Il naufragio de “La tempesta”

19/11/2016

Peccato che ancora una volta ci debba andare di mezzo Sir William Shakespeare!
Peccato per le nuove generazioni che hanno già  assistito o assisteranno allo spettacolo “ La tempesta” (in scena dal 2 al 20 novembre presso il Teatro Argot in Roma)e non potranno esimersi dal bollare impietosamente come noiosa ed insopportabile  tutta la produzione sublime del Bardo. Di conseguenza si convinceranno che la mancata comprensione di quanto visto e sentito sia l’essenza misteriosa ed impenetrabile del Teatro inteso come il fascio di tutta un’erba…cattiva ed amara come la gramigna.
Peccato che le nebbie emozionali generino malintesi, rifiuti ed allontamenti.
Nei casi citati, io sono dalla loro parte, quella degli spettatori.  A sostegno di chi è rimasto perennemente al buio in attesa dell’alba alias la fine della messinscena. Nel corso di quest’anno, dedicato, in tutto il mondo, alle celebrazioni del drammaturgo inglese, in occasione dei 400 anni dalla sua morte (William Shakespeare, Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564 – 23 aprile 1616), è stata data ” in pasto” una produzione sterminata, secondo un meccanismo fondato sul far fagocitare qualsiasi pietanza avesse una spezia, shakespeariana condita da salse succulenti, ora classiche, ora contemporanee ora postmoderne.
Non ho dati alla mano per narrare di ritorni sul palcoscenico o meglio sospesa a mezz’aria di Giuliette volanti nel recitare la preghiera al suo amato Romeo dondolandosi per vis adolescenziale su di un’altalena  onde rafforzare il completo raggiungimento di una voce di testa che dovrebbero avere canonicamente tutte le donne drammaturgicamente “innamorate”, ma posso lamentarmi di quanto non visto ne “La tempesta” concepita e diretta da Maurizio Panici.
Se quelle che stanno per seguire sono le mie doglianze  corroborate dai sospiri annoiati  di chi era assiso in sala, comincerò dagli unici aspetti salvabili dello spettacolo: la riduzione del testo e le prove recitative del protagonista Prospero interpretato dal sommo Luigi Diberti e dall’antagonista Calibano, Pier Giorgio Bellocchio, soltanto nel monologo finale quando riacquista la sua vera voce e ci conduce a riveder le stelle.
Il merito della concisione  della  rappresentazione va ai tagli  operati in modo da tenere le fila di quanto accade e avendo  a disposizione come base drammaturgica la meraviglia della prosa poetica shakespeariana, non erano francamente necessarie le citazioni da altre tragedie ( in primis “Mille volte buona notte […] da Romeo e Giulietta messo in bocca al principe Ferdinando).
Quanto a Prospero e Calibano, il miglior complimento attoriale nei riguardi degli interpreti concerne la corretta, sicura e  ferma  comprensione di quanto asserivano. Mai una frase pronunciata a caso, mai un vuoto e vano scioglilingua di pura beltà privo di senso: dall’inizio alla fine “dicendo” bene quanto sembra pensino e provino e manifestino nell’istante stesso in cui va in scena la pièce, così come dovrebbe invero essere, salvano “La tempesta” che fa acqua da tutte le parti.
Siamo all’abc del teatro che ancora una volta il Bardo protegge normando nell’ “Amleto”  il lavoro dell’attore: “Mi raccomando, la battuta dilla come te l’ho detta io, con la lingua sciolta; però se tu la declami come fanno molti dei nostri attori, tanto vale che sia un banditore di piazza a dire i miei versi. E non tagliare troppo l’aria con la mano, così, ma sii sempre moderato, perché nello stesso torrente, nella tempesta, e come potrei dire, nel turbine della tua passione, tu devi acquisire e far acquisire una temperanza che le dia sottigliezza. Ah, mi urta fin in fondo all’anima udire un gigione grosso e imparruccato fare strage di una passione, stracciarla, per spaccare le orecchie del pubblico, che di solito non comprende altro che le pantomime senza senso e i rumori. Un gigione così lo farei frustare perché esagera perfino Termagante, super-Erode Erode; mi raccomando, evitalo.  […] Non siate nemmeno troppo monotoni, ma lasciatevi guidare dalla vostra discrezione. Il gesto segua la parola e la parola il gesto, con questa speciale avvertenza, che non venga mai oltrepassata la modestia della natura. Perché qualsiasi cosa così eccessiva è lontana dallo scopo della recitazione, il cui fine sia all’inizio, che adesso, era ed è di reggere lo specchio alla natura; di mostrare alla virtù il suo proprio volto, al vizio la sua propria immagine, e alla stessa età e allo stesso corpo la sua forma e la sua impronta. Ora, se questo viene esagerato o reso sottotono, si può far ridere gli incompetenti, ma non si può che infastidire gli esperti; la cui sentenza nella vostra considerazione deve venire prima d’un tutto esaurito. Oh, ci sono attori che ho visto recitare (e ho sentito altri lodarli e con che lodi!), che, senza parlarne in modo profano, non possedendo né l’accento di cristiani, né il portamento di cristiani o pagani o uomini, zampettavano impettiti ed urlavano talmente da farmi pensare che qualche operaio della natura li avesse fatti uomini, e manco bene, tanto abominevole era il modo in cui imitavano l’umanità.  […] fate attenzione che quelli che recitano la parte dei buffoni non vadano sopra le righe, scritte per loro, perché ce ne sono alcuni che scoppiano a ridere loro stessi per far ridere un certo numero di spettatori stupidi, mentre in quel momento si dovrebbe dare più rilievo a qualche parte essenziale del dramma; è una cosa da cafoni, e dimostra un’ambizione meschina nello sciocco che la usa. Avanti, andate e preparatevi.”
Quando vanno ovvero vengono sul palco e si preparano gli attori che faranno naufragio sull’isola in cui vive Prospero insieme alla figlia Miranda, si iniziano a definire i piani di azione e reazione, intuendo, senza troppa difficoltà, l’esile scheletro della messinscena: al piano di sopra, un soppalco, abita (banalmente) la nobiltà maltrattata dal Fato, che padroneggia però le armi più potenti ovvero la magia e la cultura: Prospero, come un demiurgo tesse le fila delle storie degli uomini…quasi un burattinaio comodamente  seduto a muovere i fili delle sue marionette. Ai suoi piedi, Miranda e ai suoi comandi, per aria, Ariel.
In basso, richiamando alla mente tante prospettive di paragone quali l’Inferno dantesco, la sfera terrena scatologica, abitata dai miseri umani in contrapposizione alla perfezione del regno celeste, si aggira il mostruoso Calibano reso inferiore letteralmente dalla condizione di servitù a cui è stato sottoposto dopo la perdita della madre, la strega Sycorax. Invano tenta di trovare nei naufragati plebei Trinculo e Stefano dei nuovi padroni per tentare di riconquistare un’isola della quale ritiene di essere il legittimo proprietario.
La scala (vera) che congiunge il Sotto e il Sopra, il Basso e l’Alto ecc…può esser percorsa soltanto da chi si monda di ogni peccato, riacquista la purezza d’animo e soprattutto impara frenando istinti e pulsioni fatue il vero valore dell’Amore, della Bellezza e infine della Nobiltà (quest’ultima non soltanto d’animo).
Ferdinando, principe di Napoli è ritenuto da Prospero l’unico uomo  che può  percorrerla, il solo  pretendente idoneo   per la figlia ed è a lui che, con la magia, facendo innamorare i due futuri sovrani, consegna il suo bene più prezioso ed inestimabile.
Il naufragio e la tempesta che  lo provoca entrambi necessari fautori di rinascita,  presentati da Panici in maniera accademica, non raggiungono l’obiettivo di convivenza di duchi e mozzi, signori e poveracci  che dovrebbero  intrecciarsi  su uno stesso sfondo: vestiti di nero, come in un saggio, Ferdinando, Trinculo e Stefano urlano stando fermi…mentre i rumori della bufera infernale tentano di costruire e tenere in piedi qualcosa che non c’è. Niente di aptico, nessuno schizzo d’acqua, nessuna sensazione di paura, di freddo, si solitudine, ma la vuota soluzione di corpi fermi urlanti, con difficoltà eppure impossibilitati a muoversi  e con mani portate alla bocca per amplificare il volume della voce  e orecchi tesi ad ascoltare  il compagno  a due passi dalla propria postazione. Ne risulta un “quadro” inutile, finto, ridondante e che non trasmette alcuna emozione. Sarebbero state più efficaci, nel pieno buio della sala, le sole voci dei componenti l’equipaggio. La visione dei corpi che simulano quello che nel testo shakespeariano non esige alcun   inutile realismo,  toglie ogni fascino e tumulto: assistiamo ad attori-studenti che ricercano sul palco, come in una lezione aperta, come “fare” una tempesta! Il Bardo, la rende a parole. Semplicemente (De)scrive la paura, le emozioni, l’orrore, come un sublime drammaturgo ed uomo di teatro sa fare badando alla lingua, alla sua musicalità, alla fonetica… e ciò  basta a far immaginare. Semplicemente. Come in una fiaba.
Bisogna ammettere di essere in presenza di un’opera teatrale per nulla realistica, bensì all’interno del mondo psichico dei personaggi, frammentato come lo è quello dei sogni…in cui, come spesso accade, appaiono delle ossessioni. Nella miriade di strade da poter percorrere ve ne è una più sicura di tutte le altre: quella della vita e dell’amore così spudoratamente bramato da Miranda. Per lei tutto si muove: In primis gli artifici e le architetture di Prospero. Ariel e i vili mortali sono strumenti privi di libertà: assoggettati dal Potere della Magia, della Natura, del Destino…
“C’era una volta, in un paese lontano lontano”: incipit di tante storie, potrebbe esserlo anche della vicenda de “La tempesta”…pertanto l’ulteriore ricostruzione di una “verità” storica affidando  un accento napoletano a Trinculo e Stefano è come “pretendere”  e legittimare che “Otello” sia interpretato in veneziano oppure “Molto rumore per nulla” in siciliano ecc…
Noiosi ed estenuanti sono dunque risultati tutti i duetti ( terzetti in presenza di Calibano) con protagonisti  finti napoletani ( penosa la dialettizzazione operata dagli attori, udita in scena con aperture vocaliche raffazzonate per offrire esempi di goliardia linguistica partenopea) che incapaci di eseguire il numero dell’”ubriaco” (Nino Manfredi docet inascoltato) hanno vagabondato sul palco impacciati, inquieti, affaticati, rallentati dalla consapevolezza di non saper cosa fare, di parlare una lingua e un linguaggio insignificante  del quale il pubblico, c.v.d., non ha mancato di ridere alle parole urlate “ culo” e “cesso”.
Pessima scelta registica la trovata ingannevolmente affabulatoria del recupero della Commedia dell’Arte: i due attori a cui è stato affidato il canovaccio non erano all’altezza di improvvisare, procedere autonomamente o ricoprire i ruoli  del clown Bianco e dell’Augusto: evidente  il disegno preparatorio sporcato dal vuoto totale. Si è assistito ad un manipolo di straccioni barboni con  una bottiglia di liquido in mano e Converse e anfibi ai piedi, mentre in testa un chullo peruviano. Eppure si sa che certi meccanismi ad orologeria, per apparire più veri del vero, dovranno esser preparati scientificamente e il minimo errore azzererà ogni passo compiuto.
Stessa sorte  tocca a Miranda e alla sua interprete…Dov’è finita l’adorabile, dolce “mirable” della commedia? Un’attrice resa adolescente da un abbigliamento da gothic lolita o cosplayer, uscita direttamente dal quartiere Harajuku che non avverte, non guarda, non si relaziona al mondo circostante e a quello che  di sublime  ( nel senso di bello e terribile) sta accadendo, riposa nel buio con gli occhi aperti (ritenendosi forse invisibile?) pronuncia cantandole con una fastidiosa “s” sibilante” le battute simile a una bambina dispettosa e impertinente è del tutto estranea a Miranda.
Senza riesumare l’inarrivabile regia di Strehler de “La Tempesta”  e senza voler dichiarare la fine catastrofica e definitiva del buon gusto e del Teatro mi domando perché squadernare sul palcoscenico una giovane “insensibile” e priva di dolcezza che esegue un atto di innamoramento e un giovane, lontano e molto dalle virtù di un principe, che non vibra orgasmicamente  nelle carni del dono virginale  offertogli  a corroborare il quale giunge “il comando” di figliare con la futura sposa per garantire una lunga progenie.
La vicenda d’amore di Miranda e Ferdinando diverge da quella dei due amanti di Verona o dalle storie targate Disney! La meraviglia e la dolcezza, l’eros e la paura di possedersi si eclissano lungo gli scalini che uniscono/dividono l’alto e il basso, il nobile e il plebeo. La promessa dell’unione matrimoniale spegne le luci…anche quelle di speranza del pubblico. La coppia Miranda-Ferdinano non fa rivivere neanche gli “Innamorati” della Commedia dell’Arte.
Una zattera della Medusa in un mare di bile nera “La Tempesta” di Panici! Una menzione speciale merita il coraggio e la tenacia di Ariel (Claudia Gusmano), spirito aereo in odore di libertà che maschera egregiamente la lotta contro il proprio corpo represso e le naturali  movenze femminili  per servire l’indicazione registica e  manovrare con cura una    gestualità mascolina  fuori luogo ed inutile: voce all’inizio rauca, abito bianco alla Blues Brothers, mani in tasca e spalle legnose da boss, finisce per comunicare alle masse come un dj/motivatore da call center sulle note di “Another brick in the wall” dei Pink Floyd.
Ne vien fuori un disperato tentativo di accordare gli attori, affinché si compia la volontà del padro(i)ne(o) Prospero, indirettamente di Ariel, ma ognuno  purtroppo vive, teatralmente parlando, per proprio conto: Prospero confinato in alto,  su di un trono di legno, scarno ed austero, in un ambiente parco come lo studiolo di un santo (v. ad es. la tela di Colantonio “San Girolamo nello studio” 1444 c.a.) prova, come Cristo, ad evangelizzare gli stolti, ma anche un mostro sacro come Luigi Diberti non riesce a far il miracolo e a portare in salvo i colleghi naufragati sin dall’inizio. Non passa alcuna vibrazione tra i personaggi che sembrano udire, come saccenti giovani odierni, superficialmente e sdegnosamente le sagge parole mirabilmente pronunciate da un vegliardo sofferente eppur brillante nell’oscurità, grazie agli occhi blu così naïf di Diberti.
L’unico confronto dialettico che resiste perché gli interlocutori hanno uguale statura teatrale è quello tra Prospero e Calibano giacché entrambi dicono, dicono, dicono, senza posa consci della “parola” come strumento di riscatto. Piergiorgio Bellocchio “riscatta” Shakespeare, “La tempesta” e si riscatta, è il caso di dirlo, nel monologo finale, quando, senza vestiti, privo di una tela stracciata ed inodore rea, nel corso dello spettacolo, di parificarlo  al Quasimodo de “Il gobbo di Notre Dame” recupera la sua voce costretta prima a sgranarsi  e fermo, piantato a terra come un albero, ci guarda nel cuore, si ricongiunge a chi ha ucciso la madre consentendo che la profezia di Prospero- Shakespeare si compia .
Rinnego, ora, la barbara magia
e quando avrò chiesto, come qui chiedo,
un'armonia celeste che con aereo
incanto agisca sui loro sensi - era
questo l'intento - spezzerò la mia
verga e la metterò giù molte tese
sotto terra, e là, dentro il mare, dove
non giunge lo scandaglio, affonderò il mio libro.

Mariangela Imbrenda