Ciao, Dennis

30/05/2010

È triste che un eroe ribelle, un pazzo tutto genio e sregolatezza, se ne vada per un cancro alla prostata. La morte è sempre la morte, ma penso che anche lui avrebbe preferito andarsene con un bang come uno dei suoi personaggi che con un pof, per di più amareggiato dalla scoperta che la giovane moglie approfittava della sua infermità per derubarlo.
Artista tout-court, Dennis Hopper, classe 1936, amava soprattutto la sua attività di pittore, ma la notorietà era data principalmente dal suo lavoro nel cinema, come attore e come regista. Esordisce nel '55 accanto all'amico James Dean con un ruolo di spalla in “Gioventù bruciata” e per una quindicina d'anni continua a lavorare, senza brillare particolarmente ma comunque distinguendosi per il carattere ribelle che infonde anche ai piccoli personaggi che interpreta: lo ricordiamo ne “Il gigante”, sempre accanto a Dean, “Il cerchio della violenza”, “I 4 figli di Katie Elder”, “Nick Mano Fredda”. Alla fine degli anni '60 l'incontro che cambia la sua vita artistica, quello con Roger Corman e la sua factory, dove stringe sodalizio artistico con Jack Nicholson e Peter Fonda. Così nel '69 scrive e interpreta con Fonda un film che cambierà la sua vita e la storia del cinema: “Easy Rider”, che dirige – e l'uso rivoluzionario del montaggio e della colonna sonora lo proiettano direttamente nella storia del cinema.
Dopo “Easy Rider” sembra che Hopper abbia conquistato tutto: la notorietà, il potere, la creatività e una moglie bellissima. Invece va tutto a rotoli: seri problemi di droga e un colossale errore, “The last movie” (Fuga da Hollywood), suo secondo film che rischia veramente di essere l'ultimo per il montaggio sconsiderato frutto di megalomania e di un cervello che in quel momento appare piuttosto danneggiato. Lenta ripresa verso la fine degli anni '70 grazie al mito che  lo circonda e già lo rende un personaggio-culto (nonché grazie alla sua bravura d'attore, che proprio negli anni della crisi risplende cristallina): Braccato a vita, L'amico americano, Tracks e Apocalypse Now (indimenticabile la sua apparizione finale nel ruolo del giornalista folle) lo rilanciano tanto da portarlo nuovamente, e con buoni risultati, dietro la macchina da presa, con “Out of the blue”.

Il nuovo decennio è l'esatto contrario del precedente: se il primo era numericamente asfittico ma qualitativamente valido, ora Hopper appare come il prezzemolo in produzioni dozzinali. Fanno macchia “Osterman Weekend” di Peckinpah, il bellissimo ritratto di padre affettuoso e ubriacone di Matt Dillon e Mickey Rourke nello splendido “Rusty il selvaggio” di Coppola e soprattutto quello che è in assoluto il suo ruolo-simbolo, il mostro sadico e asmatico di “Velluto blu” di Lynch.
Gli anni immediatamente a seguire consolidano la sua maschera e lo vedono tornare più volte alla regia: con “Colors”, in cui dirige Sean Penn e Robert Duvall, e nel neo noir “The Hot Spot”. Dirige anche “Ore contate”, ma dissidi con la produzione lo spingono a ritirare il suo nome, tant'è che su molte enciclopedie del cinema questo film non appare nel suo curriculum. Come attore giganteggia in “Il cuore nero di Paris Trout”, partecipa a “Lupo solitario”, esordio alla regia del succitato Penn, si disegna un gustosissimo cameo in “Una vita al massimo” e fissa per sempre la sua icona di isterico malvagio in “Speed” e “Waterworld”. Nel '94 la sua ultima (e, ci spiace dirlo, inutile) regia, “Una bionda sotto scorta”. Tutte le altre interpretazioni degli anni '90 e 2000 non sono che alimentari, anche perché le mogli che vanno e vengono agitano non poco la sua vita: sarà pure diventato sobrio, ma sempre Hopper è..... Ultima apparizione in “La terra dei morti viventi”, baggianata di Romero: ormai Dennis si dedica più ai pennelli come il suo celebre omonimo che al cinema. Ma noi continuiamo ad amarlo per tutte quelle pellicole che abbiamo qui citato e per averci fatto attraversare la Monument Valley al suono di “Born to be wild”.

Elena Aguzzi