La provincia visionaria di Sergio Rubini

08/02/2010

Il viaggio del “Cinema Italiano visto da Milano” si conclude nella Puglia di Sergio Rubini. Scenario di molti suoi film, assume tonalità western in “La Terra” e nostalgiche, sfumate nella patina onirica del ricordo, nel recente “L’Uomo Nero”, presentato in chiusura alla rassegna allo Spazio Oberdan.
“Io racconto la provincia perché è molto teatrale, è un luogo perennemente in attesa, è come un teatrino corale in cui le maschere risaltano con più evidenza. Dopo essere partito, ho capito che ciò che potevo raccontare della Puglia era quello strappo, una Puglia vista dall’esterno, uno spazio più mentale che geografico. Potevo mettere insieme attraverso i ricordi la mia idea di Sud e raccontare la realtà attraverso la finzione, mescolando le carte. La Puglia è per me un grande teatro di posa di cui conosco la luce, le piazze”.
Sergio Rubini ha concluso in bellezza la serie di incontri con i protagonisti della scena cinematografica italiana, una serie di appuntamenti ideati per fare il punto sullo stato della nostra cinematografia che hanno impreziosito le giornate di “Il Cinema Italiano visto da Milano” (tra i tanti Filippo Timi, Margherita Buy, Emilio Solfrizzi, Davide Ferrario, Valerio Mieli, nonché i registi delle opere prime del concorso “Rivelazioni”). L’ottava edizione della manifestazione organizzata dalla Fondazione Cineteca Italiana ha così fatto luce sulla nostra migliore cinematografia, sia attraverso una sezione competitiva riservata a film indipendenti non ancora distribuiti (in cui è risultato vincitore “Aria” di Valerio D’Annunzio), sia proponendo i migliori lungometraggi italiani distribuiti nella precedente stagione, i documentari più interessanti di recente produzione e i principali restauri realizzati dalle più importanti cineteche del nostro Paese (tra gli eventi anche l’abituale Cinequiz condotto da Luisa Morandini, un omaggio al grande Walter Chiari, l’anteprima del video Boxe a Milano, l’anteprima dell’edizione in dialetto ticinese di “Sentieri Selvaggi”, “Se ta cati…ta copi”).
A rappresentare il meglio della recente Stagione non poteva dunque mancare “L’Uomo Nero”, storia dei sogni mancati di un pittore visti attraverso gli occhi di un bambino, che nell’ossessione del padre vede l’ombra dell’uomo nero. “Al centro della storia c’è la visionarietà dei bambini, che hanno la capacità di crearsi realtà parallele quando quella in cui vivono fa paura – racconta Rubini – Il titolo mi è stato criticato, mi è stato detto che faceva pensare a un horror, o addirittura ad una storia di pedofilia. Forse è stato scelto con leggerezza, ma mi piaceva l’idea che potesse suggerire un mondo fanciullesco, non che fosse la sintesi del racconto. Tutto nella storia indica al bambino di guardare il padre con occhio diverso, di non vedere in lui l’Uomo Nero, ma questo lo scopre solo alla fine, da adulto, così come scopre che il macchinista del treno che tanto lo terrorizza è in realtà un uomo buono. E’ un film tutto sulla doppia verità che le cose contengono e che spesso non riusciamo a vedere, un tema tipico del romanzo di formazione. Qui il bambino semplicemente non capisce che il padre vorrebbe togliersi di dosso delle catene, non vuole un padre pittore, perché da bambino non vorresti che i genitori uscissero dalla loro sagoma di genitori, da come te li raffiguri”. Non si tratta dunque di un film sull’arte o sulla critica, come potrebbe sembrare ad una lettura solo superficiale “E’ un film sull’emozione, sulla voglia di un uomo di staccarsi dal suo grigiore e i personaggi dei critici sono semplicemente i depositari dell’immobilismo, rappresentano il pregiudizio. E’ nato mettendo insieme una vecchia idea che avevo su un padre pittore e dalla scena delle caramelle gettate dal treno, che non so se è un ricordo mio o se me l’hanno raccontata.  Perché il Cinema ti dà anche la possibilità di colmare tutte le falle, riempire i buchi della tua memoria”



Gabriella Aguzzi