Schermi al plasma e LCD: gli Acchiappa-fantasmi

20/05/2010

“Era vero ciò che abbiamo veduto, o ci siamo nutriti di quell’erba insana che rende prigioniera la mente?”
Macbeth


Ma quanto ci piace l’horror e quanto ci piacciono le scrittrici tardo-ottocentesche di racconti gotici. Una, in particolare, ha rapito la nostra anima, e non solo per i suoi delicati componimenti dal lieve sapore dark, ma anche per la sua elegante filosofia in materia di spettri e creature non morte. Lei aveva per nome Edith Wharton, era una raffinata eccentrica inglese e amava trascorrere i pomeriggi di primavera con le amiche, nel giardino della sua casa. Fra un sorso di tè in tazza di porcellana decorata e un biscottino alle mandorle, le molte compagne di chiacchiere di Edith erano solite chiedere se lei, in definitiva, credesse davvero nei fantasmi, viste le sue inclinazioni artistiche. La nostra beniamina, sorridendo, rispondeva con una domanda: “Mia cara, - supponiamo fosse incline ad esordire – se tu vedessi una pianta disinfestata dagli insetti, e dunque priva di bruchi o parassiti, smetteresti forse di credere nell’esistenza degli insetti?”  Attonite le dame. Certo che no, gli insetti esistono da sempre e sempre esisteranno, anche quando i mammiferi saranno al declino, e poi quando l’uomo contemplerà un mondo alla fine, ovvero quando i lunghi anni della sua storia saranno consumati. Insetti grandi come palazzi, dicono gli scienziati, ma, per ora, su una pianta disinfestata possono sparire. Si può addirittura credere che, se tutto il pianeta fosse come quella pianta, gli insetti abbiano concluso il loro ciclo. Ma, ovviamente, non è così. Se i fantasmi esistono, ci si chiedeva? La Warton non avrebbe dubbi: certo che sì! Sempre sono esistiti e sempre esisteranno, ma se non è facile cacciare tafani e moscerini con spray o fumo o moderne piastrine, cacciare i fantasmi è un gioco da ragazzi: basta accendere la luce. L’elettricità è, per i fantasmi, come il Baygon per le zanzare. La luce elettrica non lascia zone d’ombra, illumina lunghi corridoi, alti e polverosi soffitti, stanze chiuse da un’eternità, non permette agli angoli di restare nel buio, e gli spettri di quello si nutrono: del buio. Come si evince dallo splendido romanzo di Ray Bradbury: “Ritornati dalla polvere”, gli scricchiolii, le folate di vento improvvise, le deboli luminescenze e il cigolare delle porte possono avere una spiegazione scientifica o anche no, ma, senza dubbio, privi della tenebra smettono di essere ciò che sono veramente. Noi, discepoli dell’illusione illuminista, abbiamo acceso un faro sulla notte e abbiamo ucciso i fantasmi. No, non esattamente. Li abbiamo decimati, costretti a vivere nel sottosuolo, in zone remote e rare, in quei pochi loculi oscuri ancora concessi al mistero. Ma è ovvio che sia così! Come spiegare, altrimenti, quei brividi improvvisi, quella strana sensazione di una mano che ci tocchi i capelli, quelle voci che ci svegliano nel cuore della notte e le sagome rapidissime, ai piedi del letto, che spariscono solo se spalanchiamo completamente gli occhi? Allucinazioni proiettive, d’accordo, date da una mente ancora nel torpore del sonno, ma perché? Perché limitarsi al modo scientifico in cui si manifestano? Perché non ammettere almeno il desiderio che siano fantasmi? E allora perché, ci chiediamo, accendere la luce? Ma ecco il faro a risparmio energetico che irradia il suo depressivo fascio violaceo e non risparmia il povero fantasma, il quale tentava solo di fare quello per cui è fatto: donarci un attimo di romantica inquietudine.
Mondo positivista, misticismo che si rifugia nell’arte: tomba di carta e di celluloide per gli spettri superstiti. Notti e notti spese davanti ad un tubo catodico per visionare, alla ricerca di perle nel fango, centinaia di film horror a basso costo, e le cose andavano bene fino all’avvento degli schermi al plasma e dei più moderni LCD. Doccia gelida, anche il cinema ha acceso le luci. Non abbiamo la pretesa di aver scoperto che gli schermi di ultima generazione garantiscono una qualità quasi perfetta delle immagini, ma ci fregiamo di essere fra i primi a parlare di come una tale qualità visiva sia veleno puro per tutte quelle produzioni destinate all’home video e realizzate alla “Speraindio”. Perché il tubo catodico, quel buon vecchio valigione più largo dello schermo che a posizionarlo su un mobile era ernia lombare garantita, in fin dei conti, fungeva anche lui da angolo buio per il mistero. La fotografia non bene a fuoco, le immagini per nulla nitide, nascondevano innumerevoli pecche ora traumaticamente ravvisabili in quelle sottilette di televisori ultrapiatti. Una tragedia. Il contrario dei dischi in vinile, che oggi raccolgono l’elite nostalgica della musica, senza efficacia per Lady Gaga o Shakira ma affascinanti per Frank Sinatra o i Beatles. Quella locomotiva che portava via spazio, piena di cavi con le ragnatele e lo spinotto dell’antenna che usciva sempre, ha fatto la fortuna di un genere medio-basso. Ciò che un tempo sfuggiva della povertà scenografica di una storia magari non da buttare, oggi risalta, e allora ecco finestre con i serramenti anti-intrusione in castelli abbandonati da trecento anni, armi con la canna piombata, abomini in gomma piuma, vecchie armature ed alabarde in alluminio, antiche pietre o lapidi in cartapesta. Non ci si può più permettere di spendere poco, dunque un genere rischia l’estinzione e si butta sulla parodia (“Morirete tutti! – gli squilla il cellulare – Hey, Billy, è una vita che ti cerco!” Battuta di un film tanto inguardabile da far dimenticare il proprio titolo). Cambia l’habitat ancora una volta, i dinosauri direbbero “Ci risiamo”, i fantasmi perdono l’ultima finestra dalla quale, tristi ed eterei di velata nostalgia, osservavano “il bel mondo lontano”. Noi, in ogni caso, un vecchio televisore ed un videoregistratore che fa più baccano di un rompighiaccio li abbiamo tenuti, si sa mai che uno spiritello abbia qualcosa da raccontare ancora. A proposito, perché sappiamo che è qui e sappiamo che probabilmente è triste anche lei: grazie per lo scricchiolio dal pavimento, buonanotte, dolce Edith.

Carlo Baroni