Intervista a Paolo Sorrentino

14/10/2011

Visionario e suggestivo, “This must be the place” è un film intrigante, che sfugge a qualunque schema. Ne abbiamo parlato con il regista Paolo Sorrentino, che ne ha svelato curiosità e retroscena

Il film è nettamente diviso in due parti, la prima a Dublino, in cui si ricostruisce a puzzle la storia di questa rock star depressa, e poi l’on the road attraverso l’ America alla ricerca di un ex criminale nazista. Come è nata e come si è costruita l’idea?
E’ nato al contrario,  cioè e nato prima il finale e poi il punto di partenza del film, che è quello di una rockstar obliata in Irlanda. Il film parte proprio dall’idea di raccontare il nazismo sotto una diversa prospettiva e poi piano piano prende altre strade.
Il nazismo raccontato in modo insolito, che però getta un’ombra su tutta la storia...
L’idea che ho avuto sempre ben presente era proprio quella, di raccontare il nazismo oggi, non di fare un film d’epoca anche perché ci si dovrebbe confrontare con capolavori difficili da emulare come Schlinder’s List o Il Pianista di Polanski, invece mi interessava un’altra angolazione

Ha sempre avuto in mente Sean Penn quando ha inventato il personaggio di Cheyenne?
Sì, per scrivere un protagonista serve avere un attore in mente

E senza Sean Penn il film sarebbe stato possibile?
Non credo. Senza Sean Penn e Frances McDormand avrei cominciato a disaffezionarmi all’idea del film, la fortuna è che loro hanno detto sì

Cos’hanno in comune Sean Penn e Toni Servillo?
Molte cose dal punto di vista del lavoro, soprattutto questa grande capacità di guardare il prossimo, attingere e reinventare dall’osservazione del prossimo per mettere quell’osservazione dentro il personaggio. Su questo credo che procedano alla stessa maniera

E c’è una continuità con i suoi precedenti film che vedono tutti i protagonisti accomunati dalla solitudine?
Penso che sia una costante che mi piace quella della solitudine malinconica che accompagna i protagonisti. Sì, non riesco a farne a meno

Come è nato il look di Cheyenne?

Ispirandomi al leader dei Cure Robert Smith. Ho voluto mettere nel film quante più cose possibile mi hanno emozionato e tra queste c’erano i Talking Heads, i Cure, il viaggio negli Stati Uniti. Sono cose che conosco bene perché da ragazzo sapevo tutto di loro

Sempre parlando dell’importanza della musica, com’è stata la scelta di Eve Hewson, figlia di Bono, e l’incontro con David Byrne?
Eve ha fatto il provino insieme ad altre giovani attrici. David Byrne sono riuscito ad incontrarlo a Torino e gli ho proposto tutte queste cose: usare la sua canzone come titolo del film, fare la colonna sonora e interpretare se stesso. All’inizio non mi aveva creduto tanto e io potevo solo dirgli che Sean Penn aveva letto la sceneggiatura ed era interessato, ma poi ha detto sì.

Perché la scelta di Dublino e di New York?
Dublino è molto plausibile perché è un luogo dove vivono molti musicisti: l’Irlanda ha un sistema fiscale per cui gli artisti pagano poche tasse, quindi in Irlanda vivono moltissime rock star. E poi Dublino possiede una sua bellezza e malinconia. E New York... chi non vorrebbe girare a New York?

E il viaggio attraverso l’America, con tutto il bagaglio dell’immaginario cinematografico, come è stato?
L’immaginario cinematografico è così ampio, si finisce con l’aver visto così tanti film ambientati nella provincia americana che alla fine è come non averne visto nessuno, non hai due o tre film di riferimento, hai in mente tanti film. Io ho poca memoria e poi i film li vedevo prevalentemente da ragazzo per cui ho abbastanza disimparato e dimenticato e questo può essere un limite ma anche una risorsa per cui quando vai sui luoghi veri ti senti più libero che se avessi visto sei mesi fa tutti i film sugli spazi americani.

Tuttavia il film mi ha fatto pensare a Jarmush e a Wenders. Lei non li aveva in mente?
Sono registi che mi piacciono molto, ma quando si gira un film sono sicuro che nessun regista ha presente un altro regista perché è un tipo di lavoro che non ti permette di pensare “ah questa è una cosa che ha fatto questo o quest’altro”, sei distratto da altri tipi di difficoltà. Anche un regista cinefilo dubito che abbia il tempo di pensare ad altri registi, io poi cinefilo non lo sono per niente. Però i registi che ha citato mi piacciono molto.

Teme il doppiaggio del film?
In Italia il doppiaggio viene fatto molto bene. E poi è un po’ un male inevitabile, nel Paese ideale i film dovrebbero essere in lingua originale, comunque è uno dei mali minori.

Come le è venuta l’idea dell’inventore del trolley, interpretato da Harry Dean Stanton?
Le capacità dell’inventore del trolley sono esattamente quelle che mi piacerebbe avere, il massimo della genialità insieme al massimo della semplicità. Col trolley ha fatto quello che dovremmo fare con i film: essere inediti e semplici.

Gabriella Aguzzi