La Magia di Turandot

15/04/2011

“Tre enigmi mi hai proposto e tre ne sciolsi. Uno soltanto te ne proporrò. Il mio nome non sai. Dimmi il mio nome prima dell’alba e all’alba morirò”.

La Cina favolistica dell’ultima Opera di Giacomo Puccini è in scena al Teatro alla Scala (dal 10 aprile, prossime rappresentazioni il 16, 19, 20, 22 aprile e il 6, 8, 11 e 13 maggio) con tutto lo sfarzo dell’immaginario popolare. Una “Turandot” colorata che la regia di Giorgio Barberio Corsetti, che ne firma anche scene e costumi insieme a Cristian Taraborrelli, rende grandiosa con una scenografia fatti di palazzi cinesi che salgono e si abbassano, si ergono su due piani, accolgono il popolo atterrito e commosso e il trono dell’imperatore e fanno poi spazio ai duetti di sfida tra l’algida principessa e il principe misterioso. In scena anche gli acrobati della Flic Scuola di Circo della Reale Società Ginnastica di Torino, che accompagnano come in una pantomima i tre ministri Ping, Pang, Pong, a sottolineare l’aspetto ironico-grottesco dei loro personaggi e l’intrusione dell’interludio comico nel dramma, e immagini proiettate sullo sfondo in un caleidoscopio di luci e colori, poi, dopo l’apparire notturno di lanterne che apre il terzo atto, il palco si fa nudo per accogliere tutta la bellezza del “Nessun dorma” e arrivare al momento più alto e drammatico di tutta l’opera: il sacrificio di Liù.
Se dunque Puccini con “Turandot” aveva compiuto un passo inatteso nella tradizione del melodramma rivolgendosi al mondo esotico e senza tempo delle favole (stregato dalla bellezza di Turandot, un Principe misterioso si lancia nella sfida dei tre enigmi senza temere la morte che spetta chi non saprà scioglierli, deciso ad avere lei o morire, e a sua volta la sfida ad indovinare il suo nome), è nella figura di Liù che ritrova gli accenti più toccanti, donandole gli slanci lirici più consoni al suo universo di drammi struggenti e contrapponendola alla protagonista spietata e gelida. Liù è assai più vicina a Madama Butterfly, mentre il personaggio di Turandot, rispetto alla favola originale di Carlo Gozzi (a sua volta ispiratosi all’Histoire de Calaf et de la Principesse de la Chine), si ammanta tragicamente di un desiderio di vendetta che la rende terribile e aliena ad ogni altro sentimento umano. Su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni,  tutto doveva poi convergere verso la trasformazione di Turandot, il cui ghiaccio si scioglie cedendo infine all’amore. Ed è proprio davanti alla tragedia della piccola Liù che avverte il primo turbamento e un lampo di commozione. Ma proprio sul corteo funebre di Liù si compieva il lavoro di Puccini, che la morte coglieva prima che terminasse l’opera lasciando solo appunti per la partitura portata poi a termine da Franco Alfano. Il processo di trasformazione nell’ultimo duetto risulta così troppo brusco e repentino.
Ma a quasi 90 anni dalla sua composizione “Turandot” non cessa di meravigliare, specie se rappresentata nella cornice del Teatro alla Scala, magica come quel mondo fiabesco che vive sulla scena. Diretta da Valery Gergiev (sarà Daniele Callegari nelle rappresentazioni di maggio) vede in scena Maria Guleghina come Turandot, Marco Berti come Calaf il Principe Ignoto, alternandosi con Stuart Neill, mentre Ekaterina Scherbachenko e Maija Kovalevska si alternano nel ruolo di Liù.

Gabriella Aguzzi