Il Grande Cocomero

02/02/2015

Un testo che si rifà ai Peanuts e a Il Grande Freddo, omaggiandoli entrambi a partire dal titolo. La strana commistione, nello spettacolo scritto e diretto da Pier Vittorio Mannucci, stilla nello spettatore una diffusa amarezza che nel bellissimo finale sfocia in autentica commozione.
La Compagnia PaT  - Passi Teatrali, dopo l’anteprima nazionale al Roma Fringe Festival, lo ha riproposto al Teatro Delfino di Milano, dove a tutti è sfuggita almeno una lacrima.  Non crediate però che Il Grande Cocomero sia uno spettacolo svenevole o retorico; tutt’altro. La scrittura di Mannucci è ferma e decisa, spesso cinica e a tratti crudele, scarna ed efficace nel tratteggiare il ritratto di una generazione che, nonostante i successi, misura il proprio fallimento nella lontananza dai vecchi sogni e in quanto poco lontani si sia invece andati dalle insicurezze.
Ritrovatisi per il funerale di uno di loro, rock star uccisasi con la droga, gli ex amici di infanzia trasformeranno la veglia funebre in un rinfacciarsi i rancori di una vita. Senza risparmiare nessuno, neppure il morto, egocentrico preso solamente dalla propria musica, che in qualche modo ha influito sull’infelicità di tutte le loro vite. Incastrati ognuno ad amare la persona sbagliata, sfogando su altri l’acidità dei loro cuori, Linus, predicatore mormone dopo l’allontanamento dal college, Charlie, il goffo, il fallito, che a sorpresa ha fatto strada con le vignette proprio come Schultz, l’alcolizzata Sally, Lucy che sfodera le sue prepotenze sul fratello e sull’adorante, succube marito si insultano, si spiegano, ricordano. Nomi ed episodi, come la vana attesa del Grande Cocomero del titolo, fanno riferimento alle strisce dei Peanuts come se, svincolati dalle vignette e lasciati crescere nel tempo, fossero ciò che resta di quei personaggi di allora, sotto un carico di livore, di rabbia, di angoscia, di singoli sbagli che hanno cambiato tutto.

I segreti non detti vengono rivelati da flash back muti, accompagnati dalla nostalgia di brani musicali e dal vagare silenzioso e onnipresente del morto, ombra che osserva e grava sui suoi amici perduti. Che addita loro, dall’incomunicabilità che lo avvolge, come in quegli anni di infanzia sapessero esseri felici, e come quelli erano tempi, nonostante i dispetti, nonostante facessero schifo, perché erano comunque una squadra.
Sul palco Matteo Bertuetti, Matteo Castagna, Gledis Cinque, Gloria D’Osvaldo, Simone Fossati, Saverio Trovato danno vita ad un incontro scontro che passa da punte di ironia feroce attraverso il gettarsi addosso senza pietà le parole più amare fino a raggiungere accenti lirici.

Gabriella Aguzzi