Tarantino presenta i suoi Hateful Eight

29/01/2016

Le Iene in chiave western con un pizzico di Agatha Christie. Quentin Tarantino torna al clima claustrofobico del suo folgorante esordio, una tragedia all’ultimo sangue dove tutti sospettano di tutti e dove dominano la finzione e l’inganno e ne fa un western sui generis che sconfina nell’horror. Un western immerso nel bianco gelido delle nevi e intriso dal rosso del sangue che invece di cercare i grandi respiri si imprigiona in una stanza. Otto personaggi riuniti come nella diligenza di Ombre Rosse, otto mostri che emergono in tutto il loro orrore mentre al di fuori infuria la minaccia di un altro mostro esterno, una bufera di neve che li costringe insieme, nel sospetto e nel gioco al massacro.
Come sempre Tarantino gioca coi generi, li mescola, li fonde, li scompiglia. “Ogni volta che giro un film cerco di realizzarne cinque all’interno di uno – scherza, loquacissimo, nell’incontro stampa – I miei film sono a cavallo di più di un genere, mi piace fare il giocoliere con i vari toni. A volte è pianificato in anticipo, a volte mi lascio trasportare e mi rendo conto che ci sono degli elementi su cui non avevo riflettuto. Ho voluto scrivere un western che fosse anche un mistero chiuso alla Agatha Christie e alla fine del montaggio mi sono accorto che avevo girato anche un horror”.
C’è anche, infatti, un’atmosfera alla Carpenter (non è certo un caso che uno degli odiosi otto sia interpretato da Kurt Russell). “Anche le Iene era stato influenzato da Carpenter e qui faccio ritorno alle Iene. La tempesta è un po’ come un mostro in un film di mostri, in attesa di divorare chi si avventa fuori. Il mostro si ingigantisce e diventa più potente col calar della notte, lo si vede dal respiro che si fa più freddo. Man mano che infuria i personaggi portano avanti una partita a scacchi di cui loro stessi sono le pedine. Cospirano tra loro tramando l’uno contro l’altro.”
A giocare con la tensione contribuisce la trappola mortale della stanza chiusa, quell’unità di luogo che dà al film tutti i connotati dell’opera teatrale (con qualche trucco di sceneggiatura tipico di Tarantino che si diverte a spostare i tasselli narrativi avanti e indietro nel tempo e a spiazzare quando meno te l’aspetti) e di un’opera teatrale trasmette l’intensità. Opprimente eppure trasportato nella gigantesca visione del 70mm. “C’è tutta la paranoia della gente intrappolata in una stanza dove nessuno può fidarsi degli altri. E mentre vedi un personaggio in primo piano vedi quello che accade sullo sfondo. Così puoi controllare i personaggi e questo aumenta la suspense. Si sa che qualcosa esploderà, ma non si sa quando”.
Diviso in capitoli, con l’ouverture di Ennio Morricone e un intervallo che lo spezza in due parti di diverso registro, una prima in cui dominano il sospetto e l’attesa e una seconda smaccatamente pulp, il film contiene tutti gli elementi cari a Tarantino (l’ironia, il citazionismo), ma in forma più sommessa e perfino per se stesso, invece del solito cameo, riserva il ruolo di voce narrante. Torna il tema costante della finzione “Sì, nei miei film c’è sempre qualcuno che finge di essere qualcun altro. Non so perché lo faccio, mi piace questo aspetto drammatico e i miei personaggi sono attori che sanno fingere”.
Qualcuno potrebbe anche definirlo un film politico, ma ancora Tarantino spiega “Non intendevo essere politico, ma lo è diventato. Quando i personaggi hanno cominciato a dialogare e discutere tra loro è emersa la vita dopo la guerra di secessione, le loro diverse opinioni e le loro tensioni”.
Una diligenza che avanza in un paesaggio innevato. Due cacciatori di taglie che si incontrano, uno di loro sta scortando una prigioniera, ritiene che tutti abbiano diritto a un processo, spetterà poi allo sceriffo impiccarla. “Il prigioniero è sempre stato nelle mie intenzioni una donna, ma non è un personaggio sessualizzato, anche con un uomo al suo posto la storia sarebbe stata uguale. I cacciatori di taglie erano ugualmente rudi, scortavano assassini che non dovevano farsi scappare e se il prigioniero era una donna la cosa non cambiava. Ho voluto che fosse una donna per complicare la storia, le emozioni, la vostra visione del film.”
Completato dalla mostruosa bravura degli attori, ognuno odiosamente spregevole, The Hateful Eight è un film che lascia il segno, e se ne sentiva il bisogno.

La Recensione del Film

Gabriella Aguzzi