Raoul Bova tra gli "Sbirri"

08/04/2009

Quando abbiamo riconosciuto i pilastri che avrebbero retto la storia il viaggio si è svolto da solo. La parte più difficile è stata quella burocratica, spiegare ai network cosa stavamo facendo e renderli partecipi del nostro entusiasmo. E così abbiamo coniato il termine ‘border film’, perché se lo definisci docu-fiction lo svilisci. E’ un prototipo, una prima prova di un nuovo modo di fare cinema” . Così ci dice Raoul Bova alla presentazione di “Sbirri”, il film che Roberto Burchielli ha realizzato mescolando fiction e documentazione reale in presa diretta, e raccontando, con la fusione di tecniche diverse, una storia su due piani che abilmente s’intrecciano. La grande novità del film consiste nel fatto che Raoul Bova, che  interpreta un giornalista televisivo che per spiegarsi le ragioni della morte per droga del figlio s’infiltra nelle squadre dell’ antidroga, si è davvero infiltrato come il suo personaggio, vivendo per un mese con i poliziotti della sezione U.O.C.D. della Squadra Mobile di Milano, partecipando realmente alle azioni del nucleo speciale, agli arresti e agli interrogatori. Le azioni che vediamo sullo schermo sono quindi autentiche, documentate con videocamera a mano, frutto di ore di appostamenti, generando un coinvolgimento totale con i personaggi. “C’è anche una scena in cui sto male veramente, eravamo molto stanchi, in appostamento da molte ore e mi sono sentito molto dentro la storia. Poi ho visto gli occhi del ragazzino arrestato, che si rendeva improvvisamente conto di quello che stava facendo e allora pensi che potenzialmente anche tuo figlio potrebbe trovarsi un giorno in questa situazione”.L’impatto emotivo l’ha avuto veramente in quella scena, che poi nel film ho tradotto come l’emozione del personaggio che sta rivivendo la tragedia del figlio – aggiunge Burchielli – In certi momenti la realtà va oltre l’immaginazione e non puoi fermare la macchina da presa. Per gli attori è stata una sfida entrare così totalmente nel personaggio. Per me la sfida registica è stata unificare i due linguaggi”.
Il film nasce dalla voglia di Raoul Bova e della moglie Chiara Giordano, produttori esecutivi del film, di cimentarsi con un progetto diverso con un linguaggio nuovo e insieme  raccontare le storie di eroi veri e quotidiani, gli “sbirri” del titolo. “Perché parlare sempre dei personaggi negativi e corrotti e non di chi salva vite umane, e potrebbe essere un modello? Non condividiamo questa cultura del negativo. Continueremo quindi a portare avanti storie che ci piacciono, anche se non necessariamente tragiche o sociali come questa, potrebbe trattarsi anche di una bella storia d’amore. Ma abbiamo creduto che anche in Italia si può trovare gente con la stessa voglia e passione di fare un Cinema Indipendente.” E Roberto Burchielli ha sposato il loro progetto con entusiasmo. “Lo scopo era fare un film educativo con un linguaggio nuovo. Lasciar parlare le immagini, dare una smossa, creare una novità. Creare un film d’azione e spettacolare che generasse anche dei dubbi, e per questo si sono utilizzate tecniche nuovissime di ripresa, utilizzando telefonini, webcam, camere nascoste. Da parte della polizia c’è stata piena fiducia e noi non abbiamo mai intralciato il loro lavoro, siamo stati osservatori discreti”.

“Raoul, come hai vissuto questa esperienza ‘sul campo’?”
“E’ importante lasciarsi andare, non adottare nessun tipo d’orario e allora quel muro di timidezza e di chiusura s’infrange. Ho partecipato alla vita dei poliziotti con cui lavoravo, facevamo le riprese con loro a cena e anche quando tornavo in albergo diventava tutto parte della storia, raccontata a 360 gradi, dai momenti di emozione e adrenalina a quando sto da solo e piango. Ogni momento è stato registrato ed è stata un’esperienza totale, in tutti i sensi. La difficoltà era rimanere allo stesso livello nella parte di finzione, perché la realtà era talmente forte, e quindi il lavoro di improvvisazione è stato necessario”
“Non c’era dunque un copione?”
Risponde Burchielli “C’era un canovaccio su cui era basata la storia, ma era tutto in evoluzione. Gli attori danno il loro meglio nell’improvvisazione e non potevo certo dire ai poliziotti: fermatevi che la rifacciamo, riarrestatelo!
Simonetta Solder interpreta la moglie del giornalista Matteo Gatti. Non si è sentita un po’ “defraudata” a trovarsi al di fuori della parte d’ azione? O nemmeno il suo ruolo era scritto?
Anche la cosidetta parte ‘fiction’ non ha nulla di tradizionale – risponde l’attrice – Tutto era non scritto ma improvvisato, c’era un obiettivo che dovevamo raggiungere e andavamo avanti anche per  40 o 50 minuti con una scena fortissima. Ne uscivi bagnata di sudore e lavoravi non davanti a una vera troupe, ma a poche persone. Il primo giorno Roberto mi ha detto di mettermi a fare la pasta e si è capito subito dalla prima scena che si stava creando una piccola famiglia, unita da una grande alchimia. E’ stata un’esperienza unica, indescrivibile. E alla fine del viaggio è stato difficile uscire dal personaggio, perché mi ero affezionata sia a lei che a loro”.
“Nella scena in cui viene dato l’annuncio della morte del figlio ha passato un’ora a piangere – racconta il regista – Doveva esserci subito un impatto emotivo tra lei e Raoul e c’è stato. Sono entrati che erano attori e sono usciti che erano una famiglia vera”
L’ho vissuta come una donna che prima della tragedia era felice, innamorata di un marito il cui lavoro metteva un po’ di pepe anche nella sua vita, con un forte rapporto di complicità col figlio, che si ritrova ad affrontare questo lutto da sola e la cosa straziante è che anche lei tante cose del film non le conosceva”.
L’aver scelto che il ragazzo non si drogava, ma muore per aver provato l’ecstasi per la prima volta, è importante – sottolinea Raoul Bova – Volevamo dare il senso di pericolosità, non cadere nello scontato mostrando un figlio problematico, e avvertire i ragazzi che anche quell’unica volta in cui si prova la droga per curiosità può essere fatale”.

“Avete parlato di scene girate per 50 minuti e di riprese per l’intera giornata. Il lavoro di montaggio dev’essere stato enorme...Rincrescimenti?”
Abbiamo dovuto togliere immagini bellissime e storie toccanti e condensare il tutto in 100 minuti. Nel DVD sarà recuperata parte di questo materiale, tra cui tre o quattro operazioni molto spettacolari. C’erano molti più interventi di gente fermata e realtà che si potevano raccontare maggiormente, azioni girate di notte, ma poi ho dovuto per forza operare una scelta”
Roberto Burchielli è un milanese e il film si svolge tutto a Milano. Come la vede?
C’è stato un momento in cui eravamo sul terrazzo al tramonto e mi sono detto: quant’è bella Milano, non puoi non avere speranze! E anche se subito dopo abbiamo visto un ragazzo che rubava un auto lo penso ancora. Milano è dinamica, veloce, e non ti rendi conto di tutto quello che accade per strada”.
“E dopo il film è cambiato qualcosa nel modo di vederla?”
“Facendo questo lavoro ti si aprono gli occhi, molte situazioni le impari a leggere. E’ la mia città, è bellissima, la amo tantissimo, e deve ritrovare la sua positività. Cerchiamo di intervenire, di ritrovarne la leggerezza”.
“E quali sono state per Raoul Bova le emozioni più forti?”
“Ne ho provate tante negli incontri fatti, dal ragazzo che mi raccontava la sua storia e improvvisamente mi ha chiesto se volevo farmi di eroina con lui a quello di 10 anni che aveva rubato la cocaina al fratello. E poi la paura nell’entrare in casa di spacciatori che da un momento all’altro possono dare di matto, l’emozione di correre con questi poliziotti sulla strada a 100 all’ora, la grande scarica di adrenalina che vivi nei film d’azione e che qui si fonde con la realtà, perché ti rendi conto che non è tutto preparato e stai rischiando veramente”.

Gabriella Aguzzi