Ritratto di Jennifer

21/12/2009

Una carriera rapida e folgorante, interrotta di propria volontà: non sono molte le attrici che possono permetterselo. Tra queste, Jennifer Jones. Giunta a New York dall'Oklahoma non ancora ventenne per studiare recitazione, Phyllis Lee Isley si trasferì presto a Hollywood col marito Robert Walker, dove esordì nel film “Il confine della paura”. Subito notata dal produttore David O. Sleznick che se ne invaghì e col quale strinse una relazione (sfociata dieci anni dopo in un secondo matrimonio), la Jones arrivò pressoché immediatamente al premio più ambito, l'Oscar come migliore attrice per il suo ruolo di Bernadette nell'omonimo film di Henry King.

Amata da registi con forte propensione al melodramma quali John Cromwell (Da quando te ne andasti), William Dieterle ( Gli amanti del sogno), John Huston (Stanotte sorgerà il sole, Il tesoro dell'Africa), Powell e Pressburger (La volpe), William Wyler (Gli occhi che non sorrisero), King Vidor (Ruby fiore selvaggio), Charles Vidor (Addio alle armi) e ancora Henry King (L'amore è una cosa meravigliosa, Tenera è la notte), scrisse il proprio nome nella storia del cinema grazie a tre ruoli estremamente diversi tra loro: la tenera e misteriosa fanciulla del magico “Il ritratto di Jennie” di Dieterle – un melodramma romantico che ha per protagonisti un pittore (Joseph Cotten, uno degli attori coi quali la Jones recitò più spesso e coi migliori risultati) e un fantasma - , la ribelle e sensuale meticcia di “Duello al sole”di King Vidor - lo scontro finale tra lei e Gregory Peck è una scena cult tante volte citata ma mai superata – e la moglie insoddisfatta e infedele in “Madame Bovary”, che Vincente Minnelli ha sapientemente tratto dal capolavoro di Flaubert.

Negli anni '50 recitò anche per Vittorio de Sica in “Stazione Termini”, accanto a Montgomery Clift, ma la produzione americana poco si adattava alle corde del nostro regista e la gestazione non fu felicissima, anche se la Jones diede un'interpretazione convincente. Volto bellissimo e particolare, con tratti vagamente orientali come quello di Gene Tirney, l'attrice non fu mai presa troppo seriamente dalla critica, pronta a etichettarla come “donna del produttore”, ma è possibile che la sua morte serva a rivalutarne il talento. Comunque, rimasta vedova nel '65, la Jones preferì ritirarsi dalle scene, apparendo solo in ruoli cameo come quello, l'ultimo della carriera, ne “L'inferno di cristallo” (del '74).

Elena Aguzzi