A Roma con amore

14/04/2012

Di nuovo Woody Allen a Roma. Stavolta la presentazione a casa nostra era d'obbligo, visto che il suo ultimo lavoro è stato girato proprio nella Città Eterna, con gran parte del cast e dei tecnici italiani. “To Rome with love”, questo il titolo del film in uscita, è una commedia comica a episodi, con storie alternate che però non si incrociano ma restano indipendenti le une dalle altre, al punto  che una vicenda si svolge nell'arco di una giornata, altre in quello di mesi.
E' facile per me fare film nelle città europee: non potrei farne mai uno in un deserto, ma questi sono luoghi in cui è facile vivere e lavorare, hanno lo stesso spirito di New York, c'è lo stesso fermento culturale che mi ispira le storie da raccontare. Con questo devo dire che le storie raccontate non sono specifiche italiane, sono solo storie divertenti ambientate qui, senza la pretesa di approfondire la cultura italiana o di cercare riferimenti alla vostra realtà, che non conosco.”
Ogni episodio ha così un suo stile. C'è la vicenda romantica e un po' autoreferente del ragazzo (Jesse Eisenberg, che sembra proprio un giovane Allen) che s'invaghisce dell'amica sexy e nevrotica (Ellen Page, che invece richiama una giovane Diane Keaton) della propria ragazza, e che in questa infatuazione trova uno spirito guida, un famoso architetto (Alec Baldwin) che gli appare come appariva Bogart in “Provaci ancora Sam”; c'è quella, grottesca e surreale come un racconto di Gogol (o del primo Allen), di un signor nessuno (Roberto Benigni) che un giorno si risveglia perseguitato da fotografi e telecamere come se fosse una gran celebrità, e che a causa dell'interesse mediatico diventa appunto famoso ( e scopre che “la vita può essere deludente tanto per i ricchi e famosi quanto per i poveri nessuno, ma tra le due meglio la prima”); c'è quella (la meglio riuscita), altrettanto comica ma più intellettuale, con bordate a psicanalisti, intellettuali di sinistra e critici d'arte, interpretata dallo stesso Allen con Judy Davis e Fabio Armiliato, dell'ex impresario che giunge a Roma per conoscere la famiglia del fidanzato della figlia e scopre che il padre, quando canta sotto la doccia, ha un talento naturale da tenore e vuole lanciarlo nel mondo dell'Opera; e c'è infine la storia (in cui la città ha un ruolo meno di sfondo e più narrativo) dei due sposini provinciali a Roma  che, pur con una svolta farsesca anziché onirica, ricorda molto ma molto da vicino “Lo sceicco bianco” di Fellini.
“Sono cresciuto col cinema italiano e senza rendermene conto sono rimasto impressionato da queste pellicole, per cui alla fine c'è molto cinema italiano nei miei film. La citazione è stata inconscia, non voluta: ho assorbito l'opera di Fellini e nella “sua” Roma è venuta fuori”
I detrattori – che sicuramente non mancheranno, un po' per l'esilità dell'opera, che fa sicuramente ridere, ma nulla più, e un po' per partito preso perché è prodotto da Medusa – lo possono accusare di presentare una Roma cartolinesca e degli italiani un po' da barzelletta. Ma bisogna rassegnarci: è che gli americani ci vedono proprio così, e per di più così piacciamo.
“Tutti gli americani hanno un grande affetto per l'Italia per il suo calore, per ciò che ha fatto per l'arte e la cultura, per il carattere positivo degli italiani. L'Italia per noi è un posto dove è bello e facile vivere perché la vita è semplice e solare. C'è una certa “mitologia” dell'Italia, che abbiamo conosciuto attraverso gli italoamericani, persone aperte e generose. La cosa che ho amato di più di Roma, dalla prima volta che l'ho vista negli anni '60, è che è, per noi americani,  “esotica”. Parigi o Londra alla fine hanno qualcosa che c'è anche da noi, Roma è totalmente diversa dalle altre città: i colori, le atmosfere, la gente - è unica”
Invece, se di veri difetti del film dobbiamo parlare, li possiamo trovare nell'audio. Canzonette a parte, tutti gli accenti sono sbagliati: del sud per gente di Pordenone, toscano per un romano, e – complice un pessimo doppiaggio -  italiano fluente per gli americani, anche quando li si vede parlare con degli italiani che faticano a comunicare con loro
“Il doppiaggio è una cosa che odio, non fa parte della nostra cultura, è qualcosa che stride, che è assurda: quando i miei film escono in Europa cerco sempre di avere delle copie sottotitolate e non doppiate. Tuttavia devo dire che il mio vecchio doppiatore, il defunto Oreste Lionello, è stato bravissimo, ha contribuito a rendermi un eroe a casa vostra e a volte addirittura mi sembra strano sentire la mia voce invece che la sua” (oggi a doppiare Allen c'è Leo Gullotta, eccellente doppiatore, ma la sua voce comunque cozza sia con quella dell'originale che con quella leggendaria).
Tra i pregi, invece, manco a dirlo, ci sono gli attori (“ Il segreto di essere un buon regista sta nel scegliere gli attori giusti: se sono bravi è tutto più facile, loro fanno il lavoro e io raccolgo gli onori!”). Questi, ovviamente, sono prodighi di note entusiastiche nei confronti del maestro.
Penelope Cruz: “Adoro Woody, è una persona peculiare che ti sorprende sempre, mi piace stare sul set e guardarlo, segnarmi le frasi che dice....Il personaggio è stato divertentissimo da interpretare e alla fine delle riprese mi spiace sempre che siano terminate. È  molto preciso con gli attori, non perde tempo ed è sempre pronto a darti una mano, è per me una grande ispirazione sia come artista che come uomo. È eccezionale ed è per me un onore lavorare con lui”
Jesse Eisenberg: “I miei sentimenti sono opposti... Scherzo ovviamente: anche per me è stato un onore immenso, osservarlo sul set ti fa crescere, ed è talmente sensibile con gli attori che sa sempre cogliere il tuo momento migliore”
Ed è un piacere che a recitare ci sia lo stesso Woody
“Mi piace recitare e stare con gli altri attori. Ultimamente compaio meno sullo schermo perché invecchiando ci sono sempre meno ruoli adatti, ma appena ne trovo uno indicato me lo accaparro perché recitare mi piace tantissimo”
Tantissimi gli italiani coinvolti: alcuni come semplici comparse, altri in ruoli più significativi (Flavio Parenti, l'azzeccatissimo Antonio Albanese), altri (Alessandra Mastronardi e Alessandro Tiberi, che non sciupano la loro grande occasione) in ruoli di veri e propri protagonisti. I fari sono però puntati su Roberto Benigni, apprezzabilmente a briglia corta sullo schermo, e sempre vivace ma con attenzione a non strafare anche nell'incontro stampa (“Cercare di fare lo spiritoso davanti a Woody Allen è come cercare di suonare il piano davanti a Mozart”). Di fatto, anche lui non fa che accodarsi agli elogi per l'attore-regista, con quel pizzico di non banalità in più
“E' una delle persone che han reso grande il nostro secolo, un incrocio tra Ingmar Bergman e Groucho Marx: se fra 100 anni girassero un nuovo “Midnight in Paris”, sarebbe lui uno dei miti da incontrare. È un grande direttore d'orchestra: cercavo di spiare come facesse, dove metteva la macchina da presa, ma era come cercare di carpire il segreto a von Karajan: gli basta uno sguardo per essere perfetto”
Riguardo al tema della fama sottolinea come la realtà supera a volte la fantasia
“Ognuno oggi cerca di essere famoso, cerca di mettersi in  mostra attraverso facebook, la tv...La cosa sconcertante di cosa significhi la fama l'avevamo sempre alla fine delle riprese, con la gente che ci assaliva come se la scena continuasse. Una volta addirittura un'ambulanza ci ha visti, si è fermata anche se aveva le sirene spiegate, i tipi sono scesi e si son fatti fare una foto con me, e poi “Ah Benignaccio, accidenti ce tocca annare...”... Come ha poi detto Woody,  Only in Italy!”
In conclusione, non siamo davanti al miglior Allen, ma se lo scopo era divertirci è riuscito, e complimenti per la sua prolificità (almeno un film all'anno)
E' che quando sono a casa vengo travolto da pensieri negativi. Fare un film mi distrae: se mi riesce male, pazienza, non è il peggior guaio, meglio che restare a rimuginare sui veri problemi della vita”

(Foto di Elena Aguzzi)

Elena Aguzzi