Terrence Malick, la leggenda

01/01/2008

“Dov’è adesso la tua scintilla?” diceva Sean Penn, inginocchiandosi sulla tomba del soldato Witt in uno dei momenti più toccanti e commoventi di “La sottile linea rossa”. E uno dei regali più belli fatti dalla Festa del Cinema di Roma è stato farci incontrare, nello stesso giorno, Sean Penn, con il suo travolgente “Into the Wild”, e Terrence Malick, la leggenda, il regista che non si mostra mai in pubblico e vive chiuso nella sua riservatezza e nei suoi segreti. Vederli, uno dopo l’altro, è stato come entrare per un attimo a far parte di quel film rarefatto e magico e forse anche Sean Penn ha ereditato un po’ di quel dono che Malick ha nel ritrarre la Natura (anche se la Natura del film di Penn diviene nemica), facendola parlare e palpitare, in un modo tutto suo ed unico.
Michael Cimino definisce Terrence Malick uno dei più grandi poeti di oggi. Sorprende il sentirlo parlare di Cinema Italiano, di Totò, degli Anni d’Oro della nostra Commedia. Tutto ci saremmo aspettati tranne che scegliesse, tra i suoi film del cuore, “I Soliti Ignoti”, “Lo Sceicco Bianco”, “Sedotta e abbandonata”, così memorabili eppure così lontani dalla sua poetica, che si potesse riderne insieme in sala. Ma quando poi parla, chiedendo il buio tra gli spettatori come se si fosse in un salotto tra amici, proteggendo così la sua leggendaria timidezza, Malick ha sempre qualcosa di estraniato, come se cercasse la poesia nascosta dietro ogni cosa.
Totò era pieno di vita, faceva ridere con questa lunga faccia malinconica e triste, come Buster Keaton. Mi sono sorpreso di sapere che non era amato dai critici. Anche Benigni sa trasmettere la stessa gioia e tristezza, come Chaplin e Keaton”.
E’ difficile fare commedie su temi come l’onore e la famiglia. Lo humor qui è molto forte, diverso dal solito. Quando l’umorismo tocca la saggezza, sentimenti come amore e felicità, ti senti felice come un bambino, puoi dimenticare tutti i guai e le sfortune e la cattiveria intorno, c’è qualcosa di grande dietro a queste commedie
Una rivelazione. In “La rabbia giovane” Malick è stato anche attore, ed è divertente provarsi a riconoscerlo in questo film passionale sugli amanti fuggitivi e assassini che ha dettato modelli (“Una vita al massimo” ne riecheggia perfino la colonna sonora), con un Martin Sheen dotato della stessa sensibilità emotiva di James Dean. “E’ stata una necessità, l’attore non compariva e così ho detto: lo faccio io. E improvvisamente mi sono accorto cosa devono fronteggiare gli attori e mi sono messo a ridere senza riuscire a fermarmi, mentre Martin Sheen mi guardava serissimo.”
E dopo aver consigliato di vedere l’ultimo film dei fratelli Coen “No Country for Old Men”, Terrence Malick scompare così come è apparso, riservato e silenzioso, lasciando dietro di sé l’impressione di aver vissuto uno dei momenti più emozionanti e rari di questa Festa del Cinema.

Gabriella Aguzzi