Luca Argentero si scopre papā

27/11/2008

Sui quotidiani, quando si sintetizza un film con stelline e definizione del genere, capita di trovare la nomenclatura “commedia drammatica”, sebbene da qualche tempo il termine commedia si associa, ahimé, assai più spesso agli aggettivi “comica” o “romantica”. Ebbene, a “Solo un padre”, l'ultimo film di Luca Lucini che vede protagonista il sempre più bravo Luca Argentero, la definizione di “commedia drammatica” si sposa alla perfezione, per l'equilibrio di toni, la leggerezza e il sorriso che accompagnano temi gravi e picchi di amarezza e commozione. La trama infatti, tratta dal romanzo australiano “Perfect skin” (malamente tradotto con “Avventure semiserie di un ragazzo padre”: "Ci è dispiaciuto molto dover rinunciare al titolo originale, molto significativo, ma in italiano suona malissimo "pelle perfetta", e allora abbiamo torvato questo compromesso"), racconta di Carlo, giovane dermatologo bello,  arrivato, apparentemente sicuro di sé, che si è però creato una scorza di freddezza e superficialità per proteggersi dal dolore. Deve badare da solo a una bambina di dieci mesi, e non ci mettiamo troppo a capire che non è stato semplicemente lasciato dalla moglie, ma che lei è morta. Grazie all'amicizia con Camille, una studentessa francese sorridente e comprensiva, "normale" e carina, riuscirà a levarsi di dosso questa pelle perfetta e fasulla, ad aprirsi agli altri, affrontare le circostanze dolorose che lo hanno reso padre e vedovo e ad amare la figlia. "Solo un padre" è infatti una storia d'amore, ma non banalmente tra Carlo e Camille (anche se si può intuire che tra i due nascerà più di un'amicizia, fortunatamente non vi è alcun bacio, con annessi e connessi), bensì tra Carlo e la piccola Sofia.
Sono simpaticissimi i due Luca, Argentero e Lucini, e l'intervista in realtà si risolve in una chiacchierata seminformale, tra una forchettata di gnocchetti e una critica alla mentalità romana, incline a clientelismi e favoritismi. Il ragazzo, poi, potrebbe tirarsela con quel bel faccino, e invece non solo è affabile a alla mano, ma è di un'umiltà quai commovente, basta vederlo come si guarda il calendarietto con le foto del film ("Vado matto per i gadgets, ho la casa piena di ricordini dei miei film e cartelle stampa")

"Sono un novellino, sia come attore che come uomo, ed è stato molto difficile affrontare un personaggio così complesso, con tanta vita e sofferenza alle spalle, che scopre la propria capacità d'amare in proporzione al dolore sofferto" e ricorda come un incubo il provino "Ho dovuto portare 11 scene, praticamente mezzo film! Fatto il provino e discusso a lungo sul personaggio, non ho avuto quasi più nulla da fare sul set, se non mettere a punto qualche dettaglio!"
LL "Dovevo essere sicuro che fosse l'attore giusto. Il film da un po' era lì lì per partire , ma poi si arenava perché mi mancava il giusto interprete, e anche per rispetto nei confronti degli attori non mi piace lasciarli in sospeso, fare promesse che poi non mantengo. Dopo quel provino ero certo al 100% che lui sarebbe stato Carlo, e che il film si sarebbe fatto"
Non sono molti i film sulla paternità
LL "La paternità non è un fatto naturale come la maternità, occorre un po' di tempo per imparare ad essere padri. Quando ho letto il libro ero diventato da poco papà per la seconda volta, e ho voluto parlare di ciò"
LA "Non avendo figli ero abbastanza terrorizzato ad affrontare un simile ruolo. Ma forse la mia inesperienza mi ha aiutato, perché anche Carlo si trova di punto in bianco a dovere fare il papà, interagire con una creatura piccola, imparare a parlarle - come nella scena, bellissima, in cui va al mare - e le mie incertezze sono divenute le sue"
Sarà stata dura lavorare con due bambine di 10 mesi....
LA "Le avrei ammazzate...", scherza. Ma poi rievoca con Lucini la stranezza di quel set "in funzione di bimbo"
"E' molto divertente vedere i tecnici, di solito villani e chiassosi, che camminavano in punta di piedi per non svegliare le bambine. Molto bello un set "umano", ma anche un gran casino. Nel bel mezzo di una scena dovevi fermarti perché era l'ora della pappa o del sonellino, era difficile spostare i macchinari, dovevi aspettare che la bambina fosse pronta, e magari una scena complessa doveva essere rifatta perché lei si era improvvisamente stancata. Però tutto ciò è stato anche utile, perché ci ha insegnato a rinunciare ai nostri vezzi attoriali e ad essere subito pronti, arrivare al sodo. Alcune inquadrature, certi sorrisi spontanei, sono stati infatti colti "dal vivo". E poi in realtà le bambine erano degli angeli, molto bene educate: infatti il casting non è stato fatto guardando le varie bambine, ma studiando le madri!"
Da torinese, come ti è sembrata ripresa Torino?
"Benissimo, ma il fatto è che Torino è bella, e mi stupisco quando gli altri se ne stupiscono. E' bella, ed è molto cinematografica, infatti sempre di più è utilizzata come set, e come torinese ne sono molto orgoglioso. Il lato negativo è che è per me il mio buen retiro, e perciò è stato difficile conciliare la vita e il lavoro, dire a un amico che non vedo da tempo e col quale vorrei andare al pub "mi spiace ma stasera sono sul set", preferisco tenere separate le due cose. D'altro lato, è stato più facile trovare dei luoghi da caricare di emozioni, perché c'erano delle strade, un angolo del lungo fiume...che per me erano significativi"

Elena Aguzzi