La Vita Tranquilla di Toni Servillo

05/11/2010

E’ sempre una gioia scoprire nel panorama cinematografico la sorpresa di un film emozionante e potente e sapere che il Cinema Italiano non produce solo commedie sentimentali e brillanti ma sa frequentare le atmosfere del noir con l’originalità di una storia totalmente nuova e spiazzante. La sorpresa ce la regala Claudio Cupellini che, dopo “Lezioni di cioccolato”, cambia ritmo e genere e si trova ugualmente a proprio agio con una storia cupa che non ha nulla di prevedibile, stupisce con svolte brusche ed è filmicamente narrata con stile da maestro. Abbiamo usato la parola noir, ma definire tale “Una vita tranquilla” sarebbe riduttivo, perché il film esula da generi e schemi, e guarda in alto alla tragedia greca e a Shakespeare.
“Erano queste infatti le fonti di ispirazione dirette o indirette, la nostra ambizione più alta – dice Cupellini – Mi sono abbandonato alla passione per questa storia e me ne nutrivo già da tempo, quando nel 2005 ho iniziato a scrivere la sceneggiatura con Filippo Gravino che aveva vinto il Premio Solinas con questo soggetto. Ho sentito che era la mia prima vera occasione per raccontare una storia che amavo profondamente e che era mia, non di portare a casa un compito. E questa storia ha conquistato anche Toni”.
La presenza di Toni Servillo, sappiamo, è una garanzia, non solo perché siamo di fronte ad uno degli attori più incisivi e intensi del nostro Cinema, capace di spaziare dai personaggi più estroversi a quelli più riflessivi (e qui li racchiude tutti in uno perché questo Rosario Russo ha molte identità e molte anime e il film fa perno sulla sua duplicità), ma perché sceglie sempre storie interessanti e capaci di avvincerlo. E anche Servillo conferma “Siamo di fronte a un film che non è un esercizio di stile attraverso le rigide regole di un genere, ma all’interno di un contesto criminale racconta paure e sogni che appartengono a tutto il genere umano”. Così come il personaggio di Rosario vive di mille sfaccettature e si ripropone sempre nuovo con la sua moltitudine di sentimenti. “E’ stato bellissimo avere la possibilità di interpretare un personaggio che ne racconta due in uno. All’inizio lo conosciamo con la bonomia di un cuoco all’estero, con un ristorante e una bella moglie, poi scopriamo dietro quest’uomo un killer spietato con molti crimini sulla coscienza. Ed è un criminale costantemente terrorizzato, che vive in una condizione di pena, di infelicità che si è meritato per le scelte che ha fatto. Le sue tane sono le lingue in cui nasconde le sue identità – l’italiano, il napoletano, il tedesco – ed è tormentato dal passato che torna sotto le sembianze del figlio”.
“La sua debolezza è stata quella di lasciare un indizio – sottolinea il regista – e questa fragilità è anche il segno della sua umanità nonostante una vita bestiale, come anche la sua paura di morire è la dimostrazione di un sentimento umano. Il suo destino è quello di essere un uomo senza identità, costretto sempre a ricominciare”
Nessuna parentela, però, con il Titta Di Girolamo di "Le Conseguenze dell'Amore" che alcuni critici hanno subito voluto individuare, al di là di una condizione di solitudine e il tentativo di rifarsi una vita nascondendo un passato col quale a un certo punto bisogna fare i conti. “Non credo sia sufficiente l’emarginazione per vedere delle somiglianze – afferma Servillo – Titta conserva una maschera impassibile dall’inizio alla fine, qui vediamo anche un padre felice. Rosario Russo è un chiacchierone, ed è spietato, Titta subisce”.
Contrasta con lui il tormentato personaggio del figlio Diego (Marco D’Amore, al suo ottimo esordio cinematografico), in antitesi anche con il complice e con il giovane fratellastro biondo e inconsapevole. “Nel rapporto col fratellino si rivela la sua attrazione per una vita normale – dice l’attore – Questo bambino vive una vita che lui in parte sogna e che gli è negata, perché la sua è una provenienza completamente diversa. Da un lato la nega, dall’altro ne è curioso”. “E poi Diego si trova a gestire una situazione di menzogna, a mentire a un amico a cui è legato. I due complici sono molto diversi, uno è una belva sempre pronta a partire, l’altro è più conflittuale e riflessivo”.
Ma Cupellini lascia che la storia si spieghi anche attraverso i silenzi, con uno stile deciso che rivela la sua personalità nelle riprese che isolano i personaggi attraverso il vetro dell’auto (“Ho voluto visualizzare, più che verbalizzare, questa solitudine, raccontando così la chiusura di un mondo fuori da parte di chi si sente braccato”), attraverso i flash forward dell’inseguimento nei boschi che ne sottolineano il pathos emotivo, e nei colori lividi che avvolgono il paese sonnolento in cui Rosario ha trovato rifugio. “Doveva essere una luce fragile, leggera, che rendesse il grigiore ma che non fosse esattamente triste”.

Altre considerazioni a margine del film e dichiarazioni degli interpreti in “Dal Teatro a Una Vita Tranquilla”

Gabriella Aguzzi