Sundance Film Festival: Considerazioni Finali

04/02/2010

L'espressione “cinema indipendente” ci fa pensare a film irrimediabilmente minori, palesemente girati con 4 soldi. Certo, di film low budget o no budget si continua a vederne ( e il Sundance Film Festival ha per loro creato una mini competizione a parte), ma in realtà “cinema indipendente” significa non povero bensì d'autore, libero dalle imposizioni delle major che spendono cifre da capogiro per gli effetti speciali e quindi pretendono adeguati guadagni, con conseguenti controlli rigidi sui contenuti e sulle forme.
È dunque il cinema indipendente, quello ben fatto, quello che amiamo maggiormente, ed era inevitabile andare a seguire il primo e più importante Festival “indie”.
Al Sundance 2010 abbiamo visto molta roba: alcuna valida, altra meno, altra magari non perfettamente riuscita ma con il giusto appeal per ottenere una distribuzione, altra infine già comprata per l'Italia. Ecco, in ordine di preferenza, un elenco di titoli su cui scommettere


Contracorriente di Javier Fuentes-Leon. È assai improbabile che trovi una distribuzione da noi, ma vogliamo cominciare proprio da lui, augurandosi di portargli fortuna, perché il film vincitore del premio del pubblico è semplicemente, limpidamente bellissimo. In un remoto villaggio di pescatori, Miguel sta per diventare padre, ma intanto ha una relazione clandestina con un affascinante pittore. Fin qui la solita storia sul problema del “coming out”, ma presto si introduce un elemento dolorosamente magico, quando il ragazzo muore annegato e il suo fantasma continua la storia d'amore... Non sveliamo altro qualora riusciate a vedere il film in qualche modo – in Francia, in DVD o su Internet, ma aspettatevi di piangere un po'
Nowhere Boy di Sam Taylor-Wood. Una perla imperdibile per i fans di John Lennon ( di cui Aaron Johnson dà un'interpretazione da brividi: stesso viso, stesse movenze, stessa voce, stesso particolare accento). Paul Mc Cartney ha contribuito con piccole rivelazioni e suggerimenti, e il concertino dei Querryman è di una precisione quasi documentaristica. Ma è un film che si fa amare anche da un pubblico profano per la toccante storia d'amore con la madre, per l'essere un romanzo di formazione attraverso la scoperta della musica, per la ricostruzione perfetta della Liverpool degli anni '50, per la bella interpretazione di Kristin Scott-Thomas nel ruolo dell'odiata-amata zia Mimi. In mezzo al pubblico della premiere abbiamo scorto un commosso Elton John: preparate (anche voi) i fazzoletti.

Abel di Diego Luna. Ne abbiamo già parlato nella nostra intervista all'autore. Qui ribadiamo come il punto di forza del film stia nella sua spontaneità, lievità, delicatezza e umorismo pur in un contesto amaro. Nonostante l'accoglienza entusiastica del pubblico non siamo però così certi di un suo futuro al nostro botteghino: incrociate le dita, perché merita.
Howl di Rob Epstein e Jeffrey Friedman. Geniale, spiacevole, jazz, ribelle come l'opera che celebra, “Howl” è il prototipo del Sundance film, e stupisce che non abbia ottenuto alcun riconoscimento: osa troppo? Mescolando fiction, animazione (grafica orribile, bisogna dire), interviste ricostruite con precisione maniacale, immagini di repertorio, distrugge (finalmente) il concetto tradizionale di biopic. James Franco è delizioso (anche troppo, per il ruolo!) e veste i panni di Allen Ginsberg con sentito mimetismo. Scade nella parte finale, quando il processo per oscenità prende troppo spazio: certi pistolotti spezzano il ritmo. E nel beat il ritmo è essenziale.
Hesher di Spencer Susser. Tra le più divertenti e originali elaborazioni di un lutto mai viste. Anche qui un premio sembrava scontato, ma la giuria ha scelto la poesia più seria di “Winter's Bone”. Tutto funziona in questo film: come la storia è raccontata, come è filmata, dove è ambientata. La linfa viene però dai personaggi e dai loro interpreti, tutti perfetti. Memorabili in particolare la nonna di Piper Laurie e, ovviamente, Hesher, che Joseph Gordon-Levitt interpreta in maniera strepitosa.
The kids are allright di Lisa Cholodenko. È solo una commedia, niente di più, ma è spassosissima, e piccante quel tanto da suscitare curiosità. Annette Bening e Julianne Moore, in gara di bravura (vince la prima), sono una coppia lesbica con due figli, uno per una, avuti dallo stesso donatore di sperma . I ragazzi rintracciano l'uomo (Mark Ruffalo in stato di grazia), e il risultato è tanto esilarante quanto devastante. Politicamente scorretto, finalmente.

Jack Goes Boating di Philip Seymour Hoffman. Hoffman firma il suo esordio alla regia con una commedia romantica fatta di nulla: dettagli, sguardi, silenzi, buffa amarezza, per raccontare un piccolo universo di perdenti in cerca d'affetto. E Jack per amore imparerà a nuotare, a cucinare, ad andare in barca. Il regista sceglie un modo piano ma non banale per dirigere tutto ciò, e naturalmente sa dirigere gli attori. Amy Ryan è tenerissima e lui stesso, tutto imbarazzo e stupore, è semplicemente superlativo
Io sono l'amore di Luca Guadagnino. Già il titolo, tratto da un verso dell'Andrea Chenier, la dice lunga sul tono della pellicola. La sceneggiatura non è esemplare (un paio di buchi e qualche forzatura), la scena di sesso bucolico è abbastanza imbarazzante e i protagonisti vanno continuamente da Milano a S. Remo come fosse dietro l'angolo, ma abbiamo comunque molto apprezzato questo melodramma viscontiano (la scena iniziale del compleanno del nonno richiama da vicino La caduta degli Dei, ma non è la sola affinità), dove il cibo è veicolo dello scatenamento di passioni e tragedie, melò raffreddato da ciò che non è detto e dall'algido ambiente upper class dove si svolge (volendo, possiamo anche leggere la storia in chiave pasoliniana, col guscio protettivo dell'alta borghesia industriale che viene spezzato dall'inserimento di un elemento estraneo e “bruto”). Tilda Swinton è impeccabile (come la ben ritrovata Marisa Berenson) e Milano bellissima.

Sympathy for Deliciuos di Mark Ruffalo. Anche qui, come per Abel, ne abbiamo già parlato incontrando l'autore. Speriamo in una sua distribuzione per due motivi. Il primo, oggettivo, è che non è la solita operina da principiante (al Sundance abbiamo visto anche imbarazzanti lui-lei che parlano, niente storia e niente ritmo): nonostante sia un'opera prima è realizzata in modo molto professionale, con uno stile sicuro anche se imperfetto. La seconda, più personale, è che Ruffalo è una persona dolcissima e merita il successo. Cast notevole.
The romantics di Galt Niedheroffer. Dal suo stesso romanzo. Sette amici riuniti in una villa al mare per il matrimonio di due di loro: ma lo sposo è un' ex-fiamma della migliore amica della sposa... Divertente, romantico, molto “femminile”, con dialoghi che sanno di vero e un cast affiatatissimo. La versione vista al Festival è ancora provvisoria (manca per esempio la colonna sonora originale), ma noi speriamo che cambi il meno possibile perché le imperfezioni lo rendono più autentico.
The Extra Man di Shari Springer Berman e Robert Pulcini. Una scommessa azzardata, perché questa commedia su un giovane aspirante scrittore che conosce un anziano e pomposo gigolò che lo introduce nel giro delle vecchie dame è forse fin troppo sottile per il grande pubblico. Qualche scivolone di gusto e di ritmo, ma il loquace Kevin Kline e l'attonito Paul Dano funzionano bene, i dialoghi sono brillanti e la voce fuori campo, che sottolinea gli accadimenti col tono da romanzo di Fitzgerald, è strepitosa.

The Runaways di Floria Sigismondi. La storia, come si può arguire dal titolo, del gruppo di Joan Jett e Cherie Currie. Facile liquidarlo come “il solito biopic”, l'eterna parabola di “ascesa e caduta”, l'ennesimo “belle e dannate”. Invece lo stile della regista, che proviene da videoclip e videoart, si sente. Molto bene le interpreti: Dakota Fanning, in soli due anni passata dal ruolo di bambina prodigio a quello di sexy Lolita, e Kristen Stewart, che chi l'ha (non) ammirata in Twilight troverà piacevolmente irriconoscibile come rude rocker lesbica.
Mother and child di Rodrigo Garcia. Produce Inarritu, e si sente. Tre storie parallele di donne alle prese con madri, figlie o desiderio d'averne: alla fine le storie si incroceranno grazie a un destino beffardo. Personalmente l'abbiamo trovato un po' artificioso e noiosetto, con punti però commoventi e interpreti in gran spolvero, specie Naomi Watts e Annette Bening: ogni ruga un'espressione.
Twelve di Joel Schumacher. Girato in sole tre settimane sui luoghi. Nonostante il regista si sforzi di inserire immagini d'autore, per noi resta un noioso audiobook (la voce fuori campo è troppo invadente ed esplicativa) su una scontatissima storia alla “less than zero”: la gioventù ricca e malata di New York. Aiuto. Però ha le carte in regola per piacere e i vari protagonisti sono adeguatamente avvenenti (gli occhi di Chase Crawford e il fondoschiena di 50 Cent possono valere il biglietto): che sia l'occasione di lanciare qualche nuovo attore il vero motivo per cui è stato realizzato il film? In fondo (e lo diciamo con tutta la meritata simpatia) , Schumacher più che un regista è un talent-scout

Bene, questo per i film: ma il Festival in sé, vi chiederete, com'è? Amichevole. Sarà per il luogo, un paesino da fiaba (almeno secondo le proporzioni americane); sarà per il personale sempre sorridente e gentile (dai volontari in piedi sotto la neve agli autisti delle utilissime navette gratuite); sarà per la gioventù dei filmakers e delle loro opere, che rappresentano – proprio nei “dettami” del festival – lo spirito di indipendenza e ribellione; sarà per il tono di casualità e del “facciamo 4 chiacchiere dopo il film”; certo è che siamo ben lontani dal tono serioso e imbalsamato dei festival europei, costretti tra conferenze stampa ufficiali ( spesso condite da polemiche) e assaltatissimi “tappeti rossi”.
Fin in maniera eccessiva, però. Un minimo di ufficialità in più a volte non guasterebbe: uno stile informale è indicato per un festivalino intimo, mentre ormai il Sundance ha raggiunto proporzioni pachidermiche – oltretutto in aggiunta a una folla di persone che si trova a Park City per la stagione sciistica. Così non solo è un'impresa incontrare la star di turno (in genere presente solo alla “prima”e poi tendente a dileguarsi nel nulla), ma anche semplicemente riuscire a vedere un film senza fare ore di coda, o addirittura trovare un posto dove mangiare alla sera. In conclusione, un Festival che non facilita il lavoro della stampa, ma che si presenta piuttosto come un laboratorio per filmakers e aspiranti tali. Se la cosa vi piace, allora è adorabile.

Elena Aguzzi