Il Boccaccio dei fratelli Taviani

24/02/2015

Una vita insieme a fare film. E anche quando parlano del loro Cinema i fratelli Taviani sembrano una sola persona: si passano la parola, si completano, condividono i ricordi sul set e il bisogno di raccontare. Quello stesso bisogno di raccontare che li ha portati a mettere in scena Boccaccio dando spazio e risalto alla cornice che racchiude il Decamerone, quella dei giovani riuniti a raccontarsi novelle mentre a Firenze infuria la peste. Ed è proprio sulla tragedia della città devastata dalla pestilenza che si apre il film, dove la peste è simbolo del male di ogni tempo e la forza della fantasia, la capacità di narrare, in una novella come al cinema, è l’antidoto a questo male.
“Abbiamo voluto parlare ai giovani di oggi per cui la peste è ancora un orrore concreto. Non l’icona dell’orrore medievale della morte con la falce in spalla, ma oggi i giovani e tutti noi viviamo in un periodo in cui si può parlare in senso metaforico della peste. A questo punto noi che abbiamo 80 anni abbiamo voluto raccontare Boccaccio per due ragioni. Innanzi tutto perché amiamo il Decamerone e queste storie che Boccaccio non ha inventato ma ha raccolto da un grande patrimonio popolare arrivando alle pieghe più profonde della nostra realtà. E poi per raccontare la peste, che mai era stata rappresentata nelle versioni del Decamerone, e per raccontare da qui la forza, la volontà disperata di questi giovani di dire: noi vogliamo uscire dalla negazione di noi stessi e del nostro destino, vogliamo respirare di nuovo. Non fuggono, ma si allontanano per ricostruire una piccola società dove la natura è più amica.”
Completa Paolo “Sono le donne a prendere l’iniziativa di uscire da Firenze, di raccontarsi le novelle per sopravvivere. Ma è un uomo a dire che è il momento di tornare. Seguirà il saluto dolce e malinconico che ha commosso anche noi. Perché, come si lasciavano i personaggi così per noi era la fine del film, di questo incontro a cui tutti hanno partecipato con passione”

All’avventura hanno partecipato moltissimi attori, volti noti per i protagonisti delle cinque novelle (Kim Rossi Stuart, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Jasmine Trinca, Vittoria Puccini, Carolina Crescentini, Lello Arena, Paola Cortellesi) e volti nuovi per i giovani che le raccontano.
“Mai come in questo film abbiamo avuto così tanti attori che hanno condiviso il nostro progetto e da cui abbiamo imparato tante cose –prosegue Paolo - Quando Kasia dice “Lo amerò anche dopo la morte” si avverte una tensione fortissima.”
“A un certo punto del nostro lavoro, terminata la sceneggiatura, scatta la grande scommessa su chi saranno questi personaggi e di affidarci al loro talento. I grandi attori hanno l’energia di cercare qualcosa al di là delle loro storie, perché in ogni personaggio c’è un mistero e l’attore lo arricchisce di qualcosa che soltanto lui può dare.
Poi, come per “Cesare deve morire” abbiamo fatto molti provini, trovando molti giovani pieni di volontà di fare. E ci sentivamo in imbarazzo davanti alla chiarezza con cui esprimevano il loro sentimento. Ce ne sono tanti in Italia e la peste è che non trovano lavoro”.
Una lode anche per la splendida fotografia di Simone Zampagni “Nella prima parte dedicata alla pestilenza crea visioni come quella di un cielo giallo. Ogni novella, poi, è caratterizzata da un suo colore, in quella di Calandrino domina il giallo, in quella interpretata da Kasia il rosso cupo, per sottolinearne la drammaticità”

“Come avete scelto le cinque novelle?”
Per Vittorio Taviani la scelta è stata molto complessa “Le novelle che volevamo raccontare erano talmente tante che sarebbe da continuare con altre novelle (“Fare un serial” fa eco scherzosamente il fratello). Poiché il film fa leva su tre momenti di forza – la peste, la fantasia dei giovani e le novelle che raccontano – lo scopo era fonderli e cercare di far capire di quante emozioni diverse, di quante pulsioni è ricco il Decamerone. Così abbiamo alternato tre novelle drammatiche a due più grottesche e velenose. Ed anche in queste abbiamo voluto evidenziare il lato più ombroso. Questo Calandrino è un babbeo, ma non appena crede di aver avuto il dono dell’invisibilità emerge la sua indole malvagia. Se potessimo renderci invisibili non penseremmo forse a quante malefatte potremmo compiere? Ecco, volevamo fare emergere quel lato nefasto che è dentro di noi”
Conclude Paolo: “Sembrerebbe un film molto diverso dal precedente “Cesare deve morire” ma in realtà non lo è. Quello era la storia di ergastolani che evadono dal loro dolore – colpevole, ma pur sempre dolore – con l’arte del teatro e in quelle poche ore non pensano più di essere in prigione ma si sentono degli uomini liberi. Qui c’è la ribellione alla peste, cercare di respirare attraverso l’arte del racconto come diceva Vittorio, far vivere dei personaggi, coinvolgere e attraverso questi racconti riuscire a vivere un momento di gioia. E allora a un certo punto ci siamo detti: ma il sentimento dei due film è lo stesso.”

La Recensione del Film

Gabriella Aguzzi