Cella 211: quando il successo premia la qualità

19/04/2010

Alla vigilia della sua assunzione come secondino, Juan, giovane perbene, rimane coinvolto nella rivolta dei detenuti, quelli più pericolosi, e inizia una discesa all'inferno che lo muterà.
E' la trama, in estrema sintesi, di Cella 211, film spagnolo che all'ultima edizione dei premi Goya ha sbancato (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, miglior attore protagonista, migliore attrice non protagonista, miglior attore rivelazione, miglior montaggio, miglior sonoro: tutti meritati), che si trova ora in testa alla classifica degli incassi iberici e che giunge in Italia grazie all'impegno di Bolero, una giovane casa distributrice che ha occhio per il cinema indipendente di qualità e che ha deciso di non lesinare col numero di copie.
Il nostro consiglio, molto semplice, è: approfittatene e andate a vederlo. Il film è un gran noir che emoziona, ha un ritmo incalzante, fa pensare, coinvolge lo spettatore, inevitabilmente portato a identificarsi col povero Juan – che, badate bene, non è un “cane di paglia”, anche se dovrà venire a patti con la parte più violenta di se stesso - , commuove, indigna, diverte. È l'esempio perfetto di come si può fare un gran film spendendo poco, se si hanno delle buone idee, e dei buoni artisti per realizzarle. Nessuna polemica col cinema italiano, ombelicale o saccente: anche nella materna Spagna il film è un gioiello che splende in mezzo alle altre opere, così come lo sarebbe altrove.

“Siamo partiti da un ottimo romanzo, di Francisco Perez Gandul, ma abbiamo dovuto lavorare molto per adattarlo al grande schermo: abbiamo dovuto inventare delle cose, toglierne altre, soprattutto inventarci un linguaggio cinematografico perché riprodurre lo stile letterario del libro era impossibile. I linguaggi tra letteratura e cinema sono diversi, e la fedeltà a un libro non è data dalla correttezza dell'esposizione, ma dal saperne cogliere lo spirito. Abbiamo inoltre visitato molte carceri  – il film è girato in quello semi dismesso di Zamora – e parlato con prigionieri e secondini per rendere il tutto realistico.”, ci spiega Jorge Guerricaechevarria, co sceneggiatore insieme al regista Daniel Monzon.
Molti interpreti non erano professionisti, ma carcerati, secondini, pompieri...Alla fine i pompieri erano quelli con la faccia più patibolare” , scherza Luis Tosar, a Milano per presentare il film.
L'attore è uno dei punti di forza della pellicola: la sua interpretazione di Malamadre, il leader carismatico dei rivoltosi è potente ma anche leggera, ferocemente cupa e simpaticamente commovente, un vero eroe tragico - così come l'intero film si rifà alla tragedia classica, superando sia i limiti del film di genere che quelli, ancor più stretti, del film di denuncia, lasciando questa solo come sfondo e concentrandosi sulle psicologie dei personaggi e le dinamiche umane
“ E' stato facile per me interpretarlo, perché era già scritto meravigliosamente bene: quando ho letto la sceneggiatura ho capito che ne venivano fuori un gran film e un gran ruolo, dovevo solo non rovinarlo, per il resto era già sulla carta, con estrema precisione”  dice l'attore con grande modestia. Del resto, gli appassionati di cinema potevano già aspettarsi un'interpretazione maiuscola da parte di Tosar. La rivelazione è Alberto Ammann. Semi esordiente, Ammann è bravissimo nel disegnare le paure, i turbamenti, la rabbia impotente di Juan (detto “calzones”, mutande, dal gruppo di detenuti per colpa di uno spogliarello di iniziazione...), che col passare delle ore diventa sempre più coinvolto nel suo ruolo di carcerato e instaura un legame da “discepolo” con Malamadre: all'inizio per opportunismo, poi sempre più per vera amicizia quando i due uomini, che non potrebbero essere più diversi tra loro, trovano solidarietà e comprensione reciproca.
E' stato forse un po' così anche per te, hai trovato in Luis Tosar una guida sul set?
“Sì  – risponde deciso il ragazzo, a cui si può facilmente predire un futuro da star – All'inizio, quando mi han chiamato, mi sentivo come se avessi vinto la lotteria, ma poi ho cominciato ad avere paura, perché temevo di non essere all'altezza e perché il ruolo, l'ambiente, erano molto coinvolgenti, cupi...alla fine della giornata ero depresso per il buio, per questa storia così dura: non riuscivo a staccare lo sguardo dai graffiti sbiaditi sui muri delle celle. Per fortuna Luis non è stato solo un collega, ma un amico. Ha saputo restituirmi momenti di serenità per esempio quando a fine riprese mi portava fuori a cena. Soprattutto, subito fin dall'inizio mi si è parato davanti, mi ha guardato dritto negli occhi, e io ho capito che avevo davanti a me metà film”

Elena Aguzzi