Spagna, terra di fantasmi

28/11/2008

La tradizione ha sempre associato la figura dei fantasmi al mondo anglosassone, la conoscenza del Cinema Orientale ci ha portato l’ombra terrificante di fantasmi visti come demoni infelici in cerca di compagni da trascinare nel loro mondo di tenebra, ed ora l’assolata Spagna si rivela terra di oscurità e di mistero. Non è un caso che gli horror più belli, terrorizzanti e struggenti in un magico connubio, vengano tutti dalla Spagna, ereditando la tradizione classica del fantasma, con la figura del bambino come veicolo più fragile e sensibile per l’Aldilà oscuro, e ammantandolo di un desolato senso di disperata angoscia che spinge i fantasmi a cercare ristoro alla propria solitudine e i vivi a penetrare la barriera che separa inesorabilmente i due mondi.
Sono fremiti più spaventevoli di qualunque horror ad effetto, silenzi e sussurri più forti di qualunque urlo, orrori dell’inconscio che fanno sobbalzare con più violenza di qualunque spargimento di sangue, perché toccano corde segrete e fanno leva sul dolore. Tutto pervaso da quel tocco di mélo che è la cifra inconfondibile del Cinema spagnolo e che tinge così di una sua spiccata originalità anche il genere horror.

Il capostipite è Alejandro Amenabar che avvolge in una nebbia di morte la villa di “The Others”, nascondendo una verità troppo tragica per essere accettata. Jaume Balaguerò fa trionfare le tenebre con “Darkness” e, nell’ospedale per bambini di “Fragile” racconta, fino alla soglia delle lacrime, come i fantasmi non vogliano lasciare coloro che hanno amato. Il messicano Guillermo Del Toro si spinge nel Sud della Spagna durante la Guerra Civile, dove i fantasmi di un orfanotrofio mescolano le loro voci allo spettro della guerra (il film, del 2001, è giunto da noi con diversi anni di ritardo). E lo stesso regista che ha commosso tra gli orrori visionari di “Il Labirinto del Fauno”, produce ora “The Orphanage” del catalano Juan Antonio Bayona. Che dietro le quinte vi sia ancora Del Toro lo si coglie dall’ambientazione (ancora un orfanotrofio), dalla scelta di una storia con bambini protagonisti (e quanto perfetta è la psicologia!) e dalla soffusa angoscia che fa di una ghost story un vibrante dramma, ma senza risparmiare inquietanti apparizioni.

Tornata nell’orfanotrofio della sua infanzia, una donna (un’intensa Belèn Rueda) perde il proprio figlioletto ed è convinta, sola contro tutti, che i suoi compagni di gioco immaginari, gli stessi che abitavano un tempo tra le mura di quella casa ed erano stati compagni di gioco di lei, lo abbiano rapito. Ma le stanze della villa hanno troppi oscuri segreti.
“The Orphanage” avvince per il mistero (vi capiterà di aggrapparvi alla sedia e trattenere il respiro, ve lo assicuriamo), costruisce una trama solida e appassionante dove i dettagli non sono mai casuali (fate caso alla sequenza di apertura, ai brividi che annuncia e agli elementi che poi torneranno), rimanda per allusione ad altre storie di fantasmi della nuova corrente dell’horror catalano (l’immagine del bambino che disegna avvertendo presenze soprannaturali non ricorda forse “Darkness” di Balaguerò?) è tragico e potente. La consolazione è nel mito di Peter Pan, in un mondo che sta oltre la soglia del reale.

Gabriella Aguzzi