"Due vite per caso" al MIFF Awards: il coraggio di un esordiente

31/05/2010


Intento del MIFF, nato dieci anni fa per iniziativa di Andrea Galante su modello del Sundance Film Festival, dalla sua fondazione ad oggi è quello della scoperta di giovani talenti. Anche se sul suo red carpet si sono avvicendati nel corso degli anni ospiti prestigiosi, da Michael Radford a Kim Jee-woon, da Pupi Avati a Martin Landau, il suo vero obiettivo è sempre stato quello di esplorare la ricca fucina dei giovani filmmaker offrendo al pubblico milanese l’occasione di dialogare con loro, mettendo a confronto le cinematografie più diverse. E’ dunque stata una soddisfazione vedere sul palcoscenico un regista come Alessandro Aronadio, al suo primo lungometraggio con “Due Vite per caso”, che dal Miff era passato alcuni anni fa con un corto: è la prova della tenacia di chi vuole portare in porto un progetto in cui ha creduto fortemente. “E ho avuto la fortuna di incontrare produttori altrettanto coraggiosi, mentre spesso si richiede agli esordienti di raccontare storie di intrattenimento sui giovani che s’innamorano e si lasciano” dice il regista alla “prima” milanese del film.
La proiezione di “Due Vite per Caso”, così come l’inaugurazione con “Le ultime 56 ore” di Claudio Fragasso, hanno preceduto l’intensa tre giorni di competizione dei Cortometraggi; a completare il ricco programma gli aperitivi giornalieri con i filmmaker, la mostra fotografica dell’artista italo-persiano Arash Radpour “Facing Faces, ritratti dedicati al cinema”  e la tavola rotonda “Voglio fare cinema, da dove inizio?, dibattito tra studenti, docenti, filmmakers e distributori cinematografici (tra gli ospiti della giornata anche il cantautore Francesco Baccini che lo scorso anno è stato visto al Miff in veste di attore cinematografico).
Sempre interessante ascoltare la voce di chi esordisce nel mondo del Cinema con il giusto temperamento, come è stato appunto il caso di Alessandro Aronadio che si è poi intrattenuto a dialogare con il pubblico insieme al cast del film in un dibattito condotto dallo stesso Direttore del Festival Andrea Galante. Innamoratosi di un libro comprato quasi per caso, “Morte di un diciottenne perplesso”, Aronadio ha voluto trasportarlo al cinema e, insieme all’autore Marco Bosonetto, ne ha fatto una trasposizione cinematografica che ne rispetta lo spirito pur dipanando diversamente il racconto. “A volte è necessario tradire la fonte letteraria e qui dell’opera iniziale è rimasto il nome del protagonista e la doppia struttura della narrazione” scherza Aronadio, che subito aggiunge “Ho cercato di raccontare qualcosa in maniera originale, senza mai perdere il cuore di quello che volevo raccontare e dell’opera prima credo che riveli l’energia e la passione che ci ho messo”.
Due vite per caso: se Matteo quella notte avesse tamponato o meno un’auto della polizia la sua vita avrebbe preso una piega oppure un’altra completamente diversa, per una concatenazione di eventi. E noi vediamo le sue due vite in parallelo, con i suoi due futuri alternativi, finché ancora drammaticamente si incroceranno. Fin troppo facile pensare a “Sliding Doors”, che è l’esempio più illustre sul tema. “Ma Sliding Doors ha un impianto da commedia romantica, mentre qui l’episodio scatenante ha un impatto più violento”.
Plurimi omaggi alla Nouvelle Vague, a partire dal nome del pub che era anche il primo titolo che gli era stato designato, “Aspettando Godard”. “Era un titolo che voleva sottolineare l’attesa vana, ma era troppo criptico e forse anche selettivo”. E poi la citazione dello splendido finale di “I Quattrocenti Colpi”, con la frase di Truffaut che Aronadio fa dire al critico Tatti Sanguineti nella scena della lezione di Cinema “Con che diritto mi giudicate?”. Frase che sembra voler ripetere il protagonista del film nel fermo immagine finale, a ricalcare quello di Truffaut. “I Quattrocento Colpi è un film straordinario che racconta il passaggio dall’adolescenza all’età adulta e in un certo senso anche nel mio film si racconta il tentativo di Matteo di oltrepassare la famosa linea d’ombra. Certo Matteo non è più un ragazzo, ma le difficoltà di oggi ti costringono a restare in un limbo di adolescenza fin oltre i 30 anni, in uno stato di precarietà anche sentimentale. E alla fine il protagonista rivela due facce della stessa persona, dello stesso disagio e della stessa frustrazione, che si trovi da una parte o dall’altra della barricata. Lui resta se stesso con il suo essere inquieto”.

Gabriella Aguzzi