La Seoul corrotta dei fratelli Ryoo

12/05/2011

Si potrebbe fare un lungo elenco delle coppie di fratelli che lavorano nel Cinema. In Corea i fratelli Ryoo sono delle star, ma a differenza di altre celebri coppie cinematografiche non sono entrambi dietro la cinepresa. Ryoo Seung-wan dirige film dal ritmo serrato e Ryoo Seung-beom è acclamato attore. Molto spesso le loro strade si sono incrociate e un fratello ha diretto l’altro, con un affiatamento che trapela dallo schermo. “Lavorare con mio fratello è sempre un piacere, sul set mi trovo a mio agio, basta un’occhiata e ci intendiamo subito, dopo aver realizzato molti film insieme. Con un regista che non conosco, invece, c’è la curiosità di provare nuove situazioni e nuovi ambienti e questo mi dà la carica” dice Ryoo Seung-beom al Far East Film di Udine, dove è stato presentato l’ultimo film che li vede insieme, “The Unjust”, un thriller incalzante che è valso all’attore una nomination agli Asian Film Awards.
“Ma dunque rafforzerete il lavoro di squadra o ci sono progetti che vi vedono su strade diverse?“L’attore aspetta sempre la telefonata di casting” “E il regista aspetta sempre la risposta dell’attore” scherzano. Ma subito Ryoo Seung-wan aggiunge “Noi collaboriamo non perché siamo fratelli, ma perché ognuno di noi può dare il massimo nel suo ruolo e penso di poter portare avanti questo superando il nostro legame”.
Abbiamo intervistato i fratelli Ryoo all’indomani della proiezione di “The Unjust”, cinica radiografia di una società corrotta che vede due antagonisti, un capitano di polizia stanco di vedersi scavalcare nella carriera e un ambizioso procuratore, sfidarsi senza esclusione di colpi, in un universo gelidamente privo di eroi positivi, dove ognuno riflette nell’altro la sua anima nera.
Seoul può essere considerata un terzo protagonista della storia, e non un semplice sfondo? E’ il riflesso dello stesso mondo di corruzione dipinto in City of Violence?”
“Hai proprio colto il punto focale. La vera protagonista è proprio Seoul ed è descritto come sopravvivere in una metropoli così: è una struttura enorme con un ritmo di sviluppo impressionante, che demolisce continuamente il passato, e chi rimane indietro resta indietro anche nella vita. Molti non hanno più un luogo di origine e corrono guardando il futuro, dimenticando da dove sono partiti”.
“Una storia senza eroi, dove tutti sono negativi o hanno le loro colpe, una sfida in cui non vi è nessuno per cui parteggiare...”
“I due protagonisti fanno entrambi cose sporche, ma quando giro cerco di non giudicare, di mantenere il distacco. Tutti abbiamo due facce, un lato forte e un lato debole, e spesso si è costretti a compiere una scelta più forte delle capacità”.
E’ questa una caratteristica dello sceneggiatore Park Hoon-jeong che con “I saw the Devil” porta questo tema all’estremo. E’ infatti la prima volta che Ryoo Seung-wan gira su una sceneggiatura non sua, e in molti hanno visto un cambio di registro nel suo Cinema.
“La vera differenza sta nel fatto che ho girato su una sceneggiatura non mia e da lì è nato questo pregiudizio. E’ stata un’esperienza positiva perché mi ha permesso di essere meno coinvolto, avevo più capacità di individuare i punti deboli. Durante il periodo d’attesa prima di iniziare le riprese sono accaduti diversi fatti in Corea a cui ho voluto far riferimento per mostrare la società coreana e quindi alcune cose sono state modificate. E infine era il mio decimo film ed erano dieci anni che facevo cinema e ho pensato che era giunto il momento di staccarsi dalle regole di stile e guardarsi intorno, per trarre un’ispirazione più fresca”.
“Cosa ha colpito maggiormente nella sceneggiatura? E quali interventi vi sono stati portati?”
“La struttura complessa, che intreccia tra loro diversi personaggi. Sono stati modificati alcuni dettagli, ma insieme agli attori e allo staff tecnico, per scegliere le cose giuste e più interessanti. Ma soprattutto ho cercato di riflettere la società coreana, così come vostri film come Il Divo o Gomorra riflettono una realtà politica”.
Sarà ancora il thriller il genere con cui esprimersi o c’è il desiderio di sperimentare nuovi generi, come Kim Jee-woon che ha provato l’horror e il western?”
“Per il momento non penso di limitarmi ad un genere preciso, gli interessi possono mutare col tempo. Ad attrarmi sono soprattutto i personaggi e le storie”.

“E Ryoo Seung-beom è sempre attratto da personaggi che mostrano un lato sgradevole, come è stato anche in The Servant, o è più attratto dalla loro doppiezza e dalle loro sfaccettature?”
“Tutti i personaggi sono particolari. Anche se interpreto un uomo comune non deve essere banale, o anche quella può essere una caratteristica. Mi piace interpretare personaggi che si possono incontrare realmente, e spesso la gente si rifiuta di riconoscerli dicendo che sono solo personaggi di film. In Corea ridevano davanti a questo personaggio e mi ha sorpreso che ieri sera la reazione del pubblico di Udine fosse diversa. Nella sceneggiatura il carattere del procuratore era descritto molto accuratamente e in ogni scena doveva avere un colore diverso” racconta l’attore, ed è fantastico come in alcune sequenze si lasci andare a momenti di isteria per poi riacquistare immediatamente il controllo. “E poi – conclude ridendo – finalmente ho goduto ad interpretare il personaggio di una classe sociale alta, che esercita il suo potere, così come in Foxy Festival, l’altro film presentato qui al Far East, ho provato il gusto di interpretare un pervertito”.
A fargli da antagonista è Hwang Jeong-min, nei panni del poliziotto, e tra i due si instaura un duello teso e serrato come tutto l’incalzare del film. “Era da tempo che volevo lavorare con questo attore – prosegue Ryoo Seung-wan – Lui e mio fratello hanno già lavorato insieme un paio di volte e hanno una buona intesa sul set, potevano quindi rendere il film ancora più intenso. E poi mi piace il suo viso che esprime un lato forte e un lato debole e quindi era adattassimo”.

Gabriella Aguzzi