Quando il nome Ŕ tinto di giallo :Nero Wolfe

11/07/2010

“Malati  di  fiction” ? Se la  risposta è affermativa non resta  che  compiere  un pellegrinaggio  nella Città  Eterna e  augurarsi una pronta  guarigione  frequentando  il  RomaFictionFest 2010: la  rassegna  dedicata,  dal 5  al 10  luglio, interamente, alla “fiction, come  ne recita  il  titolo, proponendo un vasto  programma tra  anteprime  nazionali  ed  estere e  serie-tv  o  sceneggiati che in passato hanno  avuto  particolarmente successo.
Accantonate  le guerre  di cifre tra  i prodotti  seriali  ritenuti  migliori  a furor  di  popolo e rilevati con l'ausilio  dell'Auditel, l'obiettivo  è individuarne, studiarne  le  peculiarità con lo  scopo di introdurre per il  futuro, mescolandoli sapientemente, gli ingredienti efficaci  ed  altamente  professionali che hanno  edificato la   storia  della  televisione  italiana  facendo  scuola, per  un periodo  aureo, anche  all'estero.
Particolarmente  interessante, quanto suggestiva, per effetto  di  reale  fascinazione postuma è  stata, ieri, presso  la  sala 9 del Cinema Adriano (Piazza Cavour) la  proiezione  di una  serie  di caroselli “gialli”( Il commissario Maigret arresta  un  ladro la cui  fuga in un cinema si ferma, affascinato dalla  calze Bloch di una  signora, ad  esempio) seguiti  dalle due  puntate  dell'episodio di “Nero Wolfe” intitolato “Veleno in sartoria, nell'ambito  della   retrospettiva “Il giallo  in bianco e nero”: secondo di  quattro  appuntamenti particolarmente  graditi stando  al  numero   via  via crescente  di spettatori in sala a  cui  partecipano in  una  sorta  di  autoritratto, in  forma  di interrogatorio   anche  gli attori  protagonisti di  quelle  intramontabili  primavere  televisive.


Si può  ben  comprendere  dunque se, per  la  prima  volta, è stato  disatteso  il  dolce  imperativo “Dopo  Carosello, tutti  a nanna”-divenuto   esso  stesso  slogan  pubblicitario  di  altre réclames-  che  accompagnava  generazioni di  bambini nel  mondo  dei  sogni, per  proseguire la serata accogliendo,   affettuosamente,  un  ospite d'eccezione:  l'interprete pluriottantenne Paolo Ferrari. Per ragioni  anagrafiche  l'unico  membro  della  gloriosa  équipe dell'investigatore  privato  nato  dalla  penna  di  Rex  Stout a poter raccontare la  sua  esperienza  umana  e  professionale  nei  panni  dell'assistente Archie  Goodwin.
Inquirenti/inquisitori ossia   animatori  del  dibattito : Marco  Molendini, penna  de “Il  Messaggero” e Ugo Caruso, storico   dello  spettacolo  e  studioso di  cultura  di  massa per  carpire    segreti  da un set misterioso, nel  rispetto del  copione, ma ben poco  televisivo -stando ai tempi  moderni e  strettamente legato  ad una primigenia  natura  teatrale  della  direzione  e  degli attori.
Paolo  Ferrari infatti, nel  tessere  le  lodi della  regista Giuliana Berlinguer e dell'impareggiabile  Tino  Buazzelli, ha  descritto  l'abitazione di Nero  Wolfe (soprattutto  il  suo studio) definendola  una  groviera: nelle  pareti  ad  ogni  altezza  vi  erano  dei  buchi  nei  quali  posizionare  la  cinepresa  al fine di  muovere  un po' la  ripresa  che  avrebbe  rischiato  di essere a  camera fissa, consentendo un parallelismo, una  corrispondenza  tra la messinscena  delle  vicende  e la  sua restituzione  filmata.
A  differenza di un normale  film, questo  sceneggiato  come  altri  dell'epoca  non si  avvaleva  del  montaggio  perché  la  bravura  degli  interpreti,  provenienti  tutti  dal palcoscenico, consentiva  di  girare  con tempi teatrali   circa  venti/trenta pagine di  copione ed  ogni  “prima”  era  buona :  perfetta  memoria, dizione  impeccabile, nessuna  parola  sussurrata, porta fino  all'ultima  sillaba grazie  all'abitudine  di  parlare  -recitando- scandendo ogni  vocabolo  in maniera  forte  e chiara, poggiando  sul diaframma senza  ricorrere  ai  moderni  microfoni.
Naturalmente  i  dialoghi erano  costruiti  egregiamente  da  sceneggiatori ad  alto livello  e  degni  di competere con  i  loro  omologhi  americani  che  in  seguito sembra  abbiano  (ri)dettato al  Bel Paese le regole  per  efficaci  “scrrenwritings”...basterebbe  citare  i  corsi   di  specializzazione  nel  settore organizzati  presso  gli studi  Rai  di  Roma o  il  best-seller  di  Linda  Seger  “Come  scrivere  una  grande  sceneggiatura”...
Infatti  insieme  a “Nero  Wolfe” trasmesso  dalla Rai  tra  il 1969  e  il  1971, nel 1977 (trasmesso, però   due  anni dopo) senza  successo fu  girato “ The dorbell rings “  un tv-movie interpretato da Thayer David (Wolfe) e Tom Mason (Goodwin) per la regia di Frank D. Gilroy con l'intento  di  dare  vita  ad un  vero  sceneggiato  per  il  piccolo  schermo, poi  nel  1981, sul  network NBC  fu William  Conrad  a  vestire  l'enorme  taglia  dell'investigatore, senza  tuttavia riuscire a  coinvolgere il pubblico come  il  predecessore  made in Italy.
Soltanto  nel  2001, ad onor del  vero, l'ennesimo  Nero  Wolfe ha  meritato  l'apprezzamento  degli  spettatori   per  l'atmosfera  alquanto fedele alla  fonte  letteraria  e  capace  vagamente  di  competere la  serie  originale,  dotata, come  ha  affermato  Paolo  Ferrari   di un'ironia  di  parola  parallela  a  quella  rilevabile  nel  romanzo  ridotta  in America  ad una copia  conforme  solamente  fisica e  alquanto  caricaturale. 
Il  ricordo  di  Tino  Buazzelli, straordinariamente aderente, è il caso di dirlo, alla parte, ha  successivamente  catalizzato  l'attenzione in una  girandola  di  titoli soprattutto  teatrali  di  chiara  fama come  “Vita di Galileo, “Schweik, solo per  citarne alcuni, accanto  ad  un  altro Maestro  del  palcoscenico  quale  Giorgio  Strehler.
Burbero benefico diffidente  nei  confronti  di una regia  al  femminile  per  “Nero  Wolfe” , professionista  che  sa contrattare intelligentemente nel consolidare la  sua  carriera  chiedendo dopo  il  successo  ottenuto da  investigatore non un lauto  aumento  di  cachet, bensì il  ruolo  principale  in “Père  Goriot” per  poi  scherzare  e  giocare  sul  set,  gaio  come un bambino, girando  nelle  strade  di  New  York nella sua  Rolls Royce  guidata  da Archie convinto  di  poter incontrare un ignaro  quanto  stupefatto  compagno  di  scuola da salutare  sfrecciando davanti  a lui sulla  Quinta  Avenue...

Attore  eclettico  e completo, chiamato anche   a  presentare  un'edizione di  “Canzonissima” a  conferma, come ha  ribadito  Ugo  Caruso  che  soltanto  gli  attori  di teatro possono essere  animali  da  palcoscenico televisivo, ma  non  viceversa e  senza  eccezioni, Buazzelli con  la  sua  assenza  testimonia  quanto sia in  ginocchio  il  mondo  dello  spettacolo  dove  circolano  volti  parificati  da  interventi  più o meno  chirurgici, senza  più  alcuna  espressione  degna  di   parlare  mediante  la magia  di  un profilo, la  carnosità  di una bocca, il  colore  degli occhi :    identiche a  sé  stesse  e  alle  altre  con il  solo beneficio  del  cambiamento, alla  moda  piacendo.
Paolo  Ferrari  essendo  stato interprete  di  alcune   fiction apparse  recentemente in  tv , ha  cercato  di  fornire  una  spiegazione, possibilmente  razionale, ma  non salvifica: i giovani attori  restano  confinati  ad una  sorta  di  gergo codificato e  sussurrato,  come  se  fosse  superflua  sia  la  corretta  comunicazione  di  un pensiero  che la   sua  ricezione;  sembrerebbe  che  si  parli  per  non essere capiti e  che  l'ascolto sia opzionale.
Quando  infatti  ha  provato, a  contatto con  “colleghi” meno  anziani  a  spiegare  che  ogni  battuta  contiene  una parola -cardine, chiave di  un intero  discorso   e  dunque  occorre  fare  attenzione  a  quanto  pronunciato, Paolo  Ferrari  è  stato investito  da una risposta  incongruente e  paradossale: se  si  presta  la  propria  concentrazione  alle  frasi  da   dirsi,  scema  la  spontaneità!
Peccato che  recitare  sia  fingere una  verità, pertanto  ogni  professione di  autenticità  è  inesistente e  soprattutto  non può  essere  raggiunta  su  segnalazione  negli  attuali  copioni  dalla  sigla   “c.i.” ( chi  è  costei?!)  alias  “cambio  di intenzione” ...No  comment.
Il  commento  musicale invece merita  un accenno, giacché  nelle  puntate  di  “Nero  Wolfe”ha  fatto  scuola  in merito  al “sound designing” la  scelta di  inserire  sulla  colonna sonora  jazz  di  Nunzio  Rotondo  delle dissonanze  elettroniche elaborate da   Romolo  Grano,  perturbanti  come un'interferenza, ossia  volte a  depistare  il pubblico, a  farlo  riflettere,  a  rimetterlo  in gioco, a  renderlo acuto disvelatore di  misteri  e  crimini, insieme  all'unico,vero  detective: Nero Wolfe.

Mariangela Imbrenda