Incontro con Peter Fonda, indimenticabile "Capitan America"

29/03/2009

A quarant'anni di distanza è sempre Capitan America, il ribelle protagonista di “Easy Rider”. Anche dopo interpretazioni migliori, come quella in “L'oro di Ulisse”, che gli è valsa la nomination all'Oscar, è quella dirompente pellicola (da lui anche scritta e prodotta) il maggiore successo e film-simbolo di Peter Fonda. È Capitan America pure perché quello è il ruolo cardine della sua carriera, per stile di film e personaggi interpretati: quelli prima ( Lilith, I selvaggi, Il serpente di fuoco) erano come una preparazione a quella parte, quelli dopo ( Zozza Mary pazzo Gary,In corsa col diavolo, Fighting Mad)  sembrano un suo proseguio. Infine, è  Capitan America per la sua vocazione a produrre film indipendenti che, come lui stesso ama dire, “scuotano la gabbia del sistema”.
Ed è proprio in veste di paladino del cinema anti studios che è stato invitato al  BA Film Festival, giunto alla sua settima edizione, in programma a Busto Arsizio e Gallarate dal 28 marzo al 4 aprile.
Vari incontri per l'attore-regista-produttore americano, che dell'epoca mantiene ancora il look sbarazzino, disponibile ed estremamente loquace, che ha messo da parte i furori giovanili ma mantiene intatti gli ideali.
–    La crisi economica che stiamo vivendo è molto profonda e complessa, ma per quel che riguarda il cinema americano posso dire che forse può essere addirittura di giovamento. Per chi fa cinema indipendente è sempre stato difficile trovare dei soldi: quindi in qualche modo, dallo sciopero degli sceneggiatori (che ancora continua, anche se non se ne parla più) ad oggi, ad essere entrato in crisi è il cinema commerciale, mentre quello indipendente può trovare nuovi stimoli. In fondo basta abbassare le pretese: la paga sindacale non è così pessima. Easy Rider ci costò 250.000 dollari, una cifra ancora oggi possibile, almeno per garantire le riprese. Per quel film io non presi niente, né come attore né altro. Aspettai pazientemente che avesse successo, per poterci guadagnare su qualcosa. Per fare il cinema si può anche fare qualche sacrificio... Certo, i soldi sono comunque indispensabili per mantenere il controllo dell'opera: se qualcuno mi chiede qual'è la cosa più importante perché un film venga fatto, mi spiace che sia Capitan America a dirlo, ma la risposta è: i soldi. E una grande storia. E grandi artisti che ci lavorano. Ma festival come questi sono la dimostrazione che si può fare qualcosa di buono con un piccolo budget. I festivals sono una vetrina utilissima per il cinema indipendente. Amo promuovere i giovani filmakers: non che non mi piacciono i vecchi, ma mi piace anche incoraggiare i giovani, se hanno qualcosa da dire. È fondamentale che il cinema indipendente sopravviva.
A proposito di Easy Rider, come è nato il copione?
–    Ho scritto “Easy Rider” in sole quattro ore, nella notte del 27 settembre 1967, mentre ero in Canada. Avevo molta rabbia in corpo, e l'intento specifico di far qualcosa che scuotesse le gabbie, andasse contro il sistema. Non un film direttamente sulla guerra, ma che interpretasse il disagio di allora, la voglia di cambiare. Era un film sui giovani americani di allora, di fronte al razzismo, l'intolleranza, la chiusura mentale. Cominciai a scriverlo dal fondo per poi procedere a ritroso, perché la cosa più importante era il finale. Ci siamo io e Billy (Dennis Hopper), seduti davanti al fuoco e Billy dice “ce l'abbiamo fatta, siamo ricchi...” ma io guardo fisso le fiamme e rispondo “Siamo fregati” (“We blew it”) e la scena seguente è la nostra morte.

Come reagì l'opinione pubblica al fatto che fumavate tranquillamente spinelli?
–    Bé, per un po' si vede solo che fumiamo, senza sottolineare apertamente che si trattano di canne... Si dice chiaramente che è marijuana solo a metà quando invitiamo a fumare George Hanson (Jack Nicholson), che tra l'altro è un ubriacone e lui comincia a provare come si fuma, e c'è tutto il discorso sui venusiani... [e qui Fonda si mette a rifare la scena, imitando i colleghi]. Ma alla fine Nicholson viene ucciso non perché ha fumato una canna o è un alcolizzato, ma solo perché è con noi. Del resto il movente per ammazzarci è solo il nostro look. Non è perché siamo drogati o, peggio, spacciatori (perché il viaggio ce lo paghiamo trafficando droga, anche se nel corso della storia si tende a dimenticarlo). La nostra colpa è semplicemente di vestirci male e portare i capelli lunghi. Comunque mio padre non la prese bene. Quando andai a casa sua mi disse “Lo sai che è contro la legge fumare spinelli?”. Fu un invito a nozze, per me, anche perché era insieme alla sua quinta moglie, un'idiota perfetta. E così risposi “Secondo le leggi della California anche la copulazione orale è contro la legge”, e lei : “Cos'è la copulazione orale?”
A proposito di suo padre [il grande Henry Fonda], cosa le ha insegnato?
–    Quello che io e mia sorella Jane abbiamo imparato, lo abbiamo imparato per osmosi, perché lui non parlava mai. Era però una grandiosa figura di riferimento. Da lui ho imparato che un uomo può condurre la propria vita autosostenendosi. Quando sono nato c'era la guerra, e molti avevano degli orti per il proprio sostentamento. Quello di mio padre era quasi una fattoria, e non serviva solo a noi, ma anche a chi poteva averne bisogno. A 69 anni ho smesso di essere un arrabbiato, ma resto sensibile alle tematiche ambientali e ho capito come si può vivere una vita sostenibile. E il primo a insegnarmelo è stato papà
Il BAFF la ricorda, giustamente, anche in altri due film, “Il ritorno di Harry Collings”, che ha anche diretto, e “L'oro di Ulisse”. Può dirci qualcosa di quei film?
–    Purtroppo il primo fu boicottato dalla Universal, che non credeva nel suo potenziale, eppure avrebbe potuto benissimo portarsi a casa qualche Oscar tecnico, come fotografia, montaggio e colonna sonora. Però nel 2001 ho avuto la mia rivincita perché sono riuscito a riscattarlo, restauralo, correggerlo, distribuirlo, e ha avuto ottime recensioni. Per quel che riguarda “L'oro di Ulisse”, sono rimasto folgorato dalla sceneggiatura: dopo averla letta mi sono accorto che stavo piangendo, ho guardato il soffitto e ho esclamato “Ringrazio l'Academy...”: bé, non ho vinto, ma sono effettivamente stato candidato, che è la cosa più importante. Il regista Victor Nunez (che ha anche fotografato, scritto e montato il film) è partito dall'Odissea, ne ha stravolto la trama, ma nei personaggi è rimasto qualcosa degli originali, non solo i nomi. La cosa più faticosa è stato fare il miele: sono diventato davvero apicultore, producendo 350 chili di ottimo miele. In Florida non è facile produrre miele, ma l'albero della gomma ne fornisce uno molto particolare, adatto ai diabetici perché lo zucchero no cristallizza. Abbiamo faticato molto dietro quelle arnie, ma i risultati, sia come miele che come film, ne han valsa la pena
Progetti per il futuro?
–    Ho in mente una sorta di documentario, “Searching for America”, in cui si vede l'America di oggi dagli occhi di un easy rider: però si farà solo se ne avrò il controllo totale, sennò niente. Poi ho scritto una sceneggiatura sui pirati della Somalia, un film a piccolo budget, e ho il computer pieno di appunti, idee, abbozzi...Certo la fine di Billy e Capitan America non può essere la pensione, spero fra 10 anni di essere ancora attivo come Clint Eastwood. C'è sempre speranza, e qualcosa che bolle in pentola. Il giorno che dovessi non riuscire più ad andare in bagno e dovessi ritirarmi, preferirei spararmi

Elena Aguzzi