Storielle ebraiche

31/03/2010

“Un giorno sono andato dal rabbino e gli ho chiesto qual' era il senso della vita. Lui mi ha risposto, ma in ebraico. Io non capisco l'ebraico”
Questa battuta di Woody Allen riassume un po' tutto lo humor ebreo, o spirito yiddish (non sono esattamente la stessa cosa, ma per semplicità facciamo finta di sì), un umorismo che fondamentalmente si fa beffe della grande tragedia della vita: non capirne il senso.
In qualche modo potremmo dire che la prima figura umoristica ebrea si trova addirittura nell'Antico Testamento, libro di Giobbe. Quando lo leggiamo non ridiamo, anzi ci commuoviamo, ma se non fosse per il tono solenne e il finale trionfante, potremmo trovarci qualcosa di tragicamente buffo in quest'uomo che non fa che ricevere mazzate in testa senza ragione apparente, con un effetto “ad accumulo” come nelle gag di Wile E. Coyote. Non per essere blasfemi, ma Giobbe, in fondo, è il prototipo della classica figura yiddish dello shlemiel, che con una sommaria traduzione potremmo chiamare “lo sfigato”: un uomo probo che non si spiega il perché di tanta sfortuna.
Ultimamente il cinema ha proposto questa figura con “A seroius man” dei fratelli Coen, un film raggelato da ritmi che nemmeno Antonioni: consigliamo però di farvi delle dosi extra di caffeina e reggere svegli fino alla fine, perché è un gioiellino di cattiveria e umorismo nero, a partire dalla parabola iniziale in yiddish. Il film presenta non solo una serie senza fine di batoste, ma soprattutto di coincidenze beffarde che sembrano porre la domanda “perché tutto ciò”? E la risposta, ovviamente, non c'è. O magari c'è, solo che, come nella battuta di Woody Allen, non riusciamo a capirla. Se il protestante dubbioso Ingmar Bergman riflette cupamente sul silenzio di Dio, gli ebrei Coen ci ridono amaramente sopra: un capolavoro è l'episodio, che viene riportato da un personaggio del film, dei “denti del non ebreo”. Un nonsense che ci suggerisce, nemmeno troppo fra le righe, che magari i  miracoli avvengono, solo che non sappiamo coglierli e comprenderli e, pertanto, si rivelano inutili.

Eppure, l'ebreo è anche ottimista. È questa la seconda componente del suo umorismo, che controbilancia la prima, ovvero il citato senso di persecuzione. Perché l'ebreo non solo è perseguitato, ma è proprio IL perseguitato per antonomasia. Dal re d'Egitto, dal raccolto scarso, dagli esattori delle tasse , dai “goj” e dalla sfiga. E allora cosa fa? Ci ride su e pensa che, tutto sommato, non ci si perde niente se si prova ad uscirne. Ancora una volta, troviamo un paio di film esemplificativi:il simpaticissimo, travolgente “Train de vie” del  romeno Radu Mihaileanu, in cui un gruppo di ebrei sfuggono ai nazisti costruendo un convoglio ferroviario e travestendosi da nazisti stessi; e il delizioso “Vogliamo vivere” (To be or not to be) che Ernst Lubitsch, scappato negli Stati Uniti, diresse in piena guerra (1942) per raccontare anche qui di ebrei truccati da nazisti: in questo caso attori, che col loro camuffamento riescono persino a catturare Hitler (se non è ottimismo questo...). A ben guardare è questa la risposta che si danno alle disgrazie senza senso: prova a vivere, magari alla fine capirai il perché. Ammesso che si diano risposte senza punti interrogativi. Un cristiano chiede a un ebreo “Perché rispondete sempre a una domanda con un'altra domanda?”, e l'ebreo: “Perché no?”

Terzo elemento è l'assurdo. Se nulla ha senso, perché dovrebbero averlo le battute? Potremmo citare Beckett, a questo proposito, ma siccome amo raccogliere storielle ebraiche, più prosaicamente ne propongo una, che spero apprezzerete. Provate a pensarla raccontata da Moni Ovadia.
Una sera, sulla strada principale di un piccolo shtetl, sotto l'unico lampione acceso, Moishe sta cercando qualcosa per terra. “Che cosa hai smarrito?” chiedono alcuni passanti. “Un fiorino, deve essermi scivolato dalla tasca”. I passanti lo aiutano a cercare, ma non trovano niente. “Sei sicuro di averlo smarrito proprio qui?” “No l'ho perso nel cortile dietro la sinagoga” “E allora perché lo cerchi qui?” “E dovrei cercarlo nel buio, in mezzo al fango?”.
Comunque, Samuel Beckett e storielle di origine ashkenazita a parte, un altro campione dell'assurdo è il grande Groucho Marx. Oggi certe sue battute, puntate spesso su giochi di parole, appaiono un po' datate, ma  il suo umorismo stralunato ha indubbiamente influenzato lo spirito del 99% dei cabarettisti ebrei newyorchesi. Un articolo del “Time” del '32 definiva Groucho “un prototipo dell'umorismo ebraico”. Vero e falso. Vero che il suo stile di umorismo traeva origine dalla grande tradizione yiddish, ma anche falso perché a questa tradizione egli ha aggiunto delle novità tutte sue, inventando in pratica l'umorismo ebraico moderno. I personaggi creati dai fratelli Marx non sono più le macchiette caratteristiche dello shlemiel, dello shnorrer e del rabbino, ma figure di impresari, dottori, direttori d'albergo, avvocati, capi di Stato, protagonisti, attivi o passivi, di raggiri, di storie d'amore e di denaro e magari addirittura spionaggio. Il tutto condito da dialoghi che non seguono alcuna logica se non quella della suggestione linguistica: “Ecco i piani di guerra. Sono preziosi quanto la sua vita, che è piuttosto a buon mercato. Li custodisca come una gatta sorveglia i suoi gattini. Ha mai avuto gattini? No certo, lei è troppo occupata con le partite di bridge. Non capisce cosa cerco di dirle? Io l'amo! Perché non mi sposa? Lei prende me, io prendo una vacanza. Avrò bisogno di una vacanza, se ci sposiamo”
Avete capito il senso?

Dal 17 al 29 Aprile la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea presenta alla Cineteca Italiana - Spazio Oberdan la terza edizione della rassegna dedicata alla nuova cinematografia israeliana con 14 titoli tutti inediti per Milano

Elena Aguzzi