Macbeth alla Scala

17/04/2013

Proseguono le celebrazioni verdiane alla Scala con l’Opera che è universalmente considerata tra i capolavori giovanili di Giuseppe Verdi, Macbeth, e che qui viene riproposta nella versione originale del 1847, presentata per la prima volta al Teatro alla Pergola di Firenze, ma per meglio dire è un ibrido tra questa e la più celebre versione parigina del ‘65, poiché contiene due arie successive, tra cui il coro degli esuli “Patria oppressa” che la regia di Giorgio Barberio Corsetti presenta nella scenografia di una monumentale mensa dei poveri.
Per l’Opera che segnò il primo incontro tra Verdi e Shakespeare, trilogia chiusa con gli ultimi capolavori Otello e Falstaff, il musicista stese di persona in prosa la riduzione della tragedia shakespeariana, per farla poi tradurre in versi dal librettista Francesco Maria Piave. Nel melodramma in quattro atti (qui presentato in due parti, con un intervallo e due brevi pause di 5 minuti) segue con fedeltà, pur abbreviandolo, il testo del Bardo di Stratford in ogni suo quadro. Eppure, anche nell’innegabile grandiosità, lo spirito verdiano resta distante da quello shakespeariano e tale fedeltà è solo calligrafica. La tragedia del dubbio e del rimorso, tra le più grandi mai scritte nella storia del Teatro, non riesce a trasmettere nel melodramma verdiano il medesimo senso di solitudine e di ineluttabilità del destino che accompagna il protagonista nella sua inesorabile e degenerante ossessione per il potere.

Le ultime repliche dello spettacolo in scena al Teatro alla Scala vedono la direzione di Pier Giorgio Morandi (Valery Gergiev ha diretto la Prima del 28 marzo e tre repliche successive) e in scena il baritono Franco Vassallo nel ruolo del protagonista, il soprano venezuelano Lucrecia Garcia che, applauditissima, dà vita all’avida malvagità di Lady Macbeth, mentre Adrian Sampetrean è Banco e il tenore Stefano Secco è Macduff.
Ma ciò che più resta impresso della messa in scena è la coraggiosa e innovativa regia di Giorgio Barberio Corsetti, autore insieme a Cristian Taraborrelli anche delle scenografie, che trasferisce il tutto in un imprecisato periodo storico che riecheggia gli Anni Venti (e fin qui nulla di nuovo poiché si segue la “moda” di molte trasposizioni cinematografiche volte a spostare Shakespeare più in là di alcuni secoli)e dipinge letteralmente la scena col sangue degli oscuri propositi e con violente e furibonde pennellate blu e verdi. Il risultato è un continuo alternarsi di fascinose suggestioni e di “trovate” che  non  mostrano alcuna motivazione se non quella di sorprendere e lasciano perplessi. Le fiamme che invadono, furiose e inquietanti, la scena dopo l’interrogatorio alle Streghe (“L’ira mia, la mia vendetta pel creato si diffonda, come fiera il cor m’innonda, come l’anima m’assal”) sono un esempio delle prime, le proiezioni sullo sfondo di immagini come il volto di Hitler appartengono al secondo gruppo.
Giorgio Barberio Corsetti sceglie una scenografia urbana che muta col semplice spostamento di pochi pannelli e richiama i quadri di De Chirico e al suo interno vi fa muovere una congrega di streghe e saltimbanchi dall’aspetto di miserabili accattoni. Il Coro, diretto da Bruno Casoni, si trasforma quindi nel Corteo Reale che attraversa la platea e si riproietta ingigantito su un megaschermo e ancora negli ospiti al banchetto di Banco, funestato dall’apparizione dello spettro, un brindisi che sembra appartenere più alla Traviata che al Macbeth (con la sola Lady Macbeth in costume classico tra gli altri novecenteschi). Soprattutto, al di là del dubbio su alcune invenzioni sceniche, la regia non sembra trovare un suo disegno omogeneo, affastellando quadri diversi, alcuni anche di forte impatto visivo, ma che nell’insieme non ne giustificano la trasposizione.

Gabriella Aguzzi