Cyrano de Bergerac

16/11/2009

Cadetto:Incredibile!
Cadetto:Assurdo!
Cadetto:Sorprendente!
Cadetto:Si può parlare del tuo naso liberamente!

Se non si trattasse di vere battute teatrali inserite  nella nuova traduzione e riscrittura scenica della celebre opera di Edmond Rostand, composta nel 1897, si potrebbero accogliere tali esclamazioni giubilanti come commento  stupito e spensierato- in prosa- alla capillare presenza di Cyrano de Bergerac  nei teatri di tutta Italia.
Infatti la tournée,iniziata a Roma presso il Teatro Argentina e durata, con enorme successo di pubblico, un intero mese ( 7 ottobre -8 novembre ), si concluderà a  marzo 2010 al Teatro Comunale di Vicenza,mostrando innanzitutto...l'enorme naso del dignitoso possessore/portatore,nonché  protagonista indiscusso del lavoro diretto da Daniele Abbado, che pone  alla collettività un quesito,in apparenza, bizzarro : “Quale speranza può avere questa protuberanza?”.
Se il naso, nella letteratura  a cavallo tra il XIX e il XX secolo, è stato oggetto di racconti assurdi,sfocianti in paranoica ossessione (per antonomasia Pinocchio  di Collodi, “Mia moglie e il mio naso” episodio pirandelliano  de  Uno,nessuno e centomila o Il naso di Gogol) e, per le infinite variazioni in cui Madre Natura,dall'alba dell'uomo, ne ha fornito esempi,si ammanta di attributi concernenti la forma, la lunghezza,nell'originale commedia  francese in cinque atti, costituisce un autentico dramma esistenziale.
Tuttavia l'acuta affermazione dell'attore  Massimo Popolizio nei panni del protagonista  :« […] Io di Cyrano mi fido ,convinto come sono che non è un naso  a fare un personaggio»consente di distogliere lo sguardo da un celebre e , drammaturgicamente, fortunato particolare estetico,virando l'attenzione  alla  chiave   di lettura del lavoro sul testo e sul ruolo principale.
La proposta scenica, all'insegna della leggerezza, si è incentrata sull'impossibilità di amare, tema universale declinato in uno specifico hic et nunc : la Parigi del 1640,città che diede  i natali, nel 1619,a  Hercule Savinien de Cyrano,di professione commediografo,tragediografo,utopista ,libellista  e spadaccino   oltre che  “trasformista” amando modificare, continuamente, nome e cognome ad esempio con l'assunzione di “de Bergerac”per via di un feudo ereditato dal padre,firmandosi  a volte Alexandre de Cyrano de Bergerac,Hercule de Bergerac, inventando inoltre il prediletto anagramma Dyrcona .
Giudicato,unanimemente, dal volto sgradevole a causa delle dimensioni del suo naso,il senso di disagio nello stare al mondo, la scusatio manifesta, l'imbarazzo e la sofferenza propri dei reietti di ogni epoca,vengono sublimati  in una forma di  autodifesa coincidente con l' evidente, guizzante ed insuperabile sua abilità elocutoria: compone versi ad una velocità inaudita,tesse giochi di parole,calembours ,taglienti ed aggressivi facendosi beffe dei detentori del potere.
In compenso,secondo l'equazione  diegetica spesso intrapresa  del “brutto” e “sensibile” (Rigoletto,La bella e  la bestia,Il gobbo di Nôtre Dame,ecc...)l'humanitas di Cyrano non ha confini:letteralmente dilapida il suo patrimonio pur di sostenere un amico( Cyrano:”Ho buttato cento scudi...sì,ma che gesto!”,atteggiamento ben lontano dal quasi-Gestus  di Liuba  ne Il giardino dei ciliegi , di distribuire ai mendicanti,giunta al crepuscolo di un intero mondo, le ultime monete rimastele ),ingaggia duelli per difendere i più deboli  e venera  con  purezza sovrumana sua cugina di nome Rossana tanto da non dichiararsi.
La donna ama, ricambiata, un giovane ed avvenente cadetto di Guascogna  di nome Cristiano,nel quale tuttavia la Kalokagathia ha omesso l'intelligenza e la destrezza verbale:incapace nell'esprimere le lodi della sua dama, goffo nel reperire  celebrazioni della  bellezza di simile dea, accetta  la proposta di Cyrano, ignaro della  segreta passione che  infiamma costui, di recitare quanto lui comporrà al suo posto,di fingersi autentico mittente  delle lettere e poesie  che lo spadaccino invierà,anche dal fronte,dove, per ironia della sorte,entrambi si troveranno a combattere.
Cristiano, in battaglia, smaschera i veri sentimenti provati dal “suggeritore” e tenta di ribellarsi sottraendosi al compromesso,risolvendo di confessare a Rossana con le sue parole,con quel fraseggio rude,poco fiorito e forbito che gli appartiene,tutta la verità. Ferito a morte non potrà confessare,paradossalmente, di aver prestato il proprio corpo alla bocca e al cuore di un altro amante in un continuo e sofferente gioco di scambi,simulazioni,finzioni,ma Rossana, per tale ragione, continuando a credere che il prode avvenente innamorato sia stato poeta prolifico ,straziata dal dolore, decide di ritirarsi in un convento.
Cyrano  continua a  raddoppiare in vita il destino di Cristiano:sopravvive alla guerra, ma ormai è annientato nell'intimo e, non potendo più manifestare la sua passione  d'amore,  muta i versi nella progressiva chiusura al mondo dipinto in prosa, pur sempre magnifica, quando si reca, periodicamente, dalla cugina per aggiornarla proponendo un resoconto degli avvenimenti accaduti a Parigi e dintorni  da lei ribattezzato “Gazzetta”.
Prevedibile, ma godibile finale tragicomico nel vero senso della parola:
Cyrano: “Il cuore mio giammai  vi abbandonò un secondo,  e io sono e sarò, fino all'altro mondo, colui  il quale vi amò immensamente, chi...”.  
Rossana:Com' è che fate a leggere, quasi al buio così?
Cyrano:È sera?
Rossana:Dunque voi …
Cyrano:Rossana, vi sbagliate.
Rossana:Dovevo già capirlo come vi chiamavate.
Cyrano:No,io non fui quello.
Rossana: Foste voi.
Cyrano:Non  fu mia...
Rossana: Adesso scopro tutta la splendida  bugia .Le lettere foste voi...
La recitazione, a  memoria, dell'ultima lettera “scritta” da Cristiano,macchiata da una lacrima di Cyrano,senza leggere dal foglio porto da Rossana, tradisce  il vero autore  che tenta in tutti i modi di coprire la sua presunta colpa, continuando ad esaltare le virtù poetiche del giovane guerriero, però la voce del cuore guida con estrema sicurezza la cugina. Rossana  si dichiara innamorata soltanto di lui, del suo nobile animo,del verbo che ammalia tanto da apprezzare, come si legge nel dramma di Rostand ,scena V atto V “ la généreuse imposture”.
Il lieto fine  è sostituito dalla morte del protagonista che,dignitosamente, simula perfetta salute e consueta goliardia tra il burbero e il faceto, pur essendosi ammazzato: il cappello copre le bende  avvolte attorno al capo, giacché Cyrano non ha voluto rinunciare ad un appuntamento di informazione consueto reiterato come un rito per quattordici anni alla stessa ora di sempre.
Il giorno del suo trapasso ha tardato di qualche minuto nel recarsi all'incontro,ma il dovere,lo spirito di sacrifico,come in una tragedia di Corneille, hanno prevalso senza  giustificazione alcuna contro il lacerante dolore fisico.
Cyrano ha saputo per tutta la sua vita far del naso che lo abbrutisce una maschera neutra indossata la quale mescola, con beneficio d'arbitrio, arte e vita mettendo in scena metateatralmente una sorta di melodramma impreziosito da voli pindarici e funamboliche conquiste di un universo purificato dalla volgarità terrestre con sede ne L'autre Monde ou les États et Empires de la Lune  opera letteraria nella realtà composta dall'istrionico poeta. Lì  anela ad un mondo perfetto, un'ennesima versione di Utopia. La meraviglia  di fronte all'epifania di godere di stati estatici si evidenzia nella versificazione: unico strumento per render grazie alla vita, malgrado le  evidenti privazioni  di avvenenza, per lodare il creato e la divina, impareggiabile  Rossana alla quale si può aspirare unicamente nel pensiero. Immacolata come una novella Beatrice lei è sublime donna angelicata e in quanto inarrivabile, fantasticamente il viaggio sul satellite intorno alla Terra costituisce l'unico modo di “violare l'azzurro”. L'amore nutrito nei suoi confronti impedisce che i soli occhi ardiscan di guardarla o che l'idilliaca unione con Cristiano venga turbata dall'impulso  a manifestare le intenzioni di un immondo spasimante: quali sono i confini del rispetto quando il cuore sanguina ?

Cyrano plasma il silenzio in euforia, cede le più intime parole d'amore al rivale in un  beffardo incastro di consolazione e apprezzamenti traslati . Drammaturgicamente e nella messinscena si assiste al trionfo della parola riandando indietro nel tempo rispetto alle aree di indagine sul teatro del Novecento che ha tentato di riscoprire  e mostrare le potenzialità del corpo crogiolo di contraddizioni e dalle infinite soluzioni espressive. L'amore si fa singolar tenzone letteraria: corteggiare l'amata diventa una sfida, un'impresa cavalleresca, un dovere, un calvario dell'inventiva premiato infine da un effimero gesto distratto della “belle dame sans merci” incontentabile perché per tradizione signora, padrona, Midons .L'éscamotage  impiegato nella vicenda inoltre  si presenta tout court   come “teatro” in quanto Cristiano è un attore che recita i versi composti da un fine poeta,ma non vivendo in una dimensione autonoma e, continuamente, dipendente da chi dà voce al suo splendido corpo, tenta -quale novello Icaro- di ribellarsi alla sua afasia, di voltar le spalle al padre-demiurgo, al maestro da cui nulla ha saputo apprendere. Costruisce ali precarie per un “folle volo” che perdono subito la gara dialettica tanto da invocare nuovamente l'intervento del rimatore e sciogliendosi,tragicamente, per volere di un avverso destino. Cristiano paga il suo “esser bestia” (“Perchè io son di quelli -lo so...e me ne affanno che san fare all'amore, ma parlar non sanno.”) retrocedendo a bella statuina che vive muta nella luce dignificante il suo bellissimo sembiante, partecipando però al “doppio”di sé parlante per bocca di un mostro la cui “luce” è il buio. Egli brilla silente nella luce lunare, mentre al buio Cyrano può suggerirgli i versi da recitare: la simbiosi si è spinta ben oltre la facoltà di preservare le loro individualità e solo la passione per Rossana ne suggella l'alleanza, l'insolubile dipendenza reciproca. La profondità del dramma di Cyrano e poi di Cristiano si avverte nelle sfumature dei molteplici temi evocabili: l'apparenza; l'estetica; l'ars amandi; la tecnica oratoria  affondante le sue radici all'epoca dei Sofisti  che  insegnavano  a costruire discorsi per ottenere ragione fino al manuale di Schopenhauer sui trentotto stratagemmi miranti al medesimo fine; l'egoismo nel trasferire, mediante un' ardita confessione, la propria malattia (follia amorosa) alla causa generante; l'amor de lohn ecc...
Si può dunque per amore apprendere a disquisirne ? Il cuore è poeta dalle doti innate o la mente può studiare  con dedizione e certi risultati?
Giudice nella pièce, regina dei cuori dell'attore  e  del compositore è Rossana che, esplicitamente, chiede un rituale d'amore verbale propiziatorio, da cui dipenderà il verdetto:accecata dall'oggettivo fascino del suo fiabesco principe azzurro,non riconosce la vera sorgente delle parole udite,ma ovidianamente “Amor vincit omnia”, “Forma bonum fragile est”e così cade il velo di Maya recuperando la saggezza popolare del “bello è ciò che piace”.
Lavorando soprattutto sulla statura storica del personaggio Cyrano (noto ed imitato, dixit, anche da Molière),adombrando la restante folla di cadetti, di cuochi poeti per diletto e signorotti di turno pronti ad insidiare la verginità della nobile  bella, la scena, chiusa  dietro da mura a semicerchio, in una luce da acquario, con tonalità dal verde chiaro al blu intenso  ed ugualmente caldo come in una notte d'amore, con il cielo stellato, nei due atti dello spettacolo, ha imposto un   pregevole minimalismo delle strutture architettoniche  e nella pratica del jeux de théâtre  tra gli attori: giusta soluzione per non offuscare le visibili acrobazie della parola.In apertura, nell'episodio  dei duelli tra Cyrano e l'attore-cane Montfleury,da lui offeso con la solita fendente ironia verbale,l'aura ha assunto il colore grottesco,buio,minaccioso,laido, dei quadri caricaturali di Daumier dedicati al teatro, geometrizzandosi con nette punte di costruttivimo  emerse, ad esempio, combattendo sui tavoli componibili e girevoli  dubbiosamente esistenti nel pur macchinoso '600;  il romanticismo surrealista e toccante nella sua essenzialità ha dominato la scena-madre del balcone (spunto per numerosi confronti con  la tradizione del teatro greco-romano e shakespeariano):Rossana seduta su una sedia adagiata su un rettangolo di pavimento sospeso in aria da visibili funi, senza supporto alcuno,ringhiera,muri, colonne laterali, oscillante al vento notturno, illuminata dai pallidi raggi lunari (più simile ad un'altalena  e dalla sinistra precarietà di un trapezio circense),ascolta insaziabile le rime d'amore e, per l'ottundimento dovuto all'estasi dei sentimenti provati, pecca di indistinzione delle voci.
Rossana, narcisa, forse ama  ancor di  più sé stessa?Ama  l'idea dell'amore, la venerazione  prevista nei suoi confronti dal rituale platonico di corteggiamento?(Ambigua è l'affermazione di Dyrcona parlando con Le Bret durante la battaglia. Cyrano: “Le ho giurato  che  avrebbe scritto spesso.Dorme .S'è fatto pallido .Se lei sapesse che sta  a morir di fame. Ma è sempre bello”).
Purtroppo la recitazione del personaggio affidato a  Viola Pornaro è monocorde sia per scarsa potenza vocale, sia  per piattezza del registro tonale risultando purtroppo “teatrale”, immutato dall'inizio alla fine con una dizione non perfetta e che macchia la beltà delle battute in versi a lei destinate. In tali casi l'orecchio protesta nell'udire una lingua musicale mal pronunciata.
Stesso giudizio può essere espresso per Luca Bastianello,nei panni di Cristiano: del suo corpo meraviglioso non si riesce a “vedere” altro che pura esteriorità prevista dal copione pertanto imposta come tacito patto con il pubblico. Nella ribellione a Cyrano il grido,con cui lo si accusa di sfruttamento della sua immagine,imboccandogli parole infuocate, scade in una infantile quanto vuota reazione: Cristiano non partecipa innanzitutto al suo personale dramma di esser privo di voce e versi per cantare l'ardore e la passione;sembra quasi non averlo compreso probabilmente  perché lui stesso non sa amare.
Tutti gli elogi vanno sinceramente tributati invece a Massimo Popolizio che recita dimostrando di aver compreso completamente il suo personaggio,la logica del suo agire,la sua forza,il ritmo della genesi della sua poesia,le sue debolezze restituendo una sicurezza nella presenza scenica che coadiuva l'impalcatura della prosa e dei versi costituenti -oltre al famigerato naso-il corpo e il volto di un innamorato non corrisposto.
La bravura sta nell'equilibrato sfruttamento del naso (se in  scena  fosse entrato un Cyrano privo     della ridicola protuberanza essa si sarebbe “vista” ugualmente con gli occhi dell'osmosi tra platea  e palcoscenico).Con la medesima padronanza nel tirar di scherma, Popolizio mastica la prelibatezza del dictatus e ammirevole è la scelta di infarcire le  elucubrazioni del protagonista,caduto dalla luna,dopo un viaggio cosmico,con deviazioni linguistiche sfocianti in idioma romanesco(“'Ndo stamo 'n Marocco? Che se'  indiggeno?”). La comicità gratuita in Cyrano si annulla e ha diritto di esistere in quanto rovescio del lato tragico della medaglia: i tondi neri occhiali da  sole (impiegati in verità anche da Tony Servillo ne “La trilogia  della villeggiatura” di un secolo più avanti) diventano esilaranti e metafora della distanza che separa l'uomo dalle stelle a cui aspira il protagonista per trovar pace perché è ben più ampio e invalicabile il confine divisorio tra lui e la vana, prepotente, insulsa  umanità, teleologicamente spenta, da cui è circondato. Incassa anche i colpi dell'ingratitudine per procedere a  sacrificarsi alla fiamma del suo desiderio.
Emozionante, da brivido, il monologo finale della morte in scena di Cyrano: Popolizio adagiato sui gradini oltre il proscenio, (“i miei piedi sono di marmo”) rimprovera il pubblico di ogni epoca che gli ha strappato la rosa e l'alloro rivendicando la purezza del... suo pennacchio in francese “panache” con significato esteso di grinta e coraggio (Nell'originale di Rostand: “Oui, ma vie. Ce fut d’être celui qui souffle -– et qu’on oublie !”). A ben guardare il costume di Dyrcona prevede la spada,ma non stivaloni e cappello svolazzante, onde evitare il cliché del cavaliere alias monaco fatto dall'abito,anzi il “naso” vale da sineddoche di un intero nobile animo.
Complessivamente Cyrano de L'autre monde (visitato,a quanto pare!), insegna la galanteria,l a gentilezza, l'integrità, da usarsi in amore e nella società a cui guarda con straniato occhio novecentesco, prendendo poi suo malgrado sempre posizione, difendendo  strenuamente valori  impastati di sangue e libertà,-non si dimentichi l'incipit  dello spettacolo, tenendo fede ad una personale idea di teatro antiteatrale- ingaggiando con il corpo una battaglia civile e morale che, pur se vinta in parte, mediante agnizione finale (pagata tuttavia di persona con le conseguenze dell'ideazione del  nuovo uomo: Cristiano-Cyrano) merita la rievocazione/commemorazione  in aggiunta alle varie versioni teatrali, operistiche  e cinematografiche già esistenti.
Una volta spirato resta da scoprire se Cyrano dimori ora sulla Luna,se ci stia osservando oltre la punta del suo naso, se il suo viaggio (e si direbbe se ne intenda confessata la lettura  di Don Chisciotte e la  genuflessione all'  “eroico pazzo” ) al di là della Terra lo abbia condotto a  conversare nuovamente  con Socrate ...un altro celeberrimo maestro di virtù e bontà.

Mariangela Imbrenda