James Ivory, americano per caso

11/10/2010

“Dica la verità, dica che è inglese!” scherza Maurizio Porro conducendo la Lezione di Cinema all’Anteo di Milano che vede protagonista James Ivory, in occasione dell’uscita del film “Quella sera dorata”. Perché a tutti, alla vista di questo perfetto gentleman dall’accento delizioso che ha realizzato film squisitamente inglesi nella loro essenza come “Quel che resta del giorno”, “Camera con vista”, “Casa Howard”, “Maurice”, risulta arduo credere che sia invece americano. “No, nessun inglese potrebbe mai credere che sono inglese, se lo dicessi si metterebbe a ridere - scherza a sua volta Ivory – Credo che i miei film siano americani, a prescindere da dove sono ambientati. Forse sono europeo nel modo di sentire. Sono uno dei tanti americani nati in una cittadina, che decidono di andare in Europa, e io sono andato oltre, mi sono spinto in India, dove mi sono formato e ho girato i miei primi film.”.
Contribuisce a dare questa immagine britannica la presenza di Anthony Hopkins, l’indimenticabile maggiordomo Stevens, un’icona del Cinema di Ivory, ed ora protagonista anche di “Quella sera dorata” (“The City of your Final Destination”). Ma, a differenza dei film precedenti, l’ambientazione di questo suo ultimo film, ancora una volta di derivazione letteraria, è tutta sudamericana. “Mi sono piaciuti i personaggi e le situazioni in cui si scontrano e l’opportunità di lavorare in Sud America. Abbiamo girato nella Pampa, vicino ai fiumi che formano il confine tra Argentina e Uruguay. A Buenos Aires abbiamo messo insieme il cast e svolto tutto il lavoro di preparazione e ho trovato gente piacevole, che condivideva un obiettivo comune, e un’atmosfera simile a quella che ho trovato in Francia. Lì ho provato una serie di emozioni che forse si sono poi riversate nel film”.
Non è invece una novità che Ivory si ispiri alle pagine di un romanzo, essendo i suoi film più celebri di matrice letteraria “Il 60% dei miei film è l’adattamento di romanzi, il 40% basato su soggetti originali” precisa. E aggiunge “In questo caso, trattandosi di un autore contemporaneo, avevo responsabilità verso due scrittori: Peter Cameron, autore del romanzo, e Ruth Jhabvala che è ancora una volta sceneggiatrice. E spesso l’autore vuole operare dei cambiamenti, come proprio per questo film con Peter Cameron che ha voluto che la storia si svolgesse a flash back. Ci sono poi scrittori che non vogliono interferire e non si fanno mai vedere sul set, come è capitato con Ishigura quando giravo Quel che resta del giorno. Pur essendo un cinefilo è sempre stato lontano dal set e solo un giorno ha guardato le riprese da lontano su una collina”.
Spesso, proprio per l’atmosfera letteraria che si respira nel suo Cinema, Ivory viene accostato a Visconti “Ho visto per la prima volta Il Gattopardo in una versione mutilata per gli Americani, quando poi l’ho rivisto ho subito voluto leggere il libro. E leggendolo ho trovato cose che avrei voluto ritrovare nel film, ma è sempre così quando adattiamo dei romanzi per il Cinema, dobbiamo rinunciare a cose bellissime ma che non possono essere rese sullo schermo. E i grandi talenti del Cinema Italiano degli Anni 50 hanno avuto su di me una forte influenza”.
Come prepara Ivory i suoi attori? “L’ideale sarebbe provare con tutti, ma è un sogno impossibile perché non si riesce a riunire il cast in fase di preparazione. Ma se un film è basato su un romanzo ambientato nel passato anche improvvisare è difficile, perché c’è un linguaggio preciso da rispettare. E non posso dire come Hopkins prepari i suoi personaggi, è un mistero anche per me”.

Gabriella Aguzzi