(Il) Belli Ŕ TREND(y):

22/10/2009

Alla nona edizione, la rassegna teatrale TREND si conferma per attualità e sperimentazione di linguaggi, al Teatro Belli di Roma. Il palco, a mo’ di caleidoscopio, proietta sugli spettatori un’insolita (re)visione dei mali contemporanei, sui quali svettano sopraffazioni intergenerazionali e laceranti impotenze. Quattro le storie, per una casistica che spazia dalle brutalità di guerra narrate nel monologo di Berry Collins al difficile reinserimento postbellico scelto da Lee Hall, passando per le paranoiche procedure inquisitorie di Oliver Lansley e una tenzone a quattro, più eroticosentimentale, nel pathos metropolitano di Simon Farquhar.
Speriamo che una panoramica simile possa “SET the trend”, riesca a divenire apripista per altre iniziative parimenti illuminate.
Il primo contenitore di malessere sociale della rassegna è “The infant”, una feroce ora a quattro voci sulla ricerca di un infant capro espiatorio che puzzi per altri. Due inquisiti da due moderni inquisitori, Castogan e Samedi (“sabato” in francese, il giorno in cui Dio creò l’uomo, suo miglior prodotto o peggior fallimento). Due torvi figuri (Michele Bandini ed Emiliano Pergolari, anche i visionari registi), in questa grottesca parabola cercano il sovversivo artefice di un disegno che minaccerebbe la patria stabilità. Emblema della violenza mimetica girardiana, la coppia Castogan-Samedi ricerca morbosamente il cospiratore che mina l’ordine sociale. Chi è l’estraneo? La “mosca nel piatto” che infastidisce, guarda ma non parla? Un bambino, dal latino infans: un muto, inabile a difendersi. O magari suo padre, perché non sua madre?
Le accuse si alternano, in una girandola di alleanze che si fanno e disfano, quasi una lezione di morale e, perché no, di storia (contemporanea) dei conflitti. Il padre, Cooper (Francesco Ferri), incappucciato e legato, prima si scaglia contro la moglie (Marianna Masciolini), poi le preferisce il figlio, associandosi a Samedi. La madre, Lilly, segue la stessa dinamica, schierandosi però con Samedi.
Veri filantropi: cosa non farebbero per il bene comune. E dato che la mosca nel piatto infastidisce, quell’estraneo, l’altro da noi inquisitori (sulla scena in perfetta empatia con Castogan-Samedi) acusticamente si fa sentire: è un ronzio fastidioso, un refrain che scandisce ogni cambio di scena, in un buio  inquietante, rotto solo da un eloquente zampirone elettrico.
La scenografia è quasi surreale nell’uso di scatole dalle quali passano rapidi i quattro attori. Intelligente l’impiego dello spazio, racchiuso in trabocchetti, riaperto con notevole eco sul palco. Complice un accattivante impiego dei vuoti e dei pieni, il gioco di luci e ombre fluidifica nella costruzione tridimensionale di un incubo: l’inquisizione preventiva. Il ritmo serrato con cui si avvicendano le battute tiene fede all’originale di Lansley, la fisicità degli interpreti sembra parodiare certi thriller americani in cui a separare buoni e cattivi basta un sussulto o una frase fatta “Sono cospiratori. Da manuale” .
Entusiasmante prova d’attori e di regia per una compagnia umbra, la ZoeTeatro, attiva dal 2004. Da vedere e rivedere, magari dopo aver letto Kafka, Orwell o Huxley.

Maria Vittoria Solomita