Il Principe del Deserto

21/12/2011

Arabia, inizio del ventesimo secolo. Due Sultani pongono fine alle ostilità dando inizio ad un’era di pace con l’accordo di non reclamare più diritti sulla Striscia Gialla, l’arida terra di nessuno di confine tra i loro regni. Ma anni dopo si scopre che quel territorio è benedetto dal petrolio. Nesib vede nell’oro che giungerà dalla Striscia Gialla la salvezza per la sua gente, il progresso, il futuro; al contrario Salmaah, che fonda il proprio credo sulla tradizione e l’umiltà, si oppone alla rottura dell’antico patto. Il giovane principe Auda, figlio di Salamaah e cresciuto da Nesib in garanzia di pace, si reca ad incontrare il padre per convincerlo a mutare idea, ma questi gli affida l’incarico di marciare verso il regno di Nesib attraversando il deserto proibito. Durante il cammino Auda diviene un leader carismatico per la sua gente.
Su questo scenario Jean Jacques Annaud costruisce un avvincente kolossal intessuto di avventure e costellato di spettacolari battaglie, con un ricco cast internazionale, da Antonio Banderas a Mark Strong nel ruolo dei due Sultani, da Freida Pinto al giovane Tahar Rahim (l’affascinante protagonista di “Un Profeta”) nel ruolo del principe Auda. Ma “Il Principe del Deserto” è anche un film in cui si scontrano differenti visioni in un conflitto tra vecchio e nuovo che è ciò che più ha intrigato il regista di “Il Nome della Rosa”.
Abbiamo incontrato Jean Jacques Annaud e Tahar Rahim alla vigilia dell’uscita del film sugli schermi italiani “Sono vent’anni che mi interesso a questa regione così misteriosa all’interno del mondo arabo, mi affascinava questa sconfinata distesa del deserto attraversata da carovane. E soprattutto l’equilibrio tra due realtà, due visioni del futuro in contrasto l’una con l’altra, e realizzare un film da un lato spettacolare, dall’altro che potesse richiamare temi pregnanti e creare un dibattito come è stato con Il Nome della Rosa. In questo caso se l’accettare denaro va a incidere sui valori tradizionali” spiega subito il regista.

“Lei sceglie spesso di ambientare i suoi film in un passato più o meno remoto...”
“Sì, ho un vero e proprio gusto per la favola nel passato, ho l’impressione di restare meno imbrigliato per ciò che voglio dire. Il Nome della Rosa all’epoca è stato percepito come un film sulla problematica del sapere proibito, ma senza che il desiderio di denuncia fosse forte come in una situazione attuale. L’Orso ambientato oggi sarebbe un film militante, ambientato all’epoca è un film sulla natura. Mi piace ritrovare un altro mondo e consentire ad altri di scoprirlo, di evadere in altri in altri universi”.
“C’è comunque sempre a monte un lavoro di accurata ricerca su altre culture e società...”
“Tutto è verificato alla fonte, film così esigono rigore nella documentazione. Ho richiesto consulenti riguardo i testi sacri e la loro interpretazione. E i dibattiti sull’interpretazione dei testi sacri, verificati dai consulenti, sono ciò che più piace al pubblico arabo, perché sono discussioni che appartengono alla vita quotidiana. Sono sempre attratto dalle diverse culture del mondo e amo immergermi completamente”.
“Dove sarà dunque ambientato il prossimo film?”
“Il nuovo progetto a cui sto lavorando sarà ambientato in Mongolia durante la rivoluzione culturale. Ho in progetto di finire la sceneggiatura a gennaio e di girarlo la prossima estate”
“Come è avvenuta la scelta del cast?”
“Prima di tutto ho cercato il protagonista, un attore in grado di rendere la trasformazione del personaggio da timido bibliotecario a leader carismatico. E attorno a lui ho voluto un cast che riflettesse le diversità delle popolazioni che popolano quella zona. Antonio Banderas si considera un arabo con passaporto spagnolo, Mark Strong è un inglese con origini italiane, Freida Pinto è indiana. E poi vi sono attori di origine pakistana e che arrivano dal Marocco, dalla Siria, dalla Tunisia. La prima intenzione era di girare il film in lingua araba, ma gli attori avrebbero avuto accenti troppo diversi. Così è stato scelto l’inglese”.

“Tahar, come ha vissuto questa trasformazione del suo personaggio, che avviene gradualmente ma lo porta a diventare un leader?”
“Non è mai facile creare un personaggio che segue una traiettoria di evoluzione, cambiando tante cose, anche a livello di voce, ma senza mai perdere l’essenza e l’indole del personaggio. Inoltre il lavoro non ha avuto una continuità in ordine cronologico e si doveva spesso tornare indietro nella storia, c’era un costante cambio di piani”. “In un film che richiede mezzi imponenti non è possibile girare in ordine cronologico e occorre quindi lavorare con attori che abbiano sempre presenti l’importanza di questi mutamenti, le oscillazioni non solo nei sentimenti ma anche nel comportamento. Bisogna avere cuore per questo e Tahar è stato bravissimo” aggiunge Annaud.
“E lei si trova meglio nel passato o interpretando personaggi di oggi?”
“Per praticità mi sento più a mio agio in un registro contemporaneo, perché ci sono abitudini e riflessi acquisiti e tutto mi viene più immediato. Ma la recitazione è anche un lavoro di sottrazione e di cancellazione di un nostro modo di essere”.
“Ha pensato anche di cimentarsi con il teatro?”
“Mi piacerebbe, ma allo stesso tempo mi spaventa. Vorrei avere un mentore che mi guidi.”
“Come definisce Annaud sul set?”
“Sostiene sempre gli attori, ma lascia libertà e collabora con loro senza bloccarsi sulla sceneggiatura. I suoi sono film artigianali, perché fa un Cinema che oggi non si fa più: in un film come questo un altro al suo posto avrebbe inserito molta computer grafica. Ed è una persona che conosce in profondità la materia che tratta, di una bontà infinita e di una conoscenza vastissima, con cui c’è sempre da imparare. Sul set lo chiamavo Wiki”.

Gabriella Aguzzi