"Il Leone d'Oro? Credevo fosse uno scherzo"

08/09/2010

John Woo è un maestro del cinema, ma anche un maestro di umiltà. Quando gli dico “Lei è un grande”, sorride, abbassa lo sguardo e protesta “Ma no, non è vero...”. E non è una posa. “Quando Marco Muller mi ha chiamato per dirmi che era stato deciso di assegnarmi il Leone alla carriera, la prima cosa che ho pensato è che fosse uno scherzo. Ho fatto qualche buon film, ma non penso di meritare tanto. Quando ho realizzato che era vero sono rimasto sotto choc... Sono davvero onorato, e grato per avermi regalato questo sogno. È una cosa che mi sarà d'aiuto per la seconda parte della mia carriera, a trovar nuovi stimoli e una nuova direzione. Lo ringrazio dal profondo del cuore, come ringrazio mia madre. È lei che mi ha dato coraggio, che mi ha spinto a seguire questa strada. Quando ha visto che amavo il cinema mi ha detto: devi fare ciò che ti senti di fare”.
Alla sera, quando ritira il Leone d'Oro insieme agli applausi scroscianti, gli trema la voce. Chiama “maestro” il collega Tsui Hark, che insieme a Quentin Tarantino (presidente della giuria veneziana e suo grande fan) gli consegna il trofeo, e snocciola i nomi dei suoi “idoli, che ora ho l'onore di ritrovarmi come colleghi: Scorsese, Coppola, Friedkin...”. Poi stringe la mano agli appassionati adoranti, e anche alla fine della proiezione di “Jianyu- Reign of assassins”, di cui è produttore e co-regista accanto al “discepolo” Su Chao-Pin (“ma più che altro ho dato qualche suggerimento e curato il montaggio”, si schermisce) continua a inchinarsi, salutare gli spettatori, ringraziare...
E ora, cosa farà in questa seconda – anzi terza – parte della sua carriera, dopo aver lasciato Hong Kong per Hollywood ed essere tornato in Cina da trionfatore?
“Ho tanti progetti. Intanto vorrei continuare col genere wuxia, ho già una storia in mente, e poi tornare al noir, con un paio di remake, uno da un film di Jean-Pierre Melville, l'altro invece sarà un rifacimento di “The killer”: stavolta con Jung Woo-Sung”

La star coreana è già interprete del suo ultimo film e anche lui era presente a Venezia, con la splendida protagonista, Michelle Yeoh. Già, perché la figura centrale di questo “cappa e spada” è una donna, “Pioggia Fine”, che conserva parte delle reliquie di Bodhi Dharma, contese da più persone perché, si dice, chi le possiede tutte potrà dominare l'arte del kung fu e non aver più alcuna deficienza fisica. Per sfuggire ai suoi inseguitori (in parte anche della propria banda di assassini) decide di farsi operare al volto e ricominciare una nuova vita. Quello che non prevede è di potersi innamorare...Il film, splendido, elegante, colorato, con il decisivo tocco “alla John Woo” nella coreografia dei combattimenti, le carrellate e gli stop-motion, ricorda molto, nel suo infuriare  e incrociarsi di passioni, “La tigre e il dragone”, il più occidentale dei wuxian, e ci regala anche momenti intimi e casalinghi del tutto insoliti nei film del genere. Se un punto debole c'è, è che a tratti ricorda un po' “Kung Fu panda” coi suoi personaggi più che al limite dello stereotipo al limite addirittura della parodia, ma i due personaggi protagonisti sono molto ben delineati ed interpretati, vicini al sentire dello spettatore moderno.
“Infatti ciò che abbiamo voluto fare è stato proprio quello di modernizzare i caratteri in modo che lo spettatore potesse identificarsi, ed enfatizzare la parte sentimentale, evitando combattimenti acrobatici inutili ed esagerati. L'eroina è sempre forte, ma è anche buona e sensibile. Credo che sia questa la novità principale. Ciò a cui ora aspiro è di diventare un ponte tra oriente e occidente. Non è importante far film sulla Cina di oggi o del passato, l'importante è farli, rispettando il gusto cinese ma facendo in modo che possano piacere anche altrove”

Se a lui John Woo ha dato del maestro, a sua volta Tsui Hark è diventato un fan di Woo.: sta passeggiando sulla spiaggia con Andy Lau, stupendo protagonista del suo ultimo film, in concorso, “Di Renjie zhi Tong Tian diguo” (Detective Dee e il mistero della Fiamma Fantasma), e quando viene a sapere che il collega è sulla terrazza dell'hotel va in fibrillazione come uno scolaretto: sono decisamente lontani i tempi (quelli di “A better tomorrow 3”) in cui tra i due c'era rivalità.
Molto lega questi due giganti del cinema di Hong Kong, per esempio il fatto d'aver cominciato col noir ed essere giunti al feuilleton in costume, ma sono soprattutto tre le cose che colpiscono. Innanzitutto, l'uso quasi funambolico del  montaggio: prima di loro il massimo del dinamismo era rappresentato da Peckinpah, ma i due han portato questa lezione all'estremo, rivoluzionando l'estetica del cinema d'azione. Legato a questo aspetto, c'è l'estremizzazione del kung fu (sia nelle pellicole “gangster” che in quelle “cappa e spada”), fondendo i cliché di Bruce Lee con quelli del wuxia. Infine, l'aver portato un rinnovamento in questo genere, regalandogli umori più moderni ed occidentali.
Dell'operazione cominciata da John Woo con lo storico “Red Cliff- la battaglia dei tre regni” e proseguito con questo “Reign of assassins” abbiamo detto. Nel cinema di Tsui Hark, da “The Blade” a “Seven Swords”, l'opera di fusione tra generi e cinematografie è più sottile e graduale, e culmina con questa spettacolare  contaminazione tra film storico e giallo.
I personaggi sono reali, anche se ammantati di leggenda e opportunamente romanzati (soprattutto la figura del consigliere, donna/uomo coinvolta in un triangolo sentimentale con Di e l'imperatrice), i fatti sconfinano nel magico secondo i parametri del genere, ma lo svolgimento della storia è un vero e proprio “murder mystery”.
“Quando mi è stata proposta la sceneggiatura c'era questa bellissima storia per un film di kung fu. È un genere che amo, ma volevo fare qualcosa di innovativo, volevo dare più spessore al personaggio di Di e dare nuova linfa al genere, con più ricchezza nelle storie narrate e nella descrizione dei caratteri. Così ho riscritto il testo, e la cosa diversa è stata quella di creare della suspense, rendendolo un giallo ricco di colpi di scena, lasciare lo spettatore col fiato sospeso a chiedersi chi è l'assassino e alla fine non dare una spiegazione in due parole, ma una soluzione che nasce dalla profondità dei personaggi e dai loro rapporti”

Missione riuscita perfettamente. Il film colpisce per la grandiosità dello stile e degli effetti visivi, ma avvince per i bellissimi personaggi e la trama intricata. Se le indagini seguono piste alquanto strane e indubbiamente “cinesi”, gli indizi per scoprire il colpevole sono ben disseminati come in un giallo di Sherlock Holmes (l'investigatore occidentale al quale Di più assomiglia), cosicché a mozzare il fiato non è solo il livello estetico della pellicola ma anche il gran finale.
Era pertanto necessario avere protagonisti all'altezza e i prescelti Andy Lau, Carina Lau, Li Bingbin, Tony Leung Ka Fai sicuramente lo sono. Particolarmente intensa l'interpretazione della star Andy Lau, che ci ha svelato qualche trucco...
“ Quando ho visto come Tsui faticava sulla sceneggiatura, ho cominciato a prepararmi i compiti a casa...Ho cominciato a leggermi di tutto su Detective Dee, non solo il romanzo da cui il film è tratto, ma anche i documenti storici e i romanzi occidentali (allude alla serie di romanzi polizieschi di Robert van Gulik sull' “onorevole giudice Dee”), ma alla fine Tsui mi ha detto “dimentica il passato, perché non voglio fare un film storico, voglio fare qualcosa di nuovo” e mi ha suggerito di pensare, come chiave d'interpretazione, a un animale. E io mi spremo il cervello: a quale animale posso paragonare Di? Un cavallo, forse? E Tsui mi suggerisce: pensa a una scimmia. Una scimmia per il giudice Di? Come faccio ad innalzare una scimmia al suo livello? Alla fine ho avuto l'illuminazione: lo farò come Tsui Hark!”

Elena Aguzzi