Bulger, Armstrong e Dean: dalla realtą allo schermo

06/10/2015

In questi giorni stanno uscendo dei film, di buon livello e con interpreti notevoli, accomunati da una strana circostanza: ci parlano tutti di storie realmente accadute, anche se non possiamo definirli dei veri e propri “biopic”. Si tratta del gangster-movie “Balck Mass” con Johnny Depp, di “The program”, con Ben Foster e di “Life” con Dane DeHaan e Robert Pattinson.


Black Mass è un bel film: solido, classico, ben costruito, appassionante. Come spesso accade ai film gangster (“Donnie Brasco” - a cui richiama non solo per la presenza di Depp - “American gangster”) il fatto che sia tratto da una storia vera passa in secondo piano, e anzi ha dell'incredibile. Non è la solita parabola ascesa-caduta di un criminale e non è la solita storia con l'agente dell' FBI infiltrato. Qui l'agente, con la scusa di volere avere delle informazioni per catturare dei mafiosi, diventa complice del boss, a cui chiede di fare da “informatore”, e lo aiuta a consolidare il potere a South Boston. Ma non è tanto la smania di successo professionale a spingere l'agente Connolly a coprire il famigerato Jimmy “Whitey” Bulger, quanto il senso di fedeltà all'amico d'infanzia: quando erano ragazzini Jimmy lo ha aiutato e ora lui lo protegge. Il film, seguendo l'inchiesta dell'FBI, ricostruisce le vicende con ritmo tranquillo, freddezza anche nei momenti più atroci, scavo psicologico, ottima ricostruzione dell'ambiente e dell'epoca, belle interpretazioni mai sopra le righe. L'unica nota stonata è Johnny Depp, assolutamente non negativo ma semplicemente ingiudicabile: anziché cercare un attore fisicamente adatto alla parte, si è cercata la star (e del film in effetti si parla grazie alla sua presenza...) e lo si è coperto di trucco peggio che in un film di Tim Burton, incluse delle orribili lenti a contatto azzurre, bloccandolo nell'espressività; dunque il poveretto gioca tutto il suo talento sulla voce: peccato che in Italia il film esca doppiato...

Praticamente il contrario lo possiamo dire su “The program”, che ricostruisce le vicende di Lance Armstrong, dalle stelle (7 volte campione del Tour de France) alle stalle (titoli tolti per doping): qui il valore del film si appoggia tutto sul talento registico di Stephen Frears e sull'interpretazione sensibilissima di Ben Foster. La sceneggiatura però è squilibrata da un livore eccessivo. D'accordo che, non potendo più semplicemente “smitizzare” il personaggio poiché lo ha fatto egli stesso in diretta tv (“Tutto quel mito...era solo finzione”) si è dovuto alzare il tiro e segnalare che quello di Armstriong non era semplice doping, ma un programma perfetto messo a punto dall'intero team per frodare l'antidoping. Che poi Armstrong sia un benefattore di primo piano per i malati di cancro poca importa: qui è dipinto semplicemente come un bugiardo e un impostore, un vanesio arrogante e un drogato. Il problema sta nel manico: il film è basato sul libro scritto dal giornalista David Walsh, il primo a muovere dei sospetti sul personaggio e a farne le spese, e ora giustamente rancoroso al riguardo, qui nel ruolo di coprotagonista.

Infine c'è “Life” ispirato a un breve capitolo della vita di James Dean (di cui ricorre in questi giorni il 60esimo anniversario della morte): quando, tra l'anteprima di “La valle dell'Eden” e l'inizio delle riprese di “Gioventù bruciata” fece un servizio fotografico, tra New York e la città dov'era cresciuto, Fairmont, Indiana, firmato da Dennis Stock, che proprio con questo servizio riuscì a sfondare su Life Magazine. In realtà, nel nostro breve riassunto, abbiamo preso la prospettiva sbagliata: dovremmo dire che il film racconta di un momento nella vita di Dennis Stock, quando incontrò il giovane Dean e insieme, grazie a quel servizio fotografico, divennero star. Ma potremmo anche dire che è la storia di due giovani di talento che si annusano e capiscono che è il caso di aiutarsi a vicenda, forse semplicemente perché, pur così diversi l'uno dall'altro, si riconoscono e si piacciono. Dei film qui ricordati “Life” è probabilmente il più debole: un collega, uscendo dalla proiezione, lo ha liquidato come “uno di quei biopic adatti a Sky Arte”, dove l'attrazione principale è rimanere stupefatti dal mimetismo fisico-gestuale-vocale di Dane DeHaan con Jimmy Dean. In realtà è quello che ci è piaciuto di più: forse perché ci parla di Dean, forse per New York innevata, forse per le luci, per la ricostruzione perfetta delle foto (di cui abbiamo la collezione), per quel palpitante spirito giovanile di ricerca di una propria strada. Sorvoliamo pure sull'inutile parentesi della storia d'amore con (Annamaria) Pier Angeli: la ricerca della foto che colga l'anima alla fine prende il sopravvento e si intuisce che quello che il regista Anton Corbijn (che infatti è un fotografo) vuole raccontare non è la vita di James Dean, ma la sua vita dentro quegli scatti. Tra l'altro, particolare da non sottovalutare, Robert Pattinson recita molto bene: segno che c'è un bravo regista dietro la macchina da presa.

Per restare in tema di biopic e a testimoniare quanto le biografie siano centro pulsante di questo momento cinematografico gettiamo uno sguardo in Sala Bio. Sala Bio nasce infatto come estensione nel corso dell'anno di Biografilm Festival – International Celebration of Lives di Bologna, il primo festival italiano dedicato alle biografie e ai racconti di vita i cui ambiti spaziano dal cinema alla letteratura, dal documentario alla fotografia, dall’arte al teatro, alla musica.
Le rassegne,  in contemporanea a Milano al Cinema Colosseo e a Roma al Cinema Adriano, presentano molte anteprime per far scoprire importanti, appassionanti, divertenti storie di vita.
Tra i titoli, appunto Black Mass; Janis, il documentario su Janis Joplin di cui abbiamo parlato più ampiamente in altra sede; The Walk di Robert Zemeckis che racconta la folle impresa del funambolo Philippe Petit che ha passeggiato per 45 minuti su un filo d’acciaio tra le Torri Gemelle; Steve McQueen: una vita spericolata, di Gabriel Clarke e John McKenna, il sogno di Steve McQueen di girare il film definitivo sulle corse automobilistiche; Woman in Gold di Simon Curtis, la storia di Maria Altmann, donna ebrea che 50 anni dopo il saccheggio della sua abitazione da parte dei nazisti decide coraggiosamente di sfidare le autorità austriache per chiedere la restituzione del quadro di Klimt la Donna in Oro. Con una Helen Mirren come sempre semplicemente meravigliosa.

Elena Aguzzi