Viggo Mortensen: tre volte protagonista

29/10/2008

E’ lui, Viggo Mortensen, il vero grande protagonista del Festival Internazionale del Film di Roma. Disponibile e gentile con tutti, colto, raffinato, sensibile, ironico, ha raccontato al pubblico, in un intenso incontro di due ore, i suoi molteplici interessi nel mondo dell’arte, ha calcato il red carpet insieme a Ed Harris per presentare il bellissimo western “Appaloosa” e lo ha ricalcato la sera seguente per presentare “Good” di Vicente Amorim, dove offre un’interpretazione straordinaria e toccante. Tanto che, senza la pesante zavorra del Cinema Italiano, il Festival, dopo un’intensa tre-giorni di incontri con l’attore, avrebbe potuto ritenersi dedicato a lui.
Si inizia con “Appaloosa”, un bel western classico alla vecchia maniera, con al suo centro un’appassionante storia di solida amicizia virile, ma allo stesso tempo moderno nell’uso dell’ironia e nell’introduzione del personaggio femminile. A duettare con Mortensen nel presentare il film un altri grande del Cinema, Ed Harris, che di “Appaloosa” è anche regista, dopo l’esordio dietro la macchina da presa con “Pollock”. I due erano già stati insieme sul set in “History of Violence” ed ora sono uno a fianco dell’altro con un affiatamento straordinario. Ed Harris fa pensare ad un’icona western come Richard Widmark, al quale somiglia anche un po’ nel fisico e nello sguardo di ghiaccio. “Appaloosa è un omaggio al western classico – dice – a quei film come ‘L’Uomo che uccise Liberty Valance’, ‘Sentieri Selvaggi’, ‘C’era una volta il West’ .” “Ho pensato a tutti quei film che hanno a che fare con la fine di un’era – aggiunge Viggo – E’ il 1882, la frontiera si chiude, la gente, le regole e la società cambiano, tutto cambia e ti chiedi cosa farai. E’ un western classico, ma i personaggi sono moderni, c’è un rapporto alla pari tra uomo e donna che è insolito in un western”. “Il personaggio interpretato da Renée Zellweger è interessante – continua Ed Harris – Non volevo che fosse una vedova nera o una puttana calcolatrice. E’ solo una che vuole sopravvivere in un mondo maschile, che cerca il suo modo per cavarsela”.
Elemento cardine è l’ironia “Il dialogo, il sense of humour sono già presenti nel libro di Robert b. Parker – dice ancora il regista – E io apprezzo moltissimo il sense of humour, amo le commedie sofisticate. Per questo uno dei miei attori preferiti è Paul Newman che ha sempre conservato l’ironia anche nei film più drammatici, come Nick mano fredda o Butch Cassidy”. E a "Butch Cassidy" il film di Ed Harris fa pensare più volte, un altro omaggio elegante.

Totalmente diverso il film che Viggo Mortensen presenta il giorno seguente: “Good”, di Vicente Amorim, tratto dal dramma teatrale di CP Taylor. Qui l’attore offre un’interpretazione di un’intensità da brivido, seguendo gli impercettibili mutamenti dell’animo di un onesto professore che si trova a poco a poco ad abbracciare le idee del Nazismo, accorgendosi solo dopo delle conseguenze devastanti che le sue azioni, compiute tutte singolarmente in buona fede, hanno prodotto sulle persone a lui care. Senza rendersene conto entra passo dopo passo a far parte di un tremendo ingranaggio e una mattina si risveglia irreparabilmente nella divisa nazista. “Ma non è un film su Hitler o sui Nazisti. E’ un film su un uomo, sulle decisioni che prende ogni giorno, su quello che faremmo anche noi, sui compromessi e i casi della vita. La storia si svolge in Germania come potrebbe, con un’altra parabola, svolgersi in Italia o in Inghilterra, per poter raccontare un’idea, un processo, come molte volte commetti degli errori e dici: ci penserò domani, domani cambierà”.
Per interpretare “Good” Viggo Mortensen, artista poliedrico, ha composto una delle musiche del film, per meglio avvertire gli stati d’animo del suo personaggio. Persona incredibile, editore (ha fondato la Perceval Press), pittore, attore meticolosissimo, addirittura leggendario, nella preparazione dei ruoli, non perde l’occasione per ricordare di essere anche un grande appassionato di calcio, tifoso accanito dell’Atletico San Lorenzo de Almagro di Buenos Aires “Ho questa bandiera sempre con me nella mia borsa” dice avvolgendovisi con orgoglio.

Torna così il terzo giorno per raccontarsi al pubblico e ripercorrere i momenti più salienti della sua carriera. Saluta in italiano, leggendo un breve discorso che si è preparato “Scusate se leggo perché ho paura di sbagliare” esordisce e tutti sono già innamorati di lui. Intanto sullo schermo scorrono, alle sue spalle, i primi spezzoni. Si inizia on “Indian Runner” di Sean Penn (da noi giunto, chissà perché, col titolo di “Lupo Solitario”) dove è un personaggio inquieto, arrabbiato, vittima inesorabile del suo stesso tormento. “Quando ho letto la sceneggiatura di questo film mi piaceva il ruolo dell’altro fratello e per farmi piacere il mio personaggio mi dicevo: deve avere qualcosa in comune con il fratello. Ricordo che Sean Penn no chiudeva mai bruscamente una scena, per lasciarmi calare nelle trasformazioni che subiva il mio personaggio”. Si passa a Carlito’s Way. “Io parlo spagnolo, ma non il portoricano di Lalin. Così, per prepararmi a questo ruolo, ho passato molto tempo nel quartiere portoricano, ho ascoltato la loro musica”. Per “Il Signore degli Anelli” lo spezzone lo ha scelto lui stesso, ed è quello che più amiamo anche noi: la morte di Boromir “C’è stato un feeling magnifico con Sean Bean. Mi è piaciuto moltissimo lavorare con lui, è un attore molto generoso, come Al Pacino”. Con Cronenberg, poi, è scoccata la scintilla. Un caso di alchimia perfetta, di vere affinità elettive “C’è la stessa sensibilità, troviamo divertenti le stesse cose, facciamo le stesse affermazioni. E’ il regista più sicuro che abbia mai incontrato, è sempre organizzatissimo. Anche nella scena del bagno turco in ‘La promessa dell’assassino’ ho avuto subito fiducia in lui e ha girato in due giorni quello per cui un altro ne avrebbe impiegati 5 o 6. L’atmosfera era molto rilassata perché se la scena è emozionalmente intensa questo non implica che per girarla devi sentirti violento emotivamente o fisicamente”
Ci parla, infine, della sua formazione, dell’entusiasmo di conoscitore che ha fatto di lui un artista completo. “Fin da ragazzino ho viaggiato molto e non ho mai perso questo interesse. Sono sempre stato affascinato dalle lingue, dai paesaggi, E anche quando mi preparo per un film mi dico: vediamo che succederà. Il fulcro del dramma, ritengo, sta nel momento in cui ti accorgi che le cose non sono come sembrano. Questo mi interessa in una storia, come reagisci da questo momento in poi. Faccio film per imparare sempre qualcosa di nuovo. Quando vedevo un film mi domandavo: cosa mi ha toccato, cosa mi ha fatto piangere? E forse ho voluto fare l’attore per provare a suscitare questo”.

Gabriella Aguzzi