Penso che un sogno così...

19/11/2014

“Penso che un sogno così....”. Il sogno lo creavano le canzoni di quel Mimmo ascoltato nei dischi, visto sul televisore in bianco e nero, che accompagnavano i momenti della sua infanzia, gli umori, le estati. Il sogno era incarnare un giorno quello stesso Mimmo, impersonarlo, anche se con tanta paura. Così Giuseppe Fiorello racconta Modugno mentre racconta se stesso, alternando biografia e ricordi, passando da un’epoca all’altra, da Modugno al padre, che un po’ a Modugno assomigliava, e che lo cantava nei lunghi percorsi in macchina. Alterna malinconia e ironia, due modi di guardare al passato che un po’ si ricongiungono, parla ad un se stesso bambino e timido, e alterna anche voci diverse, quelle che hanno popolato un’infanzia di sognatore, vicina eppure un po’ arcaica, ed una spicca su tutte, quella di Modugno, che Fiorello riporta straordinariamente in tutte le sue inflessioni.
Fu proprio quando lo sentì cantare Vecchio Frac sopra un vecchio video di Modugno che Franca Gandolfi, la moglie, vi ritrovò lo stesso modo di metterci il cuore e questo lo convinse a superare ogni barriera e a decidersi a interpretarlo. Ma il lungo monologo, scritto dallo stesso Fiorello con Vittorio Moroni e portato in scena con la regia di Giampiero Solari, non racconta la genesi di uno spettacolo, anche se è lì che approda e si conclude: è la fotografia di un passato prossimo e della sua innocenza, evocato con la forza della nostalgia.
Mentre Mr Volare trionfava a Sanremo e in America, si fingeva siciliano e cantava in dialetto la storia di un pesce spada che sceglie di morire per amore, in un paese un bambino scopriva la vita insieme alle sue canzoni e a un padre che lo incitava a sognare. Le canzoni, le più note e le meno, si introducono a spezzare il monologo, sottolineando e commentandone i momenti più intensi.
Brillantissimo, Beppe Fiorello ne tiene splendidamente il ritmo, con un’emozione in più sul palco del Teatro Manzoni di Milano, dove 11 anni fa gli fu dato l’annuncio della nascita della figlia. E chiude, nei bis, con l’eleganza malinconica di Vecchio Frac.

Gabriella Aguzzi