Sul Set: Michele Placido porta al Cinema Vallanzasca

15/02/2010

Rapine, spari, urla, auto in fuga. Ma sono auto che non vediamo in circolazione da decenni, così come le banconote sperse in aria, come i goffi cappotti dei passanti terrorizzati, cose che ci riportano ai tempi in cui, sui banchi di scuola, sentivamo parlare delle famigerate imprese del “bel René”. E’ infatti su di lui, Renato Vallanzasca, il nuovo film di Michele Placido “Il fiore del male”, non certo la glorificazione di un eroe maledetto, ma la storia di un uomo che ha compiuto il suo tragitto criminale nell’arco di due anni e ne ha consumati altri 35 in galera. “Mi piace fare film in cui gli eventi contribuiscono a creare una persona come Vallanzasca, provocano qualcosa per cui la nostra mente si distorce. Mi interessava il percorso di un uomo che arriva a fare i conti con la propria coscienza” ci dice il regista.
A vestirne i panni è Kim Rossi Stuart “E’ un grande attore che lavora interiormente e vuol sapere tutto del personaggio che interpreta. Quindi in questi mesi è stato molto vicino a Vallanzasca, arrivando a riaccompagnarlo in carcere dopo le libere uscite”.
Al suo apparire al di là delle transenne si levano gridolini di curiosità. Placido ha girato molte sequenze in esterni, per le strade di Milano, in via Padova (“una zona abitata da molti pugliesi, oggi nelle pause sul set ho ricevuto ben due inviti da signore pugliesi che si sono offerte di cucinare per me”), in cui è stata girata la movimentata scena dell’assalto ad un supermercato, in via Manin presso gli Uffici dell'Agenzia delle Entrate e del Territorio, e ancora, quasi al termine delle riprese, a Lodi, set scelto dal fratello Gerardo che nel film interpreta il ruolo del padre di Vallanzasca, risvegliando la curiosità della città. Tanto che ora Michele Placido è quasi spaventato all’idea di tornare a Roma per concludere le riprese con scene di ricostruzione in studio.
Di Milano, dell’esperienza milanese (fu qui anche 16 anni fa per girare il film su Ambrosoli “Un eroe borghese”) parla, al termine della giornata sul set in via Padova e alla vigilia di quella sul set lodigiano, agli “Incontri con i Protagonisti” organizzati dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano. E i ricordi sono tanti, iniziano al Piccolo Teatro con Giorgio Strehler. “Sono stato educato teatralmente da Strehler che mi ha scelto per interpretare Calibano nella Tempesta di Shakespeare: è stato un anno e mezzo indimenticabile. Strehler e Bellocchio sono stati i Maestri che mi hanno insegnato che è un dovere fare del proprio lavoro qualità. Poi ‘Un Eroe Borghese’ e l’incontro con la famiglia Ambrosoli mi ha lasciato tanto.” “Ed ora?” “Vorrei già fare un film su come sta cambiando Milano. La osservo e sembra di essere in una città della Germania, vedo questi grattacieli che crescono giorno per giorno”.
Ma gli immediati progetti futuri volgono invece verso la Francia “Il mio prossimo progetto è un film ambientato a Parigi, completamente francese, tratto da “Misere” di Jean Christophe Grangé, con Jean Reno. E poi c’è un progetto teatrale sul libro scritto dal figlio di Ambrosoli sulla figura paterna, che sarà un progetto di grande intensità”.
“Hai girato film su protagonisti del nostro tempo. Quali sono state le scoperte più interessanti?” “Come dicevo il film su Ambrosoli è quello che ha lasciato una traccia più profonda nella mia coscienza. In “Romanzo Criminale” mi ha colpito la connessione della Banda della Magliana con la politica, aspetto che invece nel film su Vallanzasca non mi interessa. Vallanzasca era un cane sciolto e il frutto della Milano di quegli anni e ciò che sto approfondendo in questi giorni è, se mai c’è stata, la richiesta di un perdono che va al di là di quello umano, un aspetto che nei film gangster e sulla malavita non viene mai trattato”.
“E le emozioni più forti, come regista e come attore?”
“Come regista il film che più mi ha emozionato è stato ‘Del Perduto Amore’, la storia di una ragazza del Sud che si era data alla politica in maniera più missionaria che ideologica e che morì durante un comizio e, pur essendo religiosissima, il Vescovo le rifiutò il funerale. Era una storia vera, questa ragazza era un’amica di mia sorella, l’ho vista alcune volte quando ero bambino; forse l’ho sublimata troppo ma mi ha dato una grandissima emozione girare un film su di lei. Come attore invece sono legato a Cattani, perché è capitato in un periodo fecondo della mia vita. Ma il nostro lavoro è cercare in ciascuno di noi quella parte che meno ci appartiene, le zone d’ombra, e sono grato a Tornatore che in ‘La Sconosciuta’ mi ha dato modo d’interpretare una figura che mi spaventava”.

Gabriella Aguzzi