Aida

02/03/2012

Aida è l’Opera maestosa per eccellenza, da sempre sposatasi a regie grandiose. E’ un’Opera trionfale, come la sua celeberrima marcia. E’ l’Opera scritta appositamente per essere rappresentata al Teatro dell’Opera del Cairo, pregna di rutilanti omaggi all’antico Egitto, l’Opera ideale per rappresentazioni all’aperto, in scenografie naturali ammalianti già di per sé. Mettere in scena Aida significa rendere omaggio al Melodramma stesso, in tutto il suo afflato. E questo doveva aver pensato Franco Zeffirelli quando nel ’63 diresse al Teatro alla Scala quell’allestimento scenico passato alla storia. Creò Templi, colonne, Sfingi, come a calare il teatro milanese sulle sponde del Nilo, caricò lo spettacolo di ori e colori per una messinscena da lasciare senza respiro.
L’Aida che ora, nella Stagione 2012, ci è dato di vedere al Teatro alla Scala è  in quella stessa regia storica di Zeffirelli, riproducendone l’uguale magia a distanza di quasi 50 anni. Ripresa da Marco Gandini, con la sontuosità di scene e costumi di Lila De Nobili, la coreografia di Vladimir Vasiliev, le luci di Marco Filibeck e diretta da Omer Meir Wellber.
Se i primi due atti sono il trionfo dell’opulenza - e Verdi stesso ne esaltò la spettacolarità introducendo nella stesura danze e cori – raggiungendo l’apice con la Marcia Trionfale, tradotta in un esaltante tripudio che vede sfilare in scena statue e cavalli, nella seconda parte l’Opera affonda in colori lividi lasciando spazio agli accenti disperati dei protagonisti travolti da questo dramma fatale. Si pensi che Verdi, più che essere interessato all’ambientazione e agli effetti esotizzanti che potevano essere ricavati dalla vicenda della schiava etiope, preferì concentrare le proprie forze per ridare nuova linfa al melodramma italiano. Se dunque da una parte abbiamo una rigogliosità musicale che si abbina ad un apparato scenico abbagliante, dall’altra abbiamo i toni sommessi di un dramma amoroso che affonda le sue radici nella finezza dell’introspezione psicologica, esaltata nei molti appassionati duetti.

Aida è un’anima divisa in due, ferita dal suo stesso amore per il nemico, combattuta tra l’amore per la patria, il padre, la tradizione, e l’amore per Radamès. Così com’è combattuto Radamès, l’eroe, il vincitore che dall’esaltazione del secondo atto precipita alla condanna di traditore. Combattuto tra l’amore e la gloria e tra le due donne che ne contendono il cuore. Ed infine è combattuta la principessa Amneris che la cieca gelosia per Aida spinge a condannare a morte l’amato e il dolore alla vana supplica per la sua salvezza. L’intera opera vive di questa dualità, fino al finale su due piani, l’interno del Tempio, dove Aida e Radamès uniti nell’abbraccio mortale cantano il loro addio alla vita e l’esterno con il canto funebre di Amneris.
Se il primo atto vanta la celeberrima aria “Celeste Aida” è dal terzo atto che la storia d’amore sfocia nella più pura tradizione del melodramma, accompagnata dai temi della gelosia e dell’ineluttabilità del destino. Spoglio ormai della folla che lo popolava, il palco, al sollevarsi del sipario sull’inizio del terzo atto, appare in una serale e velata luce azzurrognola, lungo una tranquilla ansa del Nilo. Nel quarto la scena è ormai cupa, adombrata da un nero funereo come gli abiti a lutto di Amneris. Che chiede un ultimo incontro con Radamès, ormai deciso a morire.
Applausi entusiasti alla fine dello spettacolo hanno salutato un magnifico Jorge De Leon, nel ruolo di Radamès, Luciana D’Intino, appassionata Amneris, Ambrogio Maestri, il padre etiope Amonasro, e Oksana Dyka, un’Aida in stato di grazia.

Gabriella Aguzzi