Teatro in Inghilterra: King Lear

31/05/2008

Ho sempre desiderato veder rappresentato Shakespeare così come l’ho visto a Stratford-on-Avon, con la Royal Shakespeare Company: il King Lear diretto da Trevor Nunn è uno spettacolo grandioso, a cinque stelle, grandiosa la messa in scena, grandioso Sir Ian McKellen nel ruolo di Lear. Diversissimo da quel Re Lear di Strehler che mi stregò 33 anni fa e ancora resta nella mia memoria: è un King Lear sontuoso, affascinante, cruento, carico di emozioni.
La magia all’interno del Courtyard Theatre si crea da subito con i movimenti scenici creati dal solo andirivieni degli attori che avvolge tutto il grande cerchio teatrale, in costumi che richiamano un tardo Ottocento, ma d’ambientazione imprecisa, a sottolineare il ripetersi nel tempo della tragedia tra padri e figli. Gli uomini al seguito di Lear fanno baldoria ed imbracciano fucili, poi scoppia la tempesta conducendo il vecchio Re sul baratro della follia, il primo atto si chiude con il Fool (Sylvester McCoy) penzolante dalla forca, quindi infuria la battaglia sporcando i volti di sangue e la scena si riempie di cadaveri.
Ian Mc Kellen, che in passato aveva interpretato la tragedia shakespeariana ma nei ruoli di Edgar (nel ’74) e di Kent (nel ’90 e giunse anche a Milano), compie la sua “scalata dell’Everest” a cui ogni attore shakespeariano aspira mostrando un Lear gigantesco che è molti personaggi in uno: un vecchio burbero, capriccioso e privo di giudizio che si bea solo delle parole lusingatrici (e qui si porta dietro la sua signorile ironia), un uomo umiliato che precipita gradualmente nella follia (urla e agita le grandi mani, sfatto dalla pioggia, ridicolizzato, lasciando scorrere tutto il torrente drammatico del delirio), un vecchio bambino che torna infine tra le braccia della figlia ripudiata, tentennante e fragile, e ritrova la ragione solo avendola perduta.
Parallela alla sua la tragedia di Gloster (William Gaunt), ingannato dal figlio Edmund (Philip Winchester), che solo nella cecità ritrova l’affetto autentico di Edgar (Ben Meyjes), il figlio esiliato. E lo stesso Edgar per ritrovare la sua dignità si degrada fingendosi folle. Perché King Lear è la tragedia della vecchiaia, della famiglia, del perdono, della capacità di resistere, ma soprattutto della pazzia: “Appena nati piangiamo per essere venuti su questo gran teatro di pazzi”.
E quando l’abbraccio travolgente saluta tutti gli attori non resta che unico desiderio: rivederlo dall’inizio ancora e ancora.

Gabriella Aguzzi