Il Mercante di Venezia

07/11/2013

Innumerevoli sono gli esempi di come Shakespeare possa essere reinterpretato, visto da diverse angolazioni, trasportato in altre epoche, poiché sempre ciò che racconta è immortale. Il periodo d’oro cinematografico di una quindicina d’anni fa, quando il grande schermo se ne era innamorato portandolo a protagonista assoluto, ne è testimone: dal “Romeo + Juliet” di Luhrmann al grandioso Riccardo III con Ian McKellen, Shakespeare si riconfermava prepotentemente attuale in ogni tempo.
L’operazione che Valerio Binasco compie con Il Mercante di Venezia, in scena con la Popular Shakespeare Company al Piccolo Teatro Strehler fino al 24 novembre, si inserisce in questo contesto e punta il dito sulla diversità dello straniero, di cui Shylock è divenuto l’emblema. In una Venezia frivola e goliardica fatta di tavolini da caffé e giovani gaudenti e in un’ambientazione che, per atteggiamenti e costumi, riporta a qualche decennio fa ma senza riferimenti precisi, si snoda così la commedia resa leggera dagli accenti dialettali e da cenni di comicità.
Si sa che il plot non è la forza del Mercante di Venezia, piacevole commedia di intrighi amorosi in cui giganteggia la figura dell’ebreo Shylock, uno di quei “malvagi shakespeariani” di cui l’Autore mostra e comprende la visione. E nel ribaltamento di ottica sempre perenne nelle sue opere emerge come reietto e disprezzato a cui non resta che la via della vendetta. Il pubblico è portato ad essere meno partecipe all’intreccio di passioni per concentrarsi sulla sua monumentale figura. Ecco allora che la regia di Binasco, per rendere l’opera più fruibile anche alla platea di oggi, punta più il dito sui conflitti sociali e sull’emarginazione di Shylock, estraneo ad una Venezia leggiadra che vive di chiacchiere, risate e pettegolezzi. Inevitabile che la trasposizione presenti qua è là qualche stonatura, soprattutto per quanto riguarda il quadro storico, ma vi si sorvola con la stessa naturalezza con cui il testo è proposto da una scorrevole recitazione, priva di orpelli come tutta la messa in scena.
Silvio Orlando è uno Shylock dimesso eppure grandioso, chiuso nel suo sofferto rancore. Regge il confronto con le precedenti interpretazioni (chi scriva ricorda un magistrale Dustin Hoffman sulle scene londinesi nell’89 e, naturalmente, il film con Al Pacino, in una versione, però, alquanto calligrafica) ed è, di fatto, la principale ragione per cui questo Mercante non debba essere perso dal pubblico milanese.

Gabriella Aguzzi