L’America solitaria e luminosa di Hopper

15/05/2016

Sono gli stereotipi della cultura americana, così ricorrenti nella pittura di Edward Hopper, a farlo definire l’artista americano per eccellenza. I suoi quadri raccontano storie di gente comune o fermano un attimo e un riflesso nella lucentezza di un paesaggio. Hopper è capace  di raccontare l’America nei suoi luoghi più solitari, sia negli interni metropolitani che negli spazi aperti e sconfinati, a volte compiendo quasi un mix tra i due elementi, quelli claustrofobici e quelli infiniti.
E’ l’America della città e della provincia quella che Hopper dipinge, ma non quella dei grandi protagonisti, bensì quella di piccole storie solitarie, di frammenti di malinconia, di attimi rubati, immersi sempre, per contrasto, in una luce vivida, quasi a coglierla nell’istante di fulgore prima che si spenga. E’ l’America dei passaggi a livello e delle pompe di benzina, tanto poi ripresa dal Cinema americano, con ampiezza di citazioni (da Wenders a Van Sant gli esempi sono innumerevoli, ne riprendono gli ambienti, il clima e i colori, ma possiamo risalire fino alla casa di Psyco e agli interni del cinema noir).
Hopper non dipinge grattacieli e cattedrali. I fari sono i suoi grattacieli. Tornano numerosi nella sua pittura, fari di ogni tipo, colti nei viaggi lungo la costa del Maine. L’architettura delle case è grande protagonista del suo immaginario pittorico, in una prospettiva obliqua che divide l’inquadratura in spazi luminosi e zone d’ombra. “Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa” diceva e questo ha fatto, meravigliosamente.

Questo possiamo vedere nella bella mostra dedicata a Edward Hopper, a Palazzo Fava di Bologna fino al 26 luglio. Prodotta e organizzata da Arthemisia Group, Fondazione Carisbo e Genius Bononiae, Musei nella Città con il Comune di Bologna e in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York, segue il percorso pittorico dell’artista dal periodo giovanile parigino in cui entrò in contatto con la pittura impressionista fino agli scorci americani degli Anni 50 e 60. Il cammino attraverso le sale della mostra presenta dunque tutte le tecniche pittoriche  di uno degli artisti più rappresentativi del Novecento.
L’influenza impressionista è inconfondibile nei primi dipinti che presentano un Hopper meno conosciuto: Hopper ritrae Parigi, la Senna, i riflessi sulla sua acqua, inseguendo già quella ricerca della luce che sarà costante in tutta la sua pittura.
La trasgressione delle atmosfere parigine domina nella solitudine di  Soir Bleu dove la tristezza dei personaggi è immersa in quell’ora in cui la luce del giorno si fa ambigua. In Interno a New York è evidente l’omaggio a Degas.

Hopper torna poi in America, elaborando uno stile sempre più personale e diventando quel cantore della provincia americana universalmente conosciuto. Isola di Blackwell e Ponte di Queensborough segnano il suo ritorno a New York, ancora sotto gli echi dell’impressionismo parigino. I viaggi in auto compiuti attraverso l’America con la moglie Josephine Nivison  segnano l’inizio di un nuovo periodo e introducono quei motivi che torneranno ripetutamente nella sua opera. Le sue pompe di benzina hanno influenzato decine di road movie. La stazione di benzina diviene l’ultimo avamposto, oltre il quale inizia il regno della Natura, con la sua ombra insondabile. Case, fari, stazioni, pompe di benzina sono i baluardi che segnano il confine tra natura e segnali metropolitani, tra la luminosità del giorno e l’ombra indefinita della notte.

La dimensione urbana di Hopper è quasi sempre racchiusa nella solitudine di quattro mura. Lo vediamo nello Studio per Conference at Night, dal sapore noir e dallo Studio del celebre Office at Night, in cui vibra una tensione erotica non espressa tra l’uomo e la segretaria.
I suoi scorci metropolitani sono visioni fugaci di interni come colti da una sopraelevata. Hopper non si sofferma sui monumenti ma distoglie lo sguardo verso i piccoli segnali di vita, come in Manhattan Bridge dove coglie in primo piano un vecchio carrello. Il suo è uno sguardo cinematografico e lo scorcio su cui si sofferma è caro a chi frequenta New York.
Sono di un Hopper ormai settantenne ma ancora vigorosamente energico i capolavori South Carolina Morning e Second Story Sunlight. Hopper è tornato a Cape Cod, alla casa dipinta durante le piogge torrenziali dell’estate. Al di là delle simbologie e delle interpretazione che la critica vi ha cercato, Hopper vede nella casa vittoriana l’occasione per dipingere ancora quelle luci e quelle ombre che lo hanno sempre affascinato, insieme all’architettura degli edifici e alle abitazioni solitarie.

Gabriella Aguzzi