"Pilade" o sulla difficoltà di sedersi sul proprio trono

06/12/2010

Recarsi,regolarmente, a teatro e (per) vedervi “di tutto”, può generare una fucina di idee, divenire  occasione di confronto, linfa per lo  sviluppo di un pensiero  scenico personale e  collettivo da sostenersi in equilibrio dinamico mediante una  coerente speculazione  dialettica.
Al  di  là e  al  di qua  del palcoscenico, l'alchimia del rito deve compiersi in toto per assicurare il rispetto di un sacro  patto  di verità (riprodotta ) che come in uno specchio coincide con la  soddisfazione del  desiderio /bisogno  costante di riflettersi... meglio se seduti comodamente su poltroncine rosse o  blu  e  non chini  dietro un piccolo buco di  serratura. 
Tuttavia credo, a  buon diritto, di poter constatare  che vi  sono spettacoli rei di produrre  un'estrema  distanza, di allontanare  imponendosi  su un piedistallo di  novità terribilmente  vetusta spegnendo la curiosità con prediche noiose  per i vari fedeli riuniti.
La  pazienza  è, infatti la  virtù più  attraente del  pubblico  che noi abitualmente frequentiamo e  i  teatri altrettante palestre di  mortificazione : e io so di  gente che  si reca alle  funzioni  religiose e  politiche di una certa importanza anche  per soddisfare il suo  gusto per  lo spettacolo , così male esercitabile nei teatri.
Provando ad  analizzare  lo  spettacolo “Pilade” andato  in scena  al teatro Vascello fino alla  metà  del mese di ottobre  e  che , per ragioni  innanzitutto  di ordine  temporale, sottopongo  all'attenzione  generale  qualche  tempo  dopo la ricorrenza del trentacinquesimo  anniversario  della  morte  di  Pier Paolo Pasolini, le parole  su riportate a  firma  di Ennio Flaiano e, non  a  caso, contenute in una  sua recensione di “O di uno o  di nessuno” di Pirandello (Lo spettatore addormentato ,Adelphi,p 37) sono  affiorate in me come esigenza di  viva protesta a  difesa del vituperato Teatro, del vituperato Pa' e  della  sua  produzione drammatica ancora  oggi  poco compresa  e  soprattutto  superficialmente  studiata.
Escludo da  quanto  seguirà la grazia di  Manuela  Kustermann unica  àncora  di  salvezza di un lavoro naufragato sin dai primi minuti, che mi ha “imposto” per il suo volto così bello ed espressivo vividamente impregnato  di storia del teatro, di rimanere in sala quando il bandolo della matassa era  stato ormai  completamente  smarrito...o forse  non è mai  esistito!
Senza, come  si  suol  dire, né capo, né  coda la nuova  versione  di “Pilade”  si è distinta per un  solo merito:aver tenuto  desta l'attenzione  degli  spettatori  che fino  alla fine, eroicamente, nella  speranza di  districarsi in un dedalo (quasi impossibilitato ad  esistere giacché vuoto) si  sono interrogati sullo  strano evento visto in sala.
Inoltre mai  come in questo caso le  note di regia  si sono  rivelate  indispensabili  per tentare  di discutere dell'operazione esecrabile non per il risultato, sia  ben chiaro, ma  per il percorso che lo precede e origina, estremamente-sembrerebbe-abbozzato, falsamente  ringiovanito, insuperbito dalle certezze di apprezzamento che  un testo di ferro  quale la prima  tragedia  pubblicata da Pasolini senza dubbio potrebbe  assicurare, da quando perdonata, tollerata, esaltata  la sua  diversità intellettuale, morale, comportamentale non vi è uomo o  donna  che  non annuisca rapito da  un desiderio  di fresca contaminazione al sentir pronunciare la magica triade  della  lettera  P.
Davanti  a noi, le pagine del Manifesto per  un nuovo teatro di parola  , e le differenti versioni  del Pilade, manifesto politico  e  poetico, scritto e  riscritto , negli anni che  separarono Pasolini dalla  sua  morte.[...]Si  è molto lavorato sulla  riduzione del testo, per  portarlo alla  sua  essenza-tenendo conto delle  scritture e  riscritture  compiute  dallo  stesso Pasolini . [...]Ho lasciato  ad  altre  esperienze l'idea di un teatro di regia. Per  me  la  regia è sempre  stata, semplicemente, la  cura , con  in più l'onestà (culturale) e  la passione -  e  la  nostra formazione ci ha  sempre portato ad  altre terre.
L'ultima affermazione  di Bruno Venturi  è  davvero illuminante  per  chiarire come mai  gli  attori  in scena  sembrassero di  volta in volta sempre  meno  consapevoli di  ciò  che  stavano recitando, del lirismo, della  poesia, della musica delle  parole pasoliniane mai  riportate da  loro  al pubblico legando questi elementi a  corpi che da statici per rompere  la  monotona ed  allucinata esposizione delle vicende  fuggivano improvvisamente a  destra e  a manca senza  motivazione  alcuna mescolando gesti  e  parole farfugliati in una confusione avvilente.
La  regia  non è  semplicemente la  cura , con in più l'onestà (culturale) e  la passione, giacché  portare/mettere  in scena  un'opera significa rispettare  il sacro luogo su  cui l'attore agisce e  parla: il privilegio che il salire sulle assi  di legno  dovrebbe regolare con sapienza questioni di prossemica  e  bilance sembrano  essere state completamente abolite con il  risultato della completa  perdita di consistenza individuale e  collettiva...eppure  esistono per una ragione  non  ascrivibile ad una scelta  stilistica  o pedagogica, né  a  particolari metodologie avanguardistiche, bensì alle leggi connaturate  al paradosso (in senso  diderottiano) perpetuato ad ogni replica.
Ogni oggetto va impiegato sia anche  soltanto per il compito  connotativo nei  confronti  di un  personaggio, ma  non può  malamente  essere dimenticato, adagiato, lanciato senza la  precisione matematica  che in scena   l'azione coincida  con una presunta  naturalezza ovviamente  ricostruita. Tutti  gli elementi sono note  di  numerose  partiture  ritmiche che  eseguite  correttamente  da strumenti  umani ossia gli attori riuscirebbero a creare un ritmo,quello  della  vita  del  dramma da  veicolare in platea.
In “Pilade” la  profondità  dello stupendo palco   occupata a  destra da  un trono e  a  sinistra  da una  serie  di gradinate in modo  da  lasciare  un corridoio largo per i monologhi  dei protagonisti presuppone  una buona capacità  di ascolto nella  vastità, nella  nudità che  circonda i  corpi ancora vivi tra  cui quello di Antonio Piovanelli nel ruolo di  Oreste, di Oreste Braghieri alias   Pilade, ed  infine di  Manuela Kustermann nelle  vesti ora  di Elettra, poi  delle Eumenidi ed  Atena.
Se  alcune soluzioni hanno  destato  un certo interesse quali l'apertura  a  sorpresa del  sipario con un'immagine di  saluto  mélo della  Kustermann ritenuta dal pubblico  un monito al chiacchiericcio pre-spettacolare o la sequenza di  movimento nel ruotare a  terra il corpo compiuta dal servo ad intervalli  precisi  del discorso di Oreste ed ancora le musiche per potenziare ed universalizzare la tragedia, passi tardi e lenti, camminate  inconsistenti, traiettorie casuali,movimenti maldestri, luci troppo  forti a  colpire  davvero gli occhi degli attori  costretti a  ripararsi contorcendo il viso si sono tradotte  in orribili  sguardi verso il fondo per andare  a  cercare   il trono (fermo sempre nello stesso punto) su  cui sedersi. Inoltre  i tre  cambi  di  scena giunti  bruscamente e  fragorosamente  udibili  nel  buio, svelavano quel misticismo che la  minima sebbene  astratta contestualizzazione  aveva innescato e pertanto il rientro in una  nuova  dimensione sembra  essere  priva  di  senso unitamente a  gesti che  aspirerebbero ad  essere  codificati , portatori  di  significato secondo  la  lezione di Pina Bausch, privi  purtroppo di un'analisi alla  fonte della  loro  concezione.
Gli  effetti  sono figli  delle  cause, intrinsecamente: i  primi poco  speciali al  contrario di natura  posticcia  come la  terra cosparsa  simbolicamente sul palco, l'ampliamento  della  voce  di Elettra con tanto di  microfono  ed  eco lasciando  i  suoi panni  per  vestire quelli  di un altro personaggio femminile  caricano eccessivamente  la  messinscena la cui  comprensione  si   affida quanto al testo recitato  solo  all'italiano della Kustermann, giacché fallimentare   è  risultato l'esperimento  glocal così  descritto:
E  ci  interessavano ,ancora, questi incontri  di  corpi,  di  singolarità, in un costante e  reciproco rapporto  pedagogico -ecco  perché  quattro  stili  recitativi  diversi, e  quattro cadenze ,  quattro varianti locali  della  stessa  lingua.
Se nella  tragedia  di  Pasolini dotata  di  estrema linearità,  Oreste  è  identificabile  con un moto  continuo verso il futuro, Pilade,  al contrario  anela  ad una ritorno alle  origini, addirittura  allo stato di feto nel ventre  materno; purtroppo lo  spettacolo  non va ahimé da  nessuna parte e  perde l'obiettivo  di omaggiare un poeta  “come ne  nascono  di pochi”  secondo le  dichiarazioni  commosse  di  addio espresse   da Alberto Moravia nel 1975.
Rientranti  come da  quinte di nuovo le  parole di Flaiano: Ecco  un bell'apologo  che  gli  spettatori scontenti  dovrebbero meditare, anche per  convincersi che il  cosiddetto  divertimento non è mai  distribuito in parti  eguali  e  che  se , qualche  volta , nei teatri succede  che il pubblico non  si  diverte, il fenomeno va  considerato come  una prova  dell'equilibrio universale; perché verosimilmente , in quei casi , sono  gli attori che si  divertono.
In “Pilade “ tuttavia dove il  riso  non ha  spazio  tranne  che  per venature di  beffarda ironia, mi  auguro non si  sia  compiuta la citata  “profezia”.

PILADE 
da Pier Paolo Pasolini

con Antonio Piovanelli, Manuela Kustermann, Oreste Braghieri, Salvatore Porcu.
Scene e costumi del Pittore Lino Frongia
regia Bruno Venturi
produzione TSI La Fabbrica dell’Attore e La Nuova Complesso Camerata

Mariangela Imbrenda