Re Lear

26/02/2015

Impossibile pensare a Re Lear senza ricordare la grandiosa regia di Strehler degli Anni Settanta, mentre nel Teatro intitolato a Strehler va ora in scena un altro Re Lear, per la regia di Michele Placido, che con Strehler interpretò, sempre in quello storico decennio teatrale, la memorabile Tempesta. Strehler volle un Re Lear fuori dal tempo, a testimoniare l’universalità e l’immortalità della tragedia della vecchiaia e del declino, dello scontro tra padri e figli, della follia. Scelse un palcoscenico nudo, una landa immersa nel grigio (e scoccò allora il mio amore per il Teatro, la grande Magia). Una tragedia che si adatta ad ogni epoca e non risente dello scorrere del tempo. Kurosawa la trasferì nell’antico Giappone con il meraviglioso Ran. E anche la regia di Placido (in coppia con Francesco Manetti), la trasferisce in un’ambientazione senza tempo.
Il bric a brac che sovrasta la scena richiama, nel suo accumulo insensato, una visione desolata da fine del mondo, sotto una gigantesca corona spezzata. La simbologia che decora la corona, sovraccarica di simboli, è francamente azzardata, ma fortunatamente lo spettacolo non ne fa richiamo. La modernità della messa in scena si traduce in una recitazione sciolta e spigliata, non enfatica, a tratti quasi quotidiana, e in movimenti rapidi, senza nulla togliere alla grandiosità delle parole shakespeariane. Anche i costumi non riflettono nessun tempo preciso, le figlie di Lear si spogliano presto dei loro orpelli per rimanere in bustini di pelle che ne fanno risaltare la natura selvaggia, mentre la follia della passione e della brama di potere si impossessa di loro.
“E’ un testo spesso considerato irrappresentabile perché è talmente complesso, a doppi fondi – dice Michele Placido – Apri una porta e ne trovi subito un’altra, questo è il mistero dei grandi scrittori”. Re Lear è la tragedia della pazzia, il delirio che si impossessa del vecchio re spogliato del proprio potere ma caparbio e di chi resta accecato dal potere nuovo, ma anche la pazzia simulata, quella del Matto che con la sua vocina tenta invano di far rinsavire Lear, quella di Edgard (forse il vero protagonista, qui interpretato da Francesco Bonomo) che si finge pazzo e nella violenza repentina di una scena si trasforma nel povero Tom mendico e folle. Un gran teatro di pazzi su cui arriviamo piangendo.

Vi sono due tragedie parallele che vedono padri e figli travolti da incomprensioni e contrasti, da una parte Lear con le sue tre figlie, dall’altra Gloster ingannato dal bastardo Edmund, l’immancabile, affascinante, malvagio a tutto tondo, e salvato da Edgard, il figlio rinnegato. E tutti si fingono chi non sono. Edgard attraversa diversi personaggi prima di arrivare in scena come l’ignoto vendicatore di tanta ingiustizia, il fedele Kent si finge un umile servitore per stare a fianco del suo Re. Strehler volle suggerire che anche il Matto fosse una proiezione dell’affetto di Cordelia accanto al padre (Lear non grida forse, in punto di morte “Ti hanno impiccato, povero Matto mio”?) e lo fece interpretare dalla stessa attrice, come forse proprio in origine i due ruoli furono scritti per un unico attore.
Nel suo spettacolo Michele Placido affida il ruolo al figlio Brenno. Perché il Matto è la persona più vicina al vecchio Lear, lo “zietto”, come affettuosamente e ripetutamente lo chiama, quasi un figlio che rimprovera il padre divenuto vecchio ma non saggio.
Ad interpretare le tre figlie di Lear Federica Vincenti (l’innocente Cordelia, rinnegata perché rifiuta di esprimere il proprio amore con false parole), e Marta Nuti e Maria Chiara Augenti, le malvagie Goneril e e Regan. Malvagie perché stanche dei capricci di un Re volubile, perché toccate dalla brama di potere (e se è la tragedia della pazzia è anche la tragedia della cecità), perché “figlie di un padre che padre non è stato mai e non ha mai accettato critiche al suo operato”, perché perse nell’amore per Edmund per il quale si autodistruggono. “Re Lear è anche una tragedia politica e nel loro amore per Edmund c’è anche un freddo calcolo politico. Il Regno è nelle mani di un pazzo e bisogna prenderne le redini”.
Lo spettacolo arriva finalmente al Piccolo coronando un sogno di regista e interprete e di tutta la Compagnia. Sono giorni in cui il Teatro è in lutto per Luca Ronconi. “Ma voglio pensare che ieri lui fosse in platea, a guardarci”.

Gabriella Aguzzi