Addio Sydney Pollack

31/05/2008

 

L'avevamo recentemente visto in “Michael Clayton” e ci era piaciuto anche più di George Clooney: quando recitava e produceva infondeva ai film quello stesso spirito critico e “civile” che aveva improntato le sue prime opere da regista, unitamente a un pizzico di charme vecchia maniera – lo si ricorda in particolare in “Mariti e mogli” di Woody Allen o in “Eyes wide shut” di Stanley Kubrik. A 73 anni Sydney Pollack se ne è andato silenziosamente a causa di un cancro, lasciando il ricordo di persona dabbene, seria, misurata, piacevole e di regista forse non geniale ma sempre preciso, sensibile e con quelle qualità che aveva anche come essere umano, grazie alle quali poteva incontrare i favori di una enorme fetta di pubblico, dalla più semplice e romantica, incline ad appassionarsi del suo interprete preferito, Robert Redford (col quale collabora in ben 7 pellicole e fonda il Sundance Institute, per la promozione del cinema indipendente, una delle colonne portanti della cinematografia d'autore degli ultimi 30 anni), a quella più “politica” ed esigente.

L'esordio nel '65 con “La vita corre sul filo”, l'unico suo film che non amava, ma dove già riusciva a far convivere il melodramma con lo scavo psicologico. Segue poi “Questa ragazza è di tutti” (titolo originale, bellissimo, “This property is condemned”), che rivela tutto il talento e lo stile personale, anche se un po' “alla Kazan”, del giovane regista, oltre che la capacità di dirigere gli attori (è una delle migliori interpretazioni di Natalie Wood). Negli anni successivi dirige “Joe Bass l'implacabile” ( “The Scalphunters”), nel quale rivela anche il suo gusto per la commedia ironica, “Ardenne 44, un inferno”, insolito e con una tessitura visiva onirica, entrambi con Burt Lancaster, per arrivare a quello che è considerato il suo capolavoro “Non si uccidono così anche i cavalli?”.

Intensa e di alto livello è la sua produzione all'inizio degli anni '70: nel '72 un western di rottura, con la sua “musa” Robert Redford , “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo” (“Jeremiah Johnson”), alla cui sceneggiatura collabora John Milius, nel '73 il più romantico – e un po' fiacco, invero - “Come eravamo”, che riesce comunque a coniugare l'impegno politico e una storia d'amore per casalinghe inquiete, nel '74 il bellissimo “Yakuza”, con un grande Robert Mitchum, uno dei primissimi film americani che incontra la cultura giapponese, violento e teneramente struggente nel medesimo tempo, e nel '75 il titolo forse più significativo di tutta la sua carriera “I tre giorni del Condor”, complicata spy story di denuncia dal tocco hitchcockiano (del resto Pollack con Hitchcock ha collaborato per la seria tv “Alfred H. presenta”).Dopo questi successi, comincia ad alternare film  più banali (“Un attimo una vita”, “Diritto di cronaca”) a film più riusciti (il nostalgico “Il cavaliere elettrico”, l'esilarante “Tootsie”, che ci regala un Dustin Hoffman da leggenda), fino ad arrivare alla cascata di premi Oscar per il mitico “La mia Africa”, dove anche i difetti (prolissità, romanticismo esasperato) diventano virtù, illuminati dalla tendenza di Pollack all'elegia (chiaramente riscontrabile già in diverse opere precedenti).Da allora, oramai “coronato”, dedica più tempo alla produzione e promozione di film altrui che alla realizzazione di nuovi film, che comunque non mancano, anche se un tantinello più convenzionali: “Havana”, “Il socio”, con Tom Cruise, “Sabrina” (ramake imparagonabile con l'originale, ma comunque una delle più gradevoli commedie romantiche degli ultimi anni), “Destini incrociati”,con Harrison Ford , e infine (nel 2005) “The interpreter”, con Sean Penn, confermando ancora una volta le sue preferenze per opere di denuncia truccate da thriller.

Elena Aguzzi