Macbeth stato ucciso

13/02/2013

La cosa più interessante della messa in scena di Macbeth da parte di Andrea De Rosa – al Piccolo Teatro Strehler fino al 3 marzo - è cercare di comprendere i contorti meandri mentali del regista, che offre così buon materiale per uno psichiatra. Mi duole dir male di uno spettacolo che vede come protagonista Giuseppe Battiston, attore tra i migliori della nostra commedia che ora ero curiosa di veder confrontarsi con la tragedia shakespeariana, ma lo scempio operato su uno dei più bei testi di Shakespeare e di tutta la storia del Teatro è davvero intollerabile.
Non siamo nuovi ad operazioni che trasferiscono Shakespeare in altre epoche, ma tutte avevano una loro ragion d’essere. Tralasciando le innumerevoli trasposizioni cinematografiche, si pensi allo splendido Riccardo III con Ian McKellen (prima di farsi film) o al Macbeth Clan che Angelo Longoni riscrive in chiave gangster. Ma in questa interpretazione, in cui in un salotto e in abiti borghesi, tra bicchieri di birra, si parla di re scozzesi e di battaglie, non vedo altra motivazione che quella di risparmiare su scene e costumi. Ma la scelta di recitare i dialoghi shakespeariani in maniera colloquiale tra risate di alcolizzati, anziché declamarli, può essere accettabile. Il resto è delirio.
Si inizia con un party, Macbeth, Banquo e una troppo sghignazzante Lady Macbeth sono ubriachi fradici e tre bambolotti seduti su un divano (le Streghe) annunciano con voce infantile le loro profezie. E anche qui passi: potrebbe trattarsi di un’allucinazione. Il guaio è che questo è il pezzo migliore. Il guaio è che i tre fantoccini continueranno a imperversare.
I protagonisti non fanno che cullarseli, Lady Macbeth se li mette sotto il vestito come incinta, li partorisce. Che significa? A un certo punto uno di loro diventa il figlio di Banquo (ma Fleance non era un ragazzino?). Perché?
Ogni tanto i personaggi si incagliano su una frase e si divertono a ripeterla. Esempio: ogni volta che compare il figlio di Duncan (è diventato uno solo per evitare troppi attori sulla scena) c'è un altro tizio che continua a ripetere "il principe di Cumberland". Dovrebbe far ridere? Dovremmo ridere anche quando il figlio di Duncan chiude lo spettacolo vomitando in scena? E’ un simbolo della reazione che suscita nello spettatore? Perché Lady Macbeth, dopo che ha indossato un pigiama per fingere d’essere stata destata, il pigiama non se lo toglie più neppure quando è diventata Regina? In compenso, durante la scena del banchetto, i due Sovrani sfoggiano delle corone altissime. Gli scranni attorno al tavolo, però, sono dei seggiolini da bambini sui quali devono stare rannicchiati; gli altri commensali, invece, si abbassano su sedie inesistenti. Ci sono anche dei lettini in miniatura. Anche di tutto ciò mi sfugge il significato recondito.
Il testo è sforbiciato di molto, alleggerendo lo strazio, ma si provvede ad aggiungere altre scene che Shakespeare non ha certo scritto di suo pugno, come quella in cui Macbeth e signora, ubriachi, spazzano il sangue col moccio e vantano i problemi dell’incontinenza. E il monologo del pugnale fantasma che guida i passi verso il delitto è interrotto da un ripetuto evocare luce e buio con effetti da prestigiatore.
Ma il peggio deve ancora venire e arriva con l'interrogatorio alle streghe, dove gli spiriti sono rappresentati da feti sanguinolenti. I quali poi, appesi alle corde, raffigureranno anche i soldati. E qui non siamo più nel campo della comicità involontaria ma del pessimo gusto. Gli ideatori di tale spettacolo andrebbero perseguitati dal fantasma di Shakespeare per la distruzione gratuita di un testo sublime.

Gabriella Aguzzi