrivo di una seconda barca, con la spiegazione del mistero, o forse con il signor  Martin Ocampo ancora in vita. I bambini ridevano meno e le donne, quando i loro uomini partivano per la pesca, si facevano un segno di croce, cosa prima di allora assolutamente impensabile, su imitazione del gesto che mi avevano visto fare all'interramento del signor Martin Ocampo. Quello sconosciuto che aveva avuto un malore mentre andava in barca in una terra straniera, aveva gettato un'ombra lugubre e maledetta sul villaggio, e da lì a poco avrebbe infestato la spiaggia col suo fantasma inquieto.
Trascorsero i giorni, nessuno vide il suo fantasma, nessuno vide altre barche, nessuno lo venne a cercare. Le donne gradualmente smisero di segnarsi e di portargli fiori, i bambini ricominciarono a ridere, gli uomini non scrutarono più l'orizzonte. Ma a me rimase l'inquietudine, con una domanda che continuava a frullarmi in testa: ma era davvero Martin Ocampo il signore per il quale avevo pregato? Cosa era successo veramente?

Otilio Suarez mi si presentò davanti una mattina afosa. Era un ometto nervoso, i radi capelli incolori e occhiali spessi con le lenti smisuratamente grandi rispetto al volto volpino del loro proprietario, ed era madido di sudore nel suo completo grigio giacca e cravatta, sebbene la giacca se la fosse tolta e fosse rimasto in maniche di camicia. Camicia incollata al corpo da tant'era fradicia, come fradicio era il fazzoletto con cui inutilmente continuava a tergersi il sudore dalla fronte. Da diversi mesi era sulle tracce di Martin Ocampo e si era per caso imbattuto nelle mie.
Mi spiegò che Martin Ocampo aveva truffato il fisco ed era fuggito all'estero per non farsi raggiungere dai creditori. Lui era stato mandato a cercarlo per conto di non ricordo quali avvocati. Mi spiegò tutto, ma non ricordo molto. Il caldo quel giorno era frastornante, e annunciava monsoni. Otilio Suarez sembrava sciogliersi e rimpicciolirsi man mano che parlava, come una candela accesa. Finché gli dissi che la sua caccia era terminata, si rilassasse e facesse un bel bagno, di cui sembrava aver alquanto bisogno. Imperturbabile mi rispose che la sua pelle non sopportava l'acqua salata, per caso avevo una vasca da bagno con acqua corrente fresca? Ci rimasi male per quel pover'uomo costretto a soffrire, e gli indicai il pozzo da cui poteva attingere un secchio da gettarsi addosso. Otilio Suarez, semplicemente, rispose no grazie e si sedette all'ombra a sudare in attesa che l'acqua venisse dal cielo.
Non tardò molto. Cominciò a scendere d'improvviso, a cataratte, a secchiate ben più violente di quelle del pozzo (e Otilio Suarez si rifugiò prontamente sotto la mia tettoia), accompagnata da folate di vento che piegavano gli alberi. Il mare era diventato nero come il cielo, e quando la violenza cessò, restarono ampie pozzanghere di fango sulla sabbia non più bianca, e la calura ancora pendeva sulle nostre teste.
Non so perché anch'io non entrai in mare, forse per simpatia, o forse perché il mare era limaccioso. Se fossi andato a fare il bagno, il tetto non mi sarebbe crollato addosso. Invece, carico d'acqua e rami, cadde. Mi colpì fortunatamente di striscio, ma mi ruppe una gamba e il mese successivo non potei muovermi se non dalla veranda alla spiaggia e viceversa. Otilio Suarez, miracolosamente illeso, si sentì in dovere di prendersi cura di me. In quel mese non nominò più Martin Ocampo, e invece mi raccontò di sé.
Era nato 52 anni prima a Buenos Aires, da una famiglia senza difficoltà né pretese, padre postino e madre cuoca. A vent'anni si era impulsivamente sposato con Vera Cavani, una ragazza molto carina che faceva la cassiera al caffè vicino casa, ma le cose non avevano funzionato, e si erano separati senza lasciar figli, ma diversi rimpianti. Le altre cose che mi disse erano forse meno biografiche, ma in qualche modo più importanti. Era un tifoso del Boca Junior, era goloso di gelati, amava i gatti, odiava i libri e – ma questo lo sapevo di già – non sopportava l'acqua di mare. Sorprendentemente, un giorno disse che gli piaceva dipingere, perché amava i colori, soprattutto le tinte decise, e trovai che l'affermazione stonava col suo vestiario e la sua personalità. Comunque, si mise effettivamente a dipingere varie vedute della spiaggia. La tecnica era semplicissima, direi elementare in modo imbarazzante, il tono realistico vagamente naif e, ora che ci ripenso, in ogni dipinto c'era almeno una figura umana. Lo avessi notato con maggiore consapevolezza allora, gli avrei chiesto il perché, ma è probabile che mi avrebbe risposto con qualche frase fatta e banalità. Quando parlava, aveva un modo di dire le cose che le rendeva tutte banali. Se mi avesse detto: il vero Martin Ocampo sono io e ho ucciso Otilio Suarez, lo avrebbe fatto sembrare qualcosa di sciocco e ovvio come se avesse osservato che oggi era caldo, ma quel che pesava era soprattutto l'umidità. In ogni caso, non disse mai nulla del genere. Una notte, in cui cominciavo a riprendere la capacità di muovermi, cercai, non so bene perché, i suoi documenti. Erano riposti con cura nel portafogli, passaporto e licenza di guida: ed entrambi portavano, senza ombra di falsificazione o dubbio, le generalità di Otilio Suarez. Lo stato civile lo dava ancora sposato a Vera Cavani, e comunque non mi aveva mentito nemmeno a questo riguardo: infatti, aveva detto di essere “separato”, non “divorziato”.
Un giorno – mi ero già quasi del tutto ripreso e già camminavo da solo sulla spiaggia, per quanto con l'aiuto di un bastone – gli chiesi di Vera Cavani. Disse che era graziosa ma inconsistente, non voleva figli né impegni. Da 20 anni stava con un altro uomo, “un brav'uomo” aggiunse e specificò. Mi disse anche come si chiamava, Rodrigo Echivarria. Chissà perché, mi aspettavo che dicesse “Martin Ocampo”. Rodrigo Echivarria gestiva un negozio di fruttivendolo, ma da tempo lei aveva smesso di aiutarlo, restava a casa tutto il giorno a dipingersi le unghie. Notai un accento di compassione nei riguardi di Rodrigo Echivarria, e non ne parlammo più.
E poi se ne venne fuori con certe osservazioni che mi ricordavano quelle di mio nonno. Filosofiche. Guardava i fiori, per esempio, e diceva che le ortiche pungono, e  questo lo sanno tutti, ma sono le acacie che ti tolgono il respiro, eppure i loro fiori sono così belli. Cose così, osservazioni banali che diventavano una sorta di proverbio per la vita: “ alleva corvi e ti mangeranno gli occhi”, “è l'uccello mattutino che mangia il verme” - ma lui se ne inventava di nuovi: “il sole sorge sempre a est”, “ci voglion tanti chicchi per fare un rosario”, “anche se lo guardi, il sasso non si muove”.
E nemmeno Otilio Suarez si muoveva. Erano trascorse settimane, forse mesi, da quando era arrivato, e lo avevo in qualche modo dato per scontato, mi ero abituato alla sua presenza come a quella di un cane fedele, o di un albero lì davanti alla porta, che sarebbe rimasto fino alla fine dei tempi come un dato di fatto. Mi occorsero pertanto diversi giorni per rendermi conto che, d'improvviso, se ne era andato.
Era partito una mattina presto, lasciandomi un biglietto: “grazie mille per la compagnia e l'ospitalità di cui ho abusato troppo a lungo; qui ormai non ho più nulla da fare, devo tornare. Grazie ancora. Suo Otilio Suarez”. Tutto qui. “Suo Otilio Suarez”. Sì, in qualche modo era mio, e mi ritrovai per lungo tempo a scrutare la strada e il mare, in attesa di un suo ritorno che di giorno in giorno diventava sempre più improbabile. Improvvisamente le mie giornate erano diventate vuote. Ma perché mai avevo pensato che sarebbe rimasto per sempre? Forse perché io mi ero fermato lì per così tanto tempo da pensare che non sarei mai più tornato alla vita passata? Una volta, da bambino, avevo una tartaruga, Rachele. Forse perché da qualche parte avevo sentito dire che le tartarughe vivono cent'anni, mi ero convinto che sarei morto con la mia tartaruga ancora accanto. Invece un giorno sparì. La cercai per settimane in tutti i cortili vicini, e poi anche in quelli più lontani, ma non la ritrovai mai più. Piansi. Stavolta non piansi, ma in qualche modo la scomparsa di Otilio Suarez mi ricordò quella della tartaruga Rachele.

E poi arrivò Florindo Gardin.
Non di persona, non esageriamo: già il sottoscritto, Martin Ocampo e Otilio Suarez costituivano una cospicua colonia argentina in questa isoletta sperduta dall'altra parte del mondo. Arrivò attraverso il giornale. Lo aveva preso uno degli uomini quando era andato al mercato della città al di là della barriera corallina, sulla terraferma. Era un vecchio giornale con cui era stata incartata la merce acquistata. Il giornale diceva che un cittadino uruguaiano, Florindo Gardin di 33 anni, era stato brutalmente accoltellato in una stradina del porto. Il tipo viveva in stato clandestino poiché il suo soggiorno turistico era scaduto da un pezzo, e qualcuno lo ricordava con sospetto e malevolenza per il modo poco chiaro che aveva di vivere. Non era scritto a chiare lettere, ma era evidente che si ringraziava Dio per averlo tolto di mezzo.
“Di tutti i locali, di tutte le città di questo mondo, doveva venire proprio nel mio”: così diceva Humprey Bogart di Ingrid Bergman in “Casablanca”. Tra me e Florindo Gardin non vi era mai stato nulla di romantico, per carità, ma la coincidenza era circa la stessa.
Conoscevo Florindo Gardin. Era l'insopportabile bambino straniero che abitava di fronte a casa mia e che per primo avevo sospettato della sparizione della tartaruga Rachele. Col tempo, non fui l'unico a sospettarlo di ruberie. Perché crescendo Florindo Gardin era diventato straordinariamente bello – alto, moro, con un fisico apollineo – e straordinariamente equivoco. Ladro, seduttore di donne sposate, spacciatore, adescatore di uomini, contrabbandiere, falsario.... In pratica lo si accusava di tutto, fuorché, forse, almeno finché era rimasto dalle nostre parti, di omicidio. Eppure mi dispiacque quando seppi della sua morte (“brutalmente e ripetutamente accoltellato”), quasi quanto mi dispiacque di non vedermi più Otilio Suarez tra i piedi. In fondo Florindo Gardin era parte della mia infanzia. Era come se fosse giunto fin da queste parti e si fosse fatto ammazzare per dirmi “hey, non ci siamo dimenticati di te, ma è tutto finito”.
Ricordo quando eravamo dei decenni – lui già così alto e atletico sembrava ne avesse molti di più. Giocavamo al pallone per strada. Non ricordo chi vinse. In realtà non c'erano nemmeno squadre: eravamo quattro o cinque ragazzini che inseguivano una palla e cercavano di fare più gol possibili. In porta c'era Alvaro Gomez, che era cieco come una talpa. Tutte le volte lo mettevamo in mezzo,  e il poverino restava indeciso se farsi spaccare gli occhiali, e quindi la faccia, da una pallonata, o farsi infilare 12 volte su 12 tiri. Alla fine, ci mettemmo tutti a pisciare, lungo il basso muretto che separava la strada dall'orto di donna Fuentes. Florindo Gardin cominciò a pisciare sulle galline di donna Fuentes. Sentendole starnazzare disperate, la donna uscì furibonda, e allora  Florindo Gardin cominciò a mostrarle l'uccello con gesti osceni che la fecero rientrare in casa precipitosamente, strillando più delle galline. Il povero Alvaro Gomez, si aggiustò gli occhiali per vedere cosa succedeva,  e Florindo Gardin gli disse “vuoi provare?”, o qualcosa di simile, e gli spruzzò le ultime gocce di pipì sulle ginocchia e le scarpe. Questo era  Florindo Gardin a dieci anni. Dopo fu molto peggio, e tutto un “si dice che” fiorì attorno alla sua meschina leggenda. Scommetto che quando sarà giunta la notizia della sua morte cruenta avranno tutti detto “ c'era da immaginare che un tipo così avrebbe fatto una fine simile”, e nessuno avrà pianto, nemmeno sua madre. Sicuramente non Cristiana Duenas, che a sedici anni lasciò incinta, e fece abortire prendendola a calci.
Pensai a lui tutta la sera, alla casa in fondo alla strada, all'odore di cipolle, all'orto con le galline di donna Fuentes, al vecchio Gomez, il nonno di Alvaro Gomez, che aveva perso una gamba e continuava ad andare avanti e indietro lungo la via con le sue vecchie grucce. Poi mi addormentai, e quando mi svegliai c'era Martin Ocampo che mi guardava. Fu il rombo assordante di un tuono che mi strappò dai sogni di soprassalto, e alla luce dei lampi vidi, in piedi sulla soglia, fradicio di pioggia, Martin Ocampo, che scuoteva la testa fissandomi. Quando il bagliore si spense, scomparve.

Lo avevo quasi dimenticato, perché la sua presenza inquietante era tornata? Datemi pure del folle, ma la notte successiva mi ritrovai a scavare la fossa di Martin Ocampo per vedere se era ancora lì. C'era, indubbiamente, anche se il calore lo aveva precocemente decomposto. Martin Ocampo giaceva coi suoi segreti, e intanto si aggirava per la mia stanza, fradicio di pioggia e sconsolato.
Era tornato mentre pensavo a Florindo Gardin: era solo la morte che bussava o c'era un nesso tra i due? Volevo che anche Otilio Suarez tornasse, per parlargli dei miei dubbi, per trovare una soluzione. Povero Otilio Suarez! Che soluzione avrebbe mai potuto trovare lui, che compiangeva  Rodrigo Echivarria per avergli portato via la donna, che aveva attraversato il mondo per conto di un'agenzia di assicurazioni per arrestare un uomo, e trovarlo solo dopo morto. Se gli avessi chiesto consiglio, mi avrebbe risposto con una frase del tipo “una volta tolto, non puoi rimettere il dentifricio nel suo tubo” e sarebbe rimasto attonito a  fissare il mare, aspettando che la soluzione venisse da lì.
Una notte feci un sogno. Ero nella vecchia strada della mia infanzia e giocavo a pallone. In porta, come sempre, c'era Alvaro Gomez, ma stavolta non si limitava a non vedere a un metro di distanza: gli mancavano completamente gli occhi, come se glieli avessero mangiati i gabbiani. Florindo Gardin lo sbeffeggiava e prima di tirare un rigore gli diceva “spostati più a sinistra, guarda che tiro la palla in quella direzione”. Allora arrivava il nonno di Alvaro Gomez. Non si limitava a zoppicare, perdeva pezzi come uno zombi, ma quando raggiungeva Florindo Gardin era diventato gigantesco e cominciava a prenderlo a botte con la sua gruccia. Nessuno osava ridere, anzi qualcuno cominciò a strillare orripilato, e anche le galline strillavano ed era tutto un frastuono  che mi fece svegliare di soprassalto, incredulo nel sentire la notte silenziosa attorno a me.

E infine la soluzione venne proprio dal mare, tramite Rayat Saaratsatieng, funzionario di polizia. Addosso a Florindo Gardin avevano ritrovato un portafoglio, contenente soldi e documenti: i documenti erano quelli di Martin Ocampo, nato il 15 marzo 1950, residente a Mendoza, Rua de la Indipendencia, professione ragioniere, scapolo. Interrogando la gente del porto venne fuori che il signor Martin Ocampo era stato visto col signor Florindo Gardin due volte: la prima, il giorno avanti la morte di  Florindo Gardin, in un bar frequentato da gente equivoca dal quale si erano allontanati insieme per dirigersi verso una stanzetta presumibilmente abitata dalla vittima; la seconda un'ora prima che fosse rinvenuto il cadavere: nessuno aveva capito cosa stessero dicendo perché parlavano in spagnolo, ma stavano chiaramente litigando, e il signor Martin Ocampo, in particolare, pareva particolarmente esasperato e manesco. Si presumeva, pertanto, che  Florindo Gardin avesse abbordato  Martin Ocampo per loschi traffici, forse sessuali, e lo avesse derubato; accorgendosi del furto,  Martin Ocampo aveva ritrovato Florindo Gardin e nel litigio e conseguente colluttazione lo avesse ucciso. Ora il funzionario Rayat Saaratsatieng era riuscito a rintracciare il percorso del fuggiasco Martin Ocampo, anche grazie alla denuncia di un barcaiolo che, la sera stessa dell'omicidio, aveva visto sparire una sua imbarcazione.
Informammo il funzionario  Rayat Saaratsatieng che l'indiziato era a sua volta deceduto. Per la  seconda volta il cadavere di Martin Ocampo fu riesumato, per essere sottoposto ad autopsia. Il giorno dopo, un giorno particolarmente afoso e pieno di mosche, il funzionario  Rayat Saaratsatieng e il dottore Omar Ngamsan mi comunicarono che era morto di infarto e dissero che poteva essere nuovamente seppellito, visto che nessuno aveva reclamato il cadavere. Come la seconda volta, quella notte che venne a trovarmi, fui l'unico ad attendere alle esequie. La gente del posto non lo piangeva o temeva più, dopo aver udito la storia, e giravano alla larga dal luogo dove era interrato, come se temessero di contaminarsi.
Io guardavo l'orizzonte, e continuavo a tormentarmi. Un infarto. Soffriva già di cuore? Lo sapeva? La furia dell'uccisione, la paura, il senso di colpa: cosa gli aveva fatto esplodere quel muscoletto così essenziale? E perché tanto accanimento contro Florindo Gardin? Brutalmente e ripetutamente accoltellato. Poteva Martin Ocampo, ragioniere, compiere un gesto simile solo per un portafoglio? Forse la rabbia che covava era per via di quell'adescamento che lo aveva messo faccia a faccia con se stesso? O forse lo aveva lasciato a  terra svenuto e qualcun altro ne aveva approfittato per massacrare l'insopportabile Florindo Gardin?
Tutta la notte, e quella successiva, e tante altre notti ancora, una a una, interminabili nel loro susseguirsi sempre uguali, attesi invano che Martin Ocampo tornasse da me per dirmi qualcosa di più, finché alla fine mi rassegnai all'idea che, come Otilio Suarez, non sarebbe più tornato.

E un giorno, a Dio piacendo, anch'io partii. Di punto in bianco, senza addii lacrimosi. Forse, anzi, dopo la faccenda di Martin Ocampo, la mia partenza fu vista con un vago senso di liberazione: da tempo i bambini non venivano più da me a farsi costruire zufoli e gabbiette, come se il fatto che ero straniero come Martin Ocampo e Florindo Gardin facesse di me un pervertito e un omicida. Ma non fu per questo che me ne andai. Ne nessuno aveva avuto da ridire sulla mia presenza in terra straniera, nemmeno il funzionario Rayat Saaratsatieng. Non so perché lo feci, allo stesso modo come non seppi mai perché ero arrivato e rimasto. Ma una mattina tersa  che annunciava l'inverno raccolsi la mia olivetti, la macchina fotografica, i quadri di Otilio Suarez e partii. Otilio Suarez mi avrebbe detto che quando il paguro muore, l'attinia se ne va. Forse, mi ero semplicemente stancato di vivere coi fantasmi.
Ma non ho avuto la forza di tornare fino a casa, mi sono fermato qui, a metà strada, come vedete. Probabilmente temo, tornando nella mia via, di rivedere Florindo Gardin che si prende gioco di Alvaro Gomez.

Elena Aguzzi