Game of Thrones

13/04/2013

When you play the game of throne you’ll win or you’ll die

Finalmente, dopo il countdown da parte degli appassionati, è iniziata negli Stati Uniti la terza stagione di Game of Thrones, per concludersi il 9 giugno, e presto “Il Trono di Spade” proseguirà anche in Italia. Un’attesa (non estenuante come quella imposta da Martin ai suoi lettori, poiché le serie televisive, causa anche la crescita degli attori più giovani, si susseguono al ritmo di una all’anno) appagata dal sempre affascinante impianto registico e dall’infittirsi delle trame attorno al gioco del trono.
Di tutti i libri che compongono le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (la serie televisiva continua a portare il titolo del primo volume) A Storm of Swords è infatti sotto questo profilo il più riuscito e ricco di sorprese e avvenimenti: in particolare, stando all’ulteriore suddivisione dell’edizione italiana che lo fraziona in tre volumi, da metà di I Fiumi della Guerra fino alle ultime pagine di Il Portale delle Tenebre, è tutto un susseguirsi di colpi di scena che danno impennate e svolte alla già fittissima trama. E ciò ha accresciuto le aspettative per questa terza stagione che, per la mole di eventi, è stata a sua volta divisa in due parti (non saranno più dunque sette, seguendo la numerazione magica della “mitologia” martiniana) e che, si suppone dai titoli delle puntate enunciati, arriverà a comprendere le fatidiche “Nozze Rosse” con “The Rains of Castamere”, in programma il 2 giugno.
Accanto agli intrighi di sapore squisitamente shakespeariano che si tessono ad Approdo del Re prendono sempre più respiro gli elementi fantasy, con la magia risvegliata dalla nascita dei Draghi. A Nord della Barriera incombe il pericolo gelido e sconosciuto degli Estranei, mentre al di là del mare Daenerys Targaryen avanza con i suoi Draghi liberando le città dalla schiavitù. Altri intrecci accompagnano l’avanzata della guerra dei Sette Regni: A Storm of Swords è anche il libro che profila il violento cambiamento psicologico di Jamie Lannister, personaggio tra i più riusciti dell’intera saga.

Per esporre tutto ciò la serie televisiva sceneggiata da Benioff e Weiss rispetta nel montaggio gli spazi dedicati ai molti personaggi e luoghi, che Martin esprime in una narrazione da molteplici punti di vista, in cui ogni capitolo, sebbene scritto in terza persona, riflette i pensieri del suo protagonista. Si perde tuttavia, nella pur necessaria semplificazione, il substrato religioso che è parte essenziale dei libri di Martin e acquista sempre più prepotente importanza. La religione del dio del fuoco adorato dalla sacerdotessa rossa Melisandre e da Stannis Baratheon prende via via il sopravvento sul culto dei Sette Dei e contrasta la minaccia del Nord, mentre sulle Isole di Ferro è adorato il dio abissale. Oscure profezie creano l’attesa per uno scontro tra il Ghiaccio oltre la Barriera e il Fuoco dei Draghi. Un contrasto di credenze e divinità che accompagna gli scontri sul campo di battaglia e quelli architettati da chi, come l’eunuco Varys e Ditocorto, manovra il gioco nell’ombra, ma che, nella riduzione televisiva, perde di spessore.
Come restano meno incisivi gli episodi oltre la Barriera, eretta a difesa dei pericoli ignoti di quella terra ostile e misteriosa, che i neri Guardiani della Notte hanno giurato di proteggere dedicandovi la vita. Il fascino oscuro e magico di questo mondo si perde vagamente nella regia, altrove più incisiva ed efficace come nella parte dedicata ad Approdo del Re, forse anche perché il giovane Kit Harington non ha il sufficiente carisma per sostenere il complesso ruolo di Jon Snow, infiltrato nel mondo dei Bruti e tentato a spezzare il voto (e continuo a ritenere inadatta anche Emilia Clarke per un ruolo di forza e fascino come quello di Daenerys).
D’altro lato la terza stagione introduce nuovi personaggi e nuovi attori, come Diana Rigg nel ruolo della “Regina di Spine” Olenna Tyrell, Ciaràn Hinds come Mance Ryder e Thomas Sangster e Ellie Kendrick nei ruoli del visionario Jojen Reed e sua sorella Meera, che già fanno la loro apparizione in A Clash of Kings a fare da guida a Bran Stark e che la trasposizione televisiva, che per esigenze narrative accorpa episodi anticipando alcuni eventi e posticipandone altri, aveva invece lasciato fuori per riservare il loro ingresso alla terza stagione.

Martin, da grande maestro della narrazione, muove una fittissima rete di personaggi, lasciandone in sospeso la sorte per interi libri e riprendendo il loro cammino libri dopo, come nel caso di Theon Greyjoy che abbiamo lasciato nel saccheggio di Grande Inverno al termine di A Clash of Kings e ritroveremo in disgrazia in A Dance with Dragons. Ne introduce di nuovi spostando altrove l’azione, come accade all’inizio di A Feast for Crows affacciandosi sul Regno di Dorne e la famiglia Martell, e lascia emergere antefatti, origini ed una vera e propria Storia a ritroso con le sue radici e le sue genealogie. Così facendo crea una suspense che costringe il lettore a tenere sempre unite le fila di una vicenda sempre più intricata che si fa vera e propria epopea di un mondo fantastico, aiutandosi con le mappe della terra di Westeros e l’infinito elenco dei personaggi, suddivisi per casata, posto in appendice ad ogni libro. E sorprende d’improvviso, con spietata vena assassina, uccidendo i protagonisti di cui abbiamo condiviso propositi e pensieri.
Una suspense che, tuttavia, le troppo lunghe attese imposte dall’Autore tra un libro e l’altro (5 anni per A Feast for Crows, altri 6 per A Dance with Dragons) smorzano od esasperano, facendo nascere il dubbio che abbia perso la vena creativa e l’estro che ha illuminato A Storm of Swords. La scelta, poi, di suddividere la vicenda per disegno geografico, narrando in un libro le vicende dei personaggi che si ritrovano all’interno dei Sette Regni e nel secondo gli eventi che si svolgono in contemporanea, lascia in sospeso troppe sorti e impoverisce la lettura, in particolare per A Feast for Crows, orfano della presenza di Tyrion Lannister e senza particolari guizzi se non per i capitoli finali dedicati a Cersei.

E’ inevitabile che tale complessità vada smarrita nella serie televisiva che sostiene la gigantesca impresa di condensare il tutto in 10 episodi di circa 55 minuti per ogni stagione, rendendolo al contempo chiaro allo spettatore. Quasi sempre gli sceneggiatori ne escono egregiamente, a volte risolvendo il problema con l’invenzione di nuovi passaggi, lasciando solo alcune perplessità, come per l’episodio, totalmente aggiunto e gratuito, del rapimento dei Draghi al termine della seconda stagione, che porta materiale laddove le esigenze produttive impongono di tagliare. Come pure la scelta di svelare subito l’identità di Barristan Selmy  sciupa la sorpresa del suo ritorno che Martin scopre dopo molti capitoli. E non si comprende la ragione per cui venga ingentilito il personaggio di Shae.
Se infine attori come Sean Bean (Ned Stark) e Mark Addy (Robert Baratheon) ci hanno lasciato alla fine della prima stagione, ritroviamo con piacere il pluripremiato Peter Dinklage nei panni di Tyrion Lannister. Se infatti il libro precedente e la seconda stagione glorificano Tyrion e le sue grandi manovre, dalla battaglia delle Acque Nere ha inizio la sua caduta al cospetto del suo grande e personale nemico, il padre Lord Tywin. Peter Dinklage lo tratteggia con ugual forza tanto nell’ironia e nel cinismo strategico quanto nell’amarezza e il disprezzo e possiamo definirlo un nano che giganteggia.

Gabriella Aguzzi