Viaggio nel Cinema di Salvatores

16/12/2008

Ricordate quel gruppo di “Comedians” del Teatro dell’Elfo, con i loro sogni, la loro comicità stralunata, il loro “sgurz”? Sono quasi dei “ricordi in bianco e nero” (per citare una delle battute più belle di “Marrakech Express” che ha dato il titolo ad una delle nostre rubriche) per i milanesi dai 40 in su che con Salvatores regista e autore teatrale avevano scoperto una corrente nuova. Quei Comedians hanno presto fatto tutti strada (Claudio Bisio, Paolo Rossi, Silvio Orlando...) e sono stati la prima famiglia artistica di Gabriele Salvatores. Proprio con loro è avvenuta una delle sue prime svolte dal Teatro al Cinema: il film s’intitolava “Kamikazen, ultima notte a Milano”, raccontava, a differenza dello spettacolo teatrale, la notte d’attesa prima del provino, la Colorado Film era appena nata per produrlo e Salvatores me ne parlava (sono ormai passati vent’anni da quel giorno!) tra una tazza di tè al bergamotto e un disco di Tom Waits. “La Milano del mio film è riconoscibile per chi la conosce – diceva – E’ un’atmosfera. E’ un film che ha le luci di Milano, neon e lampade industriali, le luci arancioni delle strade”.
Gli stessi Comedians tornavano poi, in un divertente gioco autocitazionista, in “Nirvana”, mentre in “Amnesia” la contemporaneità degli eventi raccontati segue lo stesso schema teatrale di “Amanti”. Si era creato un gruppo affiatatissimo in quegli anni attorno a Salvatores, con al centro Diego Abatantuono negli anni più fertili e felici della sua carriera. Era un Cinema che quei volti caratterizzavano in modo indelebile (Abatantuono, Bentivoglio, Cederna, Bisio, Gigio Alberti) e che accompagnavano film divertenti e nostalgici, una nuova commedia italiana che aveva il sapore agrodolce di una generazione a confronto con i propri sogni, sempre con l’amicizia al centro. “Marrakech Express” aveva dato il via al “grande freddo” italiano e il viaggio di Salvatores era poi continuato. Dal Marocco all’itinerario italiano di “Turné”, con due amici innamorati della stessa donna, e poi il Messico di “Puerto Escondido” e la Grecia di “Mediterraneo”, in cui un gruppo di soldati dimenticati si perdono così come decenni dopo si sarebbe persa la generazione degli Anni 70, sempre con l’idea di cambiare il mondo, perché, come cita la didascalia d’apertura, “la fuga è l’unico mezzo che ci rimane per mantenerci vivi e continuare a sognare”. E per Salvatores è l’Oscar.
Ma lui non si stanca mai. Sperimenta nuovi generi, spesso ignorati dal Cinema Italiano: la fantascienza con “Nirvana”, l’horror con “Denti”. E con il Noir apre un secondo capitolo.

Il Noir vede un Salvatores più crudo e amaro e le tinte nere gli sono quanto mai congeniali. La Colorado apre una casa editrice che si chiama appunto Colorado Noir e da uno dei suoi libri nasce il film “Quo Vadis, baby?”. Ma il vero colpo di fulmine arriva dal nuovo connubio tra Gabriele Salvatores e Niccolò Ammaniti. Con Ammaniti Salvatores scopre un nuovo motivo da raccontare: la famiglia, e insieme l’infanzia e l’adolescenza, un mondo di segreti ed emozioni nel quale non si era mai avventurato, seguendo un percorso di crescita. Con “Io non ho paura” filma il mondo ad altezza di bambino, in senso letterale e spirituale. In “Come Dio comanda” gli occhi sono quelli di un quattordicenne che vive un confuso rapporto col padre, tanto da coprire un delitto di cui lo crede responsabile. “A 10 anni puoi disubbidire a tuo padre, ma non contestarlo, a 14 molte cose sono già in crisi. I Greci dicevano che per crescere devi uccidere metaforicamente il padre. Si intuisce, alla fine del film, che il loro rapporto non sarà più lo stesso, perché il suo comportamento l’ha autorizzato a pensarlo colpevole di un omicidio. Ma in ogni cosa c’è una crepa da cui entra la luce e per quest’uomo discutibile la crepa è l’amore per il figlio” ci spiegava Salvatores alla presentazione del film.
Con il Noir anche la sua famiglia cinematografica è cambiata. Nel suo ultimo, bellissimo, film vediamo uno straordinario Elio Germano e Filippo Timi. Potrebbero forse tornare come sono tornati i volti di Abatantuono & Co. o mescolarsi con loro (“Non escludo la possibilità di un mix. Ma Abatantuono ora potrebbe interpretare il nonno, non il padre, ed poi gli piacevano tutti i ruoli del romanzo che sono rimasi tagliati!”).  Elio Germano è un Quattroformaggi diverso da quello descritto nel libro, ma, dice Salvatores “se lo facevo grosso e deforme avreste subito individuato lui come cattivo. Il padre è sgradevole, ma di cattive azioni alla fine non ne commette, lui invece è simpatico e carino e dei carini bisogna stare attenti!”.
I cambiamenti nel passaggio da romanzo a film non si esauriscono qui, primo fra tutti la scelta di tagliare personaggi e vicende parallele per approfondire il nucleo centrale della storia. Una storia che ha accenti shakespeariani, come già ci aveva fatto notare alla presentazione romana e che ora torna a sottolineare: “Il libro era già diviso in tre fasi: prima, la notte, dopo. Questa struttura si è evidenziata in un terzetto di personaggi che attraversano una notte di tempesta. Nelle opere di Shakespeare c’è sempre una tempesta, un bosco, o una landa desolata, e come nelle opere di Shakespeare anche qui ci sono un fool e un giovane figlio adolescente in crisi e la tempesta metaforica dei sentimenti che scatenano la parte più irrazionale di noi e tutto quello che l’uomo pensa di poter combattere. Perché Niccolò racconta storie antiche e ancestrali oltre che la realtà con tinte noir e horror”.
E torniamo così al teatro, primo amore di Salvatores, e a Shakespeare, da cui ha tratto il suo primo film, una versione rock di “Sogno di una notte di mezza estate”. E il cerchio si chiude.

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Gabriella Aguzzi