Tenco rivive a Teatro con la voce di Baccini

10/04/2011

I punti in comune tra Luigi Tenco e Francesco Baccini erano tanti: Genova, prima di tutto, e una somiglianza fisica speciale. Anche Fabrizio De André a volte, parlando con Baccini, lo chiamava Luigi, e il fratello di Tenco, incontrandolo un giorno in ascensore, lo aveva fissato a lungo, per come glielo ricordava. E poi numeri e coincidenze che tornavano in maniera cabalistica, tanto che l’idea di portare Tenco a Teatro frullava nella testa di Baccini già da tempo, non per ricordare quella morte a Sanremo nel gennaio del 67, ma per ricordarlo da vivo, con la sua energia, la sua modernità, il suo precorrere i tempi. Per riscoprire un Tenco inedito, non così cupo e desolato come si è portati a pensarlo, e regalarci quella tournée che lui non ha mai fatto.
Per chi come me ha passato gli anni del liceo ascoltando e riascoltando le canzoni di Luigi Tenco fino a conoscerle a memoria questo è un regalo meraviglioso. La voce di Baccini ha delle inflessioni che a tratti la rendono identica a quella di Tenco e quando le luci lo colpiscono in viso, al pianoforte, per qualche istante sembra compiersi il miracolo. Ma Baccini fa di più. Non ricalca e allo stesso tempo non tradisce. Gli arrangiamenti di Armando Corsi e l’accompagnamento musicale dello stesso Corsi (alla chitarra), Filippo Pedol (contrabbasso e cori), Luca Falomi (chitarra acustica ed elettrica), Luca Volonté (sax, armonica, percussioni e cori) e Marco Fadda (batteria e percussioni) e l’interpretazione di Francesco Baccini danno una versione nuova e dinamica dei brani che forse, oggi, Tenco avrebbe reso proprio così, come la carica che trascina “Ognuno è libero”. Senza mai, però, sciuparne la bellezza del ricordo.
Baccini inizia con “Bang Bang”, la canzone di Dalida, il suo primo ricordo di Tenco, poi si sposta al piano e prosegue con la bellissima “Vedrai Vedrai” che già aveva incluso nell’album “Ci devi fare un goal”, storia di un ménage che prosegue per inerzia (“non so dirti come e quando, ma vedrai che cambierà”). Il Tenco accorato delle splendide canzoni d’amore si alterna di continuo ad un Tenco che aveva il coraggio, nei primissimi Anni Sessanta, di cantare il sociale (“Cara maestra”, “Ragazzo mio” “E se ci diranno” che, dice Baccini, “ci si stupisce che non sia diventata un manifesto dell’epoca”), arrabbiato, innovativo, a volte perfino ironico. Ma anche nelle stesse canzoni d’amore non era mi scontato (“mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”, “ed ecco che poi ho capito che ti amo e già era troppo tardi, per un po’ ho cercato in me l’indifferenza e poi mi son lasciato andare all’amore”, “un giorno mi sarò stancato di te che aspetti sempre e quel giorno ti farò aspettare inutilmente”).
Racconta piccole curiosità Baccini (i concerti con Celentano, Gaber e Jannacci, tanto che la poco conosciuta “Giornali femminili” potrebbe essere scambiata per una canzone di Gaber). Il suo Tour “Baccini canta Tenco”, che sabato 9 aprile ha toccato Lodi e proseguirà per Melzo, Trieste, Bologna e Vigevano, per arrivare venerdì 27 maggio al Teatro Smeraldo di Milano, riserva momenti splendidi, come la versione di “Un giorno dopo l’altro”, che Tenco cantava in francese nella sigla di apertura delle Inchieste del commissario Maigret (“Le temps file ses jours”) e in italiano in quella di chiusura (“ma i sogni sono ancora sogni e l’avvenire è ormai quasi passato (...) un giorno dopo l’altro la vita se ne va e la speranza ormai è un’abitudine”). Chiude con la versione inedita di “Ciao amore ciao”, quella censurata, che parlava di guerra e non di addio alle campagne, e che si intitolava “Li vidi tornare”. Ma poi torna al proscenio per cantare quella “Preghiera in gennaio” che Fabrizio De André dedicò a Luigi Tenco, e il momento è toccante: “Ascolta la sua voce che ormai canta nel vento, Dio di misericordia vedrai sarai contento”.

Gabriella Aguzzi