Scamarcio verso l'Eden

23/03/2009

Aveva pensato ad uno scherzo Riccardo Scamarcio quando Costa-Gavras lo ha chiamato  a Parigi, proprio mentre era in procinto di partire, per interpretare il suo nuovo film. Film che mette in luce le sue capacità attoriali molto più di quanto non faccia il Cinema Italiano, dandogli finalmente anche oltre i nostri confini quella visibilità che merita un attore come lui, capace d’intensità drammatiche e dotato di carisma. Il suo meglio Scamarcio lo dà nel genere noir, o in questa favola malinconica dove è un giovane spaesato e candido, che compie la sua Odissea “Verso l’Eden”, la cui meta finale è la Parigi della Magia e che lo vede, deluso, avanzare comunque verso la luce, come se dietro le scintille della Torre Eiffel regnassero ancora l’utopia e la speranza.
Avevo visto Scamarcio in Mio Fratelle è Figlio Unico e in Romanzo Criminale e l’ho cercato dappertutto. E’ riuscito a rappresentare la situazione quasi senza parlare ed è la cosa più difficile per un attore giocare con il corpo, come Chaplin o Tati” dice il regista.
Peccato, però, che il suo film si limiti soltanto a narrare in modo tedioso e inutile il susseguirsi di disavventure di un “povero clandestino”, con l’ostinato scopo di muoverci a pietà verso questo giovane, oggetto di abusi sessuali (che però sembra gradire) e di ripetute cacce all’uomo. Questo suo viaggio entro imprecisati confini (restano volutamente nascosti provenienza e background perché lo si guardi “solamente come un uomo”, come spiegano attore e regista), che si delinea più chiaramente all’approssimarsi di Parigi, trascina nella pericolosa confusione tra emigrante e clandestino e scivola in un ingenuo discorso di facile e grossolano pietismo.

“Ho sposato in pieno quello che il copione mi diceva, non mi sono chiesto quale fosse la provenienza di questo personaggio, ma l’ho visto come un uomo che fa un viaggio d’iniziazione. Volevo che mettesse in difficoltà in difficoltà le persone che incontrava con quel candore che hanno i bambini, la capacità d’incantare che abbiamo perduto” dice Scamarcio.
Lo stile narrativo dominante del film è comunque più favolistico che reale. “L’idea era quella di guardare questa tragedia permanente usando uno stile più leggero, più solare – spiega il regista – Volevo mostrare persone che non portano la drammaticità, perché scatena la paura e difficilmente riusciamo ad amare chi ha un aspetto tragico”. “Credo comunque che il film non sia così ‘buono’ o che lo sia solo ad una lettura superficiale – aggiunge Scamarcio – In realtà contiene dei messaggi subliminali che possiamo cogliere o non cogliere. Questo motivo ricorrente del sesso, ad esempio, simboleggia la mancanza di comunicazione nel mondo occidentale. E più parla di noi più è inquietante”.
Girato in lingue diverse, a sottolineare l’incomunicabilità, ha come lingua guida il francese, parte che però risulta tradotta nella distribuzione italiana.

Gabriella Aguzzi